I coniugi Cunéaz assolti “perché il fatto non sussiste”

Per loro assoluzione piena da tutti i reati contestati. Napoleone Cunéaz e Clelia Bredy sono stati condannati a tre mesi e a 5 mila euro di multa solo per il reato di violazione delle leggi sull’immigrazione clandestina.
Un momento del processo
Cronaca
“Finalmente giustizia è stata fatta” hanno commentato i coniugi Cunéaz di Valpelline, alla lettura della sentenza, durante la quale il presidente del tribunale di Aosta, Carlomaria Garbellotto, li ha assolti dalle accuse di riduzione in schiavitù e di sequestro di persona. Il collegio del tribunale di Aosta, dopo oltre due ore di camera di consiglio ha assolto “perché il fatto non sussisteClelia Brédy, di 53 anni, il marito Napoleone Cunéaz, di 66 anni, il figlio Edi Cunéaz, di 20 anni e il padre di lei Ugo Bredy, di 83 anni. Per loro assoluzione piena da tutti i reati contestati. Napoleone Cunéaz e Clelia Bredy sono stati condannati a tre mesi e a 5 mila euro di multa solo per il reato di violazione delle leggi sull’immigrazione clandestina. “Siamo soddisfatti – commentano gli avvocati della difesa – giustizia è stata fatta. Questo processo non poteva andare diversamente”.

L'accusa aveva chiesto condanne per tutti gli imputati: per Clelia Bredy, di 53 anni, sei anni e due mesi (10 mesi di condono); per il marito Napoleone Cuneaz, di 66 anni, sei anni, 10 mesi e 10 giorni (un anno, 6 mesi e 10 giorni di condono); per il figlio Edi Cuneaz, di 20 anni, sei anni e un mese (9 mesi di condono); per il padre della donna, Ugo Bredy, di 83 anni, sei anni e un mese (9 mesi di condono).

E’ una sentenza sconcertante”, ha commentato l’avvocato dei fratelli Ahmed e Mohamed Naghim, parti offese di questo procedimento.''Ahmed Naghim ha reso dichiarazioni in parte inattendibili parche' oggettivamente smentite e per la maggior parte contradditorie'' scrivono i giudici nella sentenza con cui assolvono gli allevatori.
"La qualità dell'ospitalità offerta al lavoratore – si legge ancora nella sentenza – con riferimento alle condizioni di abbandono, disordine e sporcizia dell'alloggio, la cui perfetta idoneità a ospitare dignitosamente il lavoratore è invece emersa nel corso del sopralluogo affettuato dall'ufficio successivamente alla rimozione del disordine e della sporcizia, è oggettivamente riferibile al fruitore piuttosto che al datore di lavoro''.

Durante le arringhe finali, le difese hanno cercato di dimostrare come le dichiarazioni fatte dalle parti offese siano poco credibili e piene di contraddizioni. "Non c'è mai stato sequestro di persona o riduzione in schiavitù – dicono gli avvocati Mario Cometti e la collega Teresa Certa – certo, il lavoro in alpeggio non è facile, è duro. Ma Ahmed conduceva la stessa vita di tutti i componenti della famiglia".
Per i giudici la parte offesa si è contraddetta numerose volte, dimostrando così una oggettiva inattendibilità delle dichiarazioni rese, anche per quanto riguarda le imputazioni di ingurie e lesioni, ma anche per il sequestro di persona. ''Naghim era in possesso di cellulare e lo usava regolamente'', dicono ancora i togati. Da qui l’assoluzione.

Secondo la procura, infatti, gli imputati avrebbero sequestrato e schiavizzato l'operaio marocchino, obbligandolo a vivere nella sporcizia, a sostenere orari di lavoro massacranti, senza alcuna retribuzione, e minacciandolo di denunciare il suo stato di clandestino alle forze dell'ordine. I coniugi erano stati arrestati nell'aprile 2005 durante un blitz dei carabinieri di Valpelline. Ora, l’accusa dovrà valutare se fare ricorso in appello.

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