Nuovo incarico tecnico a Lanièce: legittimità violata o una scelta necessaria alla continuità?

La sentenza di ineleggibilità della Cassazione per l’assessore alla sanità ha suscitato un aspro dibattito fra le forze politiche. Abbiamo chiesto a Carlo Curtaz e a Joseph Rivolin cosa ne pensano.
Politica

Carlo Curtaz
Il “caso Lanièce” è l'esempio emblematico di come la legge possa essere piegata alle convenienze della politica. L'assessore unionista alla Sanità era infatti ineleggibile alla carica di consigliere, in base ad una legge regionale fortemente voluta dal suo partito, eppure è stato candidato ed eletto. Annullata la sua elezione, è uscito dalla porta politica del Consiglio, rientrando in Giunta dalla finestra dell'incarico tecnico. Insomma, una soluzione all'italiana, gestita con la solita disinvoltura dal Presidente della Regione, che prima ha dichiarato di rimettersi alle sentenze dei giudici e poi quelle decisioni ha aggirato. Fra i commenti più curiosi alla vicenda, quelli di Stella Alpina e Fédération, secondo cui l'allontanamento di un ineleggibile si ridurrebbe ad una “questione interna all'Union”! Insomma, prima contano le decisioni del potente alleato, poi il diritto. A proposito, visto che vale tutto, perché non sistemare con un assessorato tecnico anche il povero Norbiato? Con l'aria che tira sul rispetto del principio di legalità, sarebbe così grave eleggere 35 persone e trovarsene 37 a Palazzo regionale?

Joseph Rivolin

Premesso che il comparto della sanità è particolarmente delicato e che Albert Lanièce è “l’uomo giusto al posto giusto”, e premesso che la sua nomina ad Assessore tecnico è perfettamente legale e legittima, credo che il cancan creato ad arte intorno a questo caso sia un esempio della validità dell’aforisma orientale: “Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”. C’è chi aveva interesse a che i Valdostani si comportassero da stolti, continuando a pensare al “dito”, cioè alla vicenda personale di Lanièce, in modo che la “luna” passasse inosservata. La “luna” è naturalmente la legge regionale sui casi di ineleggibilità e incompatibilità che sta alla base di tutta la questione: per vederla bene, bisogna armarsi del telescopio dei principi democratici. Se si osserva questa legge attraverso le lenti dei principi, sulla sua superficie – apparentemente liscia – appaiono buchi e crateri. La Corte costituzionale si è già espressa, su ricorso del governo Prodi (sollecitato probabilmente da qualche diretto interessato), dichiarando illegittimo il punto specifico della legge sulla quale era stata chiamata in causa; e la Corte di Cassazione ha sospeso il giudizio sull’applicazione di un’altra disposizione, dichiarando la “non manifesta infondatezza” (ossia, traducendo dall’azzeccagarbugliese, la probabile fondatezza) di una seconda eccezione di costituzionalità. Il principio che fa da telescopio è quello basilare della democrazia rappresentativa, consistente nel diritto di ogni cittadino non soltanto di votare (elettorato attivo), ma anche di farsi votare, presentando la propria candidatura alle elezioni (elettorato passivo). E’ un diritto sancito dalla Costituzione, che può pertanto essere limitato soltanto in situazioni eccezionali e per motivi gravi, che trovino la loro ragion d’essere in altri principi costituzionali. La moltiplicazione dei casi di ineleggibilità rischia di intaccare il diritto stesso di elettorato passivo, e di svalutare il principio di rappresentatività del sistema democratico, già minato da fenomeni degenerativi quali il leaderismo e la deriva demagogico-populista, giustizialista e piazzaiola dell’antipolitica.

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