“Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimarrà solo. Se invece muore, produce molto frutto”. È il passo del Vangelo secondo Giovanni letto oggi, venerdì 14 agosto, durante la celebrazione funebre per Rhemy Jeantet, il 23enne di Hône morto in un incidente in motocicletta, all’inizio della settimana a Montjovet.
“Chi ama la propria vita la perde e chi odia la propria vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna”, è stato un altro passo delle scritture proposto durante la funzione. “La sensazione che mi ha dato un paio di giorni prima dell’incidente, quando l’ho sentito, è che era felice, felice del suo lavoro” dice don Paolo Quattrone, che ha celebrato il funerale del giovane.
Il posto dentro la chiesa parrocchiale di Hône non era sufficiente e appena sotto le scale sostavano numerose moto, silenziose. Per terra e sui gradini, tanti bouquet di fiori raccontavano la molteplicità degli interessi e dei legami che avevano caratterizzato la vita di Rhémy. La stessa varietà si ritrovava tra i presenti: amici, compagni di atletica, di classe, motociclisti, parenti, conoscenti e tante altre persone sgomente per quanto accaduto.
“Rhemy è stato il primo bambino che ho conosciuto una volta arrivato a Hône”, ricorda ancora il Parroco. “Era un ragazzino vispo, sveglio, e anche profondo. Amava lo sport: atletica, motocicletta… era un tipo veloce, in tutti i sensi. Come è stato veloce anche il compimento della sua vita”.

E’ proprio sul concetto della morte come compimento che don Paolo ha incentrato l’omelia: “La morte non è distruzione, ma compimento. Vale come la legge che tutto si trasforma e nulla si distrugge. La morte è una trasformazione: diventiamo quello che siamo davvero. Quando si muore non si finisce nel nulla cosmico, ci trasformiamo nella nostra essenza”.
Una riflessione che don Paolo ha collegato alla brevità della vita terrena. “Noi qui ci passiamo un attimo, – ha detto – ma quello che saremo nella nostra più bellezza totale è nella vita eterna”. E proprio tenere a mente questa osservazione, ha spiegato, potrebbe aiutare a vivere diversamente il rapporto con gli altri e con la propria esistenza: “Se ogni tanto ci ricordassimo questo, forse vivremmo diversamente tra di noi e guarderemmo la vita e le persone anche in un modo diverso”.
In più, la felicità “non è vivere più a lungo possibile” ha sottolineato, per poi aggiungere “la felicità si misura su come tu hai vissuto quei quattro giorni che hai passato su questa terra, che siano stati 23 o 100“.
L’idea che possiamo avere tutto sotto controllo è un’illusione, e la morte ci ricorda la fragilità di questa convinzione. Certamente “la prudenza nella vita ci vuole, ma non possiamo vivere sotto una campana di vetro” conclude don Paolo, non nascondendo di essere senza parole per quanto successo, come probabilmente il resto dei presenti. Ma “è giusto che non abbiamo parole”. Ciao, Rhemy.

