I sintomi del cambiamento climatico sono innumerevoli e sempre più frequenti, soprattutto nei territori alpini per loro natura molto delicati. Basti pensare alle recenti frane e cadute detritiche verificatesi attorno al Cervino, o alle scariche di sassi nel couloir du Goûter sul versante francese del Monte Bianco, o allo zero termico che si mantiene sopra i 4000 metri di quota da quasi due mesi con conseguenze disastrose per i nostri ghiacciai.
Questi fenomeni hanno un forte impatto sul nostro modo di vivere e abitare la montagna, che siamo abituati a trattare come una risorsa da sfruttare più che come una “casa” da proteggere e salvaguardare. Ma non basta osservare i sintomi: è importante cercare di capirli e affrontarli prima che il Doomsday Clock, o Orologio dell’Apocalisse, segni la mezzanotte.
I ghiacciai e l’acqua
Fabrizio Troilo, glaciologo e formatore accreditato presso la Fondazione Montagna Sicura, ci ha spiegato qual è lo stato delle nostre montagne al momento, con particolare attenzione ai ghiacciai e alla risorsa idrica. “I modelli di previsione del cambiamento climatico, anche quelli più sofisticati sviluppati in questo decennio, indicavano già che entro il 2050 la tendenza sarebbe stata quella della scomparsa dei ghiacciai al di sotto dei 4.000 metri. Quello che osserviamo oggi rappresenta quindi un’anticipazione di quanto la modellistica ci segnala da decenni, con la differenza che questi fenomeni sembrano manifestarsi sempre più rapidamente. Gli scenari climatici, d’altronde, sono modelli costruiti sulla base delle emissioni globali e quelli intermedi risultano già superati. La tendenza ci dice che le estati torride come questa saranno sempre più frequenti così come i periodi di siccità”.
“Con la progressiva riduzione della massa glaciale arriverà un momento in cui anche l’apporto derivante dalla fusione del ghiaccio sarà sempre minore. Nei periodi di siccità questo contributo diminuirà progressivamente e la disponibilità della risorsa idrica diventerà un problema sempre più rilevante. Tutto ciò che fonde dal ghiacciaio è una risorsa che non si rinnova ed è quindi destinata, nel tempo, a esaurirsi”.
“Un altro dato significativo riguarda il ritiro della linea dell’innevamento stagionale verso quote sempre più elevate. Le immagini del Plateau Rosa sono emblematiche: la linea dell’innevamento è risalita fino a circa 3.700 metri. Considerando che la stagione estiva non è ancora conclusa, si tratta di un dato molto preoccupante. A fine stagione la perdita di massa glaciale sarà molto elevata, probabilmente sui livelli del 2022. Non sappiamo ancora se potrà essere persino peggiore, ma sarà certamente tra le più gravi degli ultimi vent’anni”.
Il permafrost e i crolli
Per quanto riguarda, invece, i crolli, il problema è lo scioglimento del permafrost. Secondo ARPA Valle d’Aosta “il permafrost è quella particolare condizione termica del sottosuolo molto diffusa nei climi freddi che attualmente interessa circa il 25% della superficie terrestre. Per definizione, il permafrost include qualsiasi substrato – terreno, detrito, roccia – che rimane congelato per almeno 2 anni consecutivi”. È proprio questa condizione che in alta montagna rende stabile il terreno. Il suo scioglimento improvviso può portare a conseguenze come le frane avvenute sul Cervino la scorsa settimana.
“Non ci sono previsioni esatte sull’evoluzione del permafrost, – continua Troilo – né su dove e con quale intensità si manifesteranno i fenomeni. Estati come questa, però, favoriscono il trasferimento di calore in profondità e possono produrre trasformazioni che si manifestano anche in autunno e in inverno. Questo squilibrio termico non favorisce la stabilità strutturale della montagna. Gli effetti possono riguardare sia piccoli e medi crolli, che incidono soprattutto sulla frequentazione alpinistica, sia fenomeni di dimensioni maggiori e quindi più rischiosi”.
“La tendenza è questa: le aree deglacializzate diventano bacini di detriti e sedimenti che prima erano inglobati nel ghiacciaio e che ora rimangono esposti. In caso di precipitazioni intense, questi materiali possono essere mobilitati più facilmente, rendendo tali zone particolarmente pericolose. L’innalzamento dello zero termico può inoltre aggravare gli effetti dei fenomeni atmosferici più intensi. Quando precipitazioni (soprattutto piovose) abbondanti raggiungono anche quote molto elevate, possono creare problemi maggiori. L’aumento dell’energia presente nell’atmosfera, dovuto all’innalzamento delle temperature, tende infatti a intensificare i fenomeni meteorologici”.





2 risposte
Solo 20 anni?! L’ottimismo vola…
…e c’è chi compera ancora diesel