Nel mese di luglio il Pronto soccorso dell’ospedale Parini ha registrato 5.182 accessi, in aumento rispetto ai 4.766 del luglio 2025 e ai 4.680 del luglio 2024. Una media di 167 pazienti al giorno, con punte fino a 230. Dei 5.182 accessi, 4.087 persone, pari al 78,9%, sono state dimesse a domicilio, mentre il 12% è stato ricoverato. La maggior parte dei pazienti, 3.797, si è presentato autonomamente; 1.156 sono arrivati in ambulanza e 217 in elicottero. A pesare sono soprattutto i codici verdi, che rappresentano il 66,5% del totale. “Un dato che conferma come il sovraffollamento sia legato in larga parte a situazioni a bassa complessità, mentre sul fronte del boarding la situazione appare più contenuta rispetto al luglio 2025, quando il tempo medio di attesa per il ricovero era stato di 492 minuti”. Ne abbiamo parlato con il direttore generale pro tempore dell’Azienda Usl della Valle d’Aosta, Mauro Occhi.

Gli accessi totali a luglio sono stati 5.182, con una media giornaliera di 167. Ci sono stati anche alcuni picchi: il 13 luglio, ad esempio, abbiamo raggiunto i 230 accessi in un solo giorno, un dato vicino a quelli molto problematici registrati nella prima decade di agosto 2025.
Il sovraffollamento è dovuto soprattutto alla prevalenza dei codici verdi. Sul totale degli accessi di luglio, il 66,5%, cioè 3.445 persone, rientrava in questa categoria. Parliamo quindi di situazioni a bassa complessità che, se riuscissimo a gestire meglio sul territorio, potrebbero non arrivare al Pronto soccorso.
È un’indicazione chiara per le politiche territoriali dei prossimi anni: una buona parte dei problemi che oggi si riversano sull’ospedale dovrebbe essere gestita attraverso una maggiore presenza di medici e infermieri sul territorio. Questo obiettivo, però, si scontra con la carenza di professionisti, come dimostra anche la vicenda di Nus.
Che cosa è cambiato rispetto agli anni passati?
Sono cambiate due cose. Da un lato c’è il fattore climatico, che era stato drammatico nel 2003 e nel 2022 e lo è anche quest’anno. Abbiamo avuto qualche anno di tregua, ma il caldo si riflette inevitabilmente sugli accessi al Pronto soccorso.
Dall’altro lato è cambiata l’organizzazione. Abbiamo messo in campo due strumenti che prima non c’erano. Il sovraffollamento resta elevato, ma nello stesso tempo siamo riusciti a contenere il boarding, cioè la permanenza in Pronto soccorso dei pazienti che devono essere ricoverati ma attendono un posto letto.
Alle 16.50 del 3 agosto avevamo 38 persone in Pronto soccorso, di cui 19 codici verdi, e soltanto due pazienti in boarding.
Quali strumenti sono stati messi in campo?
Siamo più esposti perché l’organico del Pronto soccorso è in difficoltà e abbiamo dovuto farci aiutare anche dai medici dei reparti. La crisi generale delle professioni sanitarie si ripercuote inevitabilmente su una realtà piccola come quella valdostana.
La gestione è migliorata attraverso due strumenti. Il primo è il bed manager, un medico che gira continuamente nei reparti per verificare la disponibilità dei posti letto, accelerare le dimissioni e controllare che la documentazione sia completa. È una figura di snodo fondamentale.
Il secondo è una centrale infermieristica attivata negli uffici di via Guido Rey. Tre infermiere presidiano il versante delle dimissioni, seguendo i pazienti per i quali è già stato deciso il rientro a domicilio o il trasferimento verso strutture residenziali, come le R2 di Perloz e Variney.
Nel frattempo però sono stati attivati l’ospedale modulabile e l’ospedale di comunità. Perché ci troviamo ancora in una situazione di emergenza?
Il punto è che molte delle persone che accedono al Pronto soccorso non devono essere ricoverate. Da questo punto di vista siamo messi abbastanza bene, tanto che il boarding ne ha risentito positivamente.
Il problema nasce quando, nell’arco della giornata, bisogna gestire un centinaio di pazienti che vengono visitati e poi dimessi. È questo a produrre sovraffollamento.
Abbiamo aumentato l’offerta di posti letto nella residenzialità extraospedaliera, attraverso l’ospedale di comunità e le strutture R2, ma questi servizi sono destinati a pazienti con autonomia ridotta che hanno bisogno, ad esempio, di ossigeno o di un periodo di osservazione. Non sono la risposta ai codici verdi che affollano il Pronto soccorso.
Inoltre la popolazione è mediamente più anziana: la scarsa natalità e, fortunatamente, una medicina che consente di vivere più a lungo fanno crescere il numero di persone fragili.
L’ospedale di comunità sta funzionando?
Sì, e il boarding ridotto ne è una dimostrazione. In questo momento abbiamo 309 persone ricoverate, a fronte di una capacità teorica che si aggira fra 340 e 350 posti letto.
L’impatto si misura sia sul boarding sia sulla saturazione dei reparti. La Gastroenterologia è all’83%, la Geriatria al 91%, mentre l’anno scorso era stabilmente intorno al 110%. La Medicina è all’80% e la Pneumologia al 73%. Un effetto positivo, quindi, c’è stato.
Resta però una situazione difficile: abbiamo circa 30 medici di medicina generale in meno e la prospettiva non è quella di un rapido miglioramento.
I posti letto sono diminuiti rispetto al passato?
Nei primi anni successivi al Covid era stato necessario ridurli. Successivamente il dottor Uberti aveva avviato un percorso di riapertura.
La capienza complessiva, però, va interpretata. Non tutti i posti letto teoricamente liberi sono realmente utilizzabili. La Rianimazione, ad esempio, ha dieci posti, ma se sette sono occupati non è detto che gli altri tre possano accogliere qualsiasi paziente. Dipende dalla complessità assistenziale.
Lo stesso vale per il Nido: possono risultare libere tredici culle, ma ovviamente quei posti non possono essere utilizzati per ricoverare un anziano. Bisogna quindi parlare di posti effettivamente disponibili, non soltanto di capienza teorica.
Una parte dei codici verdi può essere legata alle liste d’attesa, con persone che si rivolgono al Pronto soccorso per accelerare esami o visite?
Non vedo un collegamento diretto. L’esperienza ci dice che la maggior parte delle persone accede per l’aggravarsi di una condizione già esistente.
Pensiamo, ad esempio, a una persona anziana che vive sola e non riesce più a gestire correttamente la terapia. Può dimenticare di assumere il diuretico prescritto per una broncopneumopatia cronica o per uno scompenso cardiaco. La scarsa aderenza alle cure, l’isolamento sociale e l’assenza di una vigilanza quotidiana possono portare al Pronto soccorso.
Il tema delle liste d’attesa riguarda soprattutto l’appropriatezza delle prescrizioni. In Valle d’Aosta il numero di esami di laboratorio e di risonanze magnetiche prescritti è largamente superiore alla media nazionale. L’offerta è abbastanza buona, ma dobbiamo migliorare l’appropriatezza delle richieste.
Quando abbiamo quindici richieste di Tac e dieci posti disponibili, dobbiamo lavorare sulle priorità: prima viene un’emorragia cerebrale, poi una cefalea presente da sei mesi. Sono situazioni con urgenze diverse.
Questo non esclude che alcuni settori soffrano maggiormente a causa della carenza di professionisti. La Neurologia, ad esempio, due anni fa aveva soltanto tre medici e si era creata una coda che ha prodotto effetti fino a oggi. Ora, grazie ad alcuni concorsi, la situazione è migliorata.
Lo stesso vale per la Gastroenterologia, che deve occuparsi anche degli screening, come quello colorettale. Negli anni scorsi l’organico era fortemente insufficiente. Ora è arrivato un nuovo primario e abbiamo inserito due persone in più, quindi la lista d’attesa si sta gradualmente riducendo. Il rapporto automatico fra codici verdi e liste d’attesa, però, rimane debole.
Il problema principale è quindi l’assistenza territoriale, soprattutto per gli anziani che vivono soli?
Serve un sistema di vigilanza sociosanitaria. I medici di medicina generale sono spesso stremati dal numero di assistiti. Quando si seguono 1.500 o 1.800 persone, anche soltanto occuparsi delle prescrizioni richiede centinaia di operazioni al giorno. Diventa difficile conoscere davvero la situazione familiare e personale di ogni paziente.
Abbiamo aumentato i posti nelle specialità, come Gastroenterologia e Neurologia, ma quello della medicina generale è un tema drammatico. I posti ci sono, ma mancano i candidati. È sempre più difficile trovare un giovane medico che scelga di fare il medico di famiglia: molti preferiscono specialità percepite come più attrattive o tecnologiche.
È una crisi destinata a durare.
Qual è il settore che preoccupa maggiormente?
La vera crisi riguarda la Pediatria. In Svizzera, ad esempio, i pediatri di famiglia sono scomparsi da oltre vent’anni. È un problema europeo, non soltanto valdostano.
Lo stesso sta accadendo nella medicina generale, anche perché si tratta di un contratto vecchio, caratterizzato da un numero molto elevato di assistiti e da una quantità di pratiche burocratiche che appesantiscono il lavoro.
Quando avevo 26 anni ho fatto il medico di medicina generale ed era un bel mestiere. Oggi è diventato molto meno attrattivo e, purtroppo, continueremo a fare fatica anche nei prossimi anni.
I contratti inoltre dei medici di medicina generale hanno un limite di età previsto, 72 anni. Per chi vuole restare, come il dottor Sapone, stiamo cercando una soluzione attraverso un altro tipo di rapporto. Gli abbiamo proposto un contratto libero-professionale per operare nelle Uca, le Unità di continuità assistenziale, per le quali non è previsto lo stesso limite di età. Proveremo quindi ad autorizzare questa soluzione, pur muovendoci all’interno di una cornice normativa precisa.
Tornando al Pronto soccorso, avete ulteriormente ridotto l’attività chirurgica programmata come annunciato?
Abbiamo attivato quella che abbiamo chiamato “Unità di crisi”, anche se in realtà si tratta di una riunione quotidiana durante la quale analizziamo l’andamento della situazione.
Per ora il sistema regge e non è stato necessario ridurre ulteriormente l’attività chirurgica. Neurochirurgia e Ortopedia hanno superato la disponibilità ordinaria dei posti letto, ma gli interventi stanno proseguendo.
In questo periodo l’Ortopedia è fortemente impegnata sia sulle fratture degli anziani sia sulla traumatologia legata alle attività sportive e alla montagna. La differenza rispetto al passato è che, sapendo che agosto è un mese critico, ci confrontiamo ogni giorno per verificare l’evoluzione della situazione.
L’emergenza si è quindi ridimensionata?
Direi che si è stabilizzata. Bisogna però considerare che luglio e agosto sono anche i mesi nei quali, per obbligo contrattuale, dobbiamo concedere le ferie al personale. L’ospedale deve quindi funzionare con una rotazione inevitabile degli operatori.
Avete ancora margini di intervento nel caso in cui la situazione peggiorasse?
Abbiamo ancora un margine di compensazione di circa il 10%. Un ulteriore aumento dell’affollamento potrebbe quindi essere gestito con l’organizzazione attuale.
In una situazione estrema non c’è limite alle soluzioni possibili. Durante il Covid, ad esempio, anche i medici che normalmente svolgevano funzioni amministrative sono tornati a occuparsi di attività cliniche. Personalmente lavoro dietro una scrivania da trent’anni, ma in caso di necessità tutti i laureati in Medicina e chirurgia sono tenuti a fare la propria parte.
Dal 2021, però, non si è più verificata una situazione di questo genere. Non credo quindi sia necessario immaginare scenari apocalittici: per ora il sistema regge.
L’ospedale modulabile, adottato per rispondere ai flussi turistici, ha prodotto i risultati sperati?
Sì, ha avuto degli effetti. Il limite dell’attività delle sale operatorie, oggi, non è rappresentato dalla disponibilità dei chirurghi, ma dalla carenza di infermieri strumentisti.
Abbiamo avuto contemporaneamente tre assenze per maternità. Per formare un infermiere strumentista servono circa nove mesi, nella versione accelerata, o un anno. La crisi è iniziata alcuni mesi fa, ma prima di ottobre o novembre non riusciremo ad avere a disposizione le figure formate di cui abbiamo bisogno.
I chirurghi, i neurochirurghi e i chirurghi vascolari ci sono. Non possiamo operare di più perché mancano gli infermieri strumentisti.
Abbiamo introdotto incentivi e promosso maggiormente questa professionalità, cercando di raccontarne la valenza e l’elevato livello di specializzazione. La situazione, però, non può essere risolta nel giro di venti giorni: serviranno ancora alcuni mesi.
Quali sono le possibili soluzioni per il futuro del Pronto soccorso?
La prima riguarda la medicina generale. Dobbiamo dare massima visibilità al problema, rendere la Valle d’Aosta attrattiva e mostrare i vantaggi di lavorare qui. Continuiamo ad aprire bandi e a raccogliere le disponibilità ogni tre mesi, ma può accadere che non si presenti nessuno, come è già successo.
Il territorio ha comunque iniziato a strutturarsi. Abbiamo nominato due nuovi direttori di distretto, affiancati da altri tre medici, e un direttore responsabile di tutta la residenzialità.
Punteremo molto sull’assistenza infermieristica, che rappresenta una forma evoluta di cura e può essere distribuita in modo capillare. La Centrale operativa territoriale sta già lavorando per collegare l’ospedale con i servizi sul territorio.
Per applicare pienamente il modello previsto dopo il Covid, in Valle d’Aosta servirebbero alcune decine di infermieri. Ma, se dobbiamo garantire prima di tutto il Pronto soccorso e la Rianimazione, è evidente che abbiamo meno personale da destinare alle Case di comunità.
L’obiettivo del sistema sanitario deve essere trovare infermieri, rendere questa professione attrattiva, motivarli e incentivarli. Dobbiamo costruire un’assistenza capace di intervenire prima del ricovero.
Non vogliamo immaginare un ospedale da mille posti letto e undici piani. Vogliamo che le persone possano restare a casa propria, ricevendo l’assistenza di cui hanno bisogno. Per riuscirci, però, serve anche un cambiamento culturale e dobbiamo tornare a mostrare che le professioni sanitarie sono interessanti, gratificanti e capaci di motivare chi le sceglie.

4 risposte
Sono nato e vivo in Valle d’Aosta. Sono riservato e non amo parlare delle mie problematiche, soprattutto fisiche. Devo però segnalare, a fronte di tanti problemi che attraversa la Sanità pubblica, un fatto che mi sta facendo riflettere: sto affrontando serie problematiche vertebrali che mi impediscono di camminare ( sono sempre stato molto sportivo in passato).
Dopo aver valutato diverse soluzioni nel nord Italia per un intervento massivo sulla colonna vertebrale ho scelto la struttura di Neurochirurgia diretta dal Dottor Federico Pretti, Aiuto Dottor Stefano Marasco: ho trovato competenza, serietà ed empatia non comuni, sia nella preparazione dell’intervento, sia nel post che sto affrontando (ndr ho ripreso a camminare!!).
Sono stato operato di recente ed ho trovato una struttura in reparto di Chirurgia Vascolare con personale preparato, cortese, mai invadente. Non devo dimenticare la Sala Operatoria : quanti giovani, persone stupende, semplici, accoglienti, efficienti.
Beh non posso far altro che farvi i complimenti
Il mio percorso riabilitativo è in corso ma so che posso contare su un servizio che, se non è un’eccellenza, beh poco ci manca.
Grazie Grazie
Paolo Miele
Il mio medico di base riceve solo su appuntamento, ma se ho un problema oggi il primo appuntamento è la settimana prossima, cosa devo fare? In Valle d’Aosta tutti bravi a criticare, nessuno che proponga soluzioni. Sistema sanitario medievale.
Ma questi codici verdi si rivolgono al pronto soccorso per il piacere di arrecare un disagio alla nostra sanità oppure perché non ricevono adeguata assistenza dal territorio? Magari sarebbe utile almeno porsi la domanda…..
fate pagare il ticket non solo con il bianco anche con il verde!
problemi di bassissimo rilievo risolvibili in autonomia.
pagando il problema si risolverà da solo perché finalmente si ridurrà il personale il pronto soccorso.
e tutti si sveglieranno un po’