Sulla copertina del nuovo libro di Aldo Cazzullo dedicato a San Francesco, il ritratto firmato da Cimabue ricalca la tradizione pittorica post mortem, che presenta il santo pulito, glabro, bianco e, in qualche modo, angelico. Eppure, la prima biografia di Francesco, scritta da Tommaso da Celano, parla di un uomo con una barba nera e rada, un uomo come tanti altri.
Ogni santo, e Francesco in particolare, era una persona come tutti noi, la cui esistenza non si è svolta nell’alto dei cieli, ma nella concretissima realtà di tutti i giorni. La lectio di Aldo Cazzullo di ieri sera al Forte di Bard ha voluto raccontare proprio l’umanità e, soprattutto, l’umanesimo di questo patrono d’Italia.

“Di uomini come Francesco ne nasce uno ogni mille anni”, ha affermato Cazzullo, sottolineando la portata scandalosa delle sue scelte. In un Medioevo segnato dalle guerre e dallo sviluppo delle prime banche, Giovanni di Pietro di Bernardone, figlio di un mercante e desideroso di diventare un cavaliere, un giorno sente una voce. “Chi vuoi servire, il servo o il padrone?”: è questa la domanda che spinge Francesco a rinunciare alle fantasie cavalleresche e alle gozzoviglie giovanili.
Il suo tentativo di servire Dio all’inizio è però tortuoso. Quando, pregando nella chiesa di San Damiano, sente una voce che gli intima di riparare la casa del Signore, Francesco pensa di dover ricostruire materialmente la chiesa e vende le stoffe del padre per provvedere alla ristrutturazione.

Non capisce ancora che quella che deve riparare è l’intera istituzione ecclesiastica, riconducendo all’insegnamento originario di Gesù il gregge che si è allontanato dal pastore.
Il vero incontro che cambia tutto è quello con gli emarginati per eccellenza dell’epoca. Il giorno in cui vede un lebbroso e desidera abbracciarlo e baciarlo, scopre che tutto ciò che prima gli sembrava amaro, d’improvviso gli è dolcissimo.
Francesco sceglie la povertà perché, come recita il Fioretto sulla ‘perfetta letizia’, capisce che, se anche gli esseri umani conquistassero ogni bene terreno, non sarebbero felici, perché questi beni appartengono a Dio e non a loro. Solo il dolore è umano e, allora, solo affrontare la sofferenza e le umiliazioni con serenità e amore rende davvero felici.

Uno stile di vita del genere, però, farebbe scandalo oggi come lo faceva all’epoca. E Francesco deve giustificare le scelte sia di fronte all’autorità paterna sia a quella ecclesiastica.
Cazzullo, allora, sottolinea l’importanza delle figure femminili che aiutano il santo a realizzare la sua missione. Da un lato, la madre, di cui non sappiamo molto, se non che libera Francesco dallo sgabuzzino in cui è stato rinchiuso dal padre.
Quest’ultimo lo chiama allora a giudizio di fronte al vescovo, dando luogo al famoso episodio in cui Francesco rinuncia a tutti i beni paterni, compresi i vestiti, e dichiara, nudo in pubblica piazza, che d’ora in avanti “non chiamerò più padre Pietro di Bernardone, ma dirò soltanto Padre nostro che sei nei cieli”.

L’altra figura femminile importante è quella di Jacopa de’ Settesoli, donna nobile che aiuta Francesco a farsi ricevere da Papa Innocenzo III. “Francesco un po’ eretico lo era”, spiega infatti Cazzullo, “ma non voleva distruggere la Chiesa, bensì risanarla dall’interno”.
Per questo lotta in ogni modo per far riconoscere ufficialmente la sua Regola, nata accostando semplici passi del Vangelo, in modo tale da poter condividere il suo modo di vivere con tutti gli altri fratelli, da allora chiamati frati, che lo volessero.
Non solo fratelli, ma anche sorelle. C’è una terza figura femminile importante, infatti, nell’itinerario di Francesco su questa terra. Si tratta di Chiara, giovane di ascendenza nobiliare che, dopo aver sentito le predicazioni di Francesco, abbandona tutto e lo segue, fondando l’ordine delle Clarisse.

La comunità francescana si amplia sempre di più e le prime missioni fuori dall’Italia, a partire da quella presso il sultano d’Egitto al-Malik al-Kamil, mostrano un atteggiamento nei confronti dell’alterità all’insegna del rispetto e del dialogo.
Una lezione che si è tramandata nel tempo. San Francesco, ha affermato infatti Cazzullo, “è stato a Gaza con Padre Pizzaballa, che ha disobbedito all’ordine papale di abbandonare la parrocchia sotto le bombe, ed è stato ad Auschwtiz con Padre Massimiliano Kolbe, che ha dato la sua vita per risparmiare quella di un altro”.
La lezione di Francesco si estende anche alla cura del creato. Un aspetto che trova la sua massima espressione nel famoso Cantico delle creature, e che è stato richiamato nell’enciclica Laudato si’ proprio dal Papa che ha preso il nome del santo.
Ma anche la tradizione del presepe, inventato a Greccio da Francesco, è carica di significato, perché dimostra che “non è più necessario fare le crociate, ma anche Greccio, oppure Bard, può diventare una nuova Betlemme: Gesù nasce ovunque e per tutti”.
Ormai cieco e dopo aver abbandonato le redini di una comunità che nel frattempo si ingrandisce sempre di più, Francesco lascia un testamento che resta a tutta l’umanità. Ma, soprattutto, a tutti gli italiani, chiamati secondo Cazzullo a riscoprire questo loro antenato lontano eppure sempre vicino.
“Oggi i dittatori e i miliardari vagheggiano di vivere per sempre, progettando un mondo postumano in cui il corpo è sostituito da cyborg e la mente dall’intelligenza artificiale”, ha riflettuto Cazzullo. “L’umanesimo di Francesco, che è arrivato a celebrare ‘sorella morte’ alla fine del suo Cantico, è un antidoto a tutto ciò”.
Se i santi protettori di Francia e Spagna sono anche dei guerrieri, il patrono d’Italia, che da quest’anno si celebra con una festa nazionale il 4 ottobre, è “un santo che non uccide ma invoca la pace e difende la dignità di ogni vita umana”.
“Noi non siamo Francesco, ma abbiamo tutti qualcosa di Francesco in noi”, ha concluso Cazzullo. “E lo mostriamo quando capiamo che siamo tutti collegati, che nessuno si salva da solo, ma solo insieme al resto dell’umanità”.
