Sono molte le ragioni per le quali si continuerà nel tempo a vedere in “Gran Torino” un capolavoro da non perdere. Vale forse la pena di metterne in evidenza una che con il passare del tempo perderà importanza: il suo successo commerciale. “Gran Torino”, un film a basso budget, interpretato da una mezza dozzina di adolescenti cambogiani totalmente sconosciuti e da un uomo di 78 anni, dal titolo indecifrabile a chiunque sia nato dopo il 1950, è stato uno dei film più visti dell’autunno/inverno 2009. Perché? Perché il Clint Eastwood attore ci parla con una voce che conosciamo da una vita, dai tempi delle grandi sale fumose degli anni Sessanta fino a quelli degli schermi al plasma piazzati al centro dei nostri salotti e con “Gran Torino” ci ha voluto dire addio. Questo film compreso tra due funerali, che i nostri nipoti continueranno a vedere per le sue qualità estetiche, noi lo vediamo oggi con questo piacere in più: essere stati contemporanei dell’ultimo dei grandi di Hollywood.
TULPAN
“Tulpan” colpisce per la ricchezza dei suoi registri. Se è vero che lo si può superficialmente definire una fiction etnografica ambientata nella steppa kazaka, è altrettanto vero che la storia dell’amore contrastato del protagonista Asa per la ragazza che dà il nome al film è affrontata con tono lirico e poetico. E a maggior ragione ancora, si può dire che la presenza degli uomini nella steppa ci viene mostrata come nei film di fantascienza viene messa in scena l’evoluzione degli uomini nello spazio. E ancora, “Tulpan” stupisce per come si inserisce nel dialogo che, nel cinema d’autore, intrattengono tra loro registi e spettatori: la scena del parto dell’agnellino sembra uscita da un film di David Cronenberg, con la differenza che al posto degli effetti speciali, il regista di documentari – qui alla sua prima prova narrativa – Sergey Dvortsevoy usa la realtà.
