Bruce McLaren, il talento spezzato

McLaren ha festeggiato di recente i 60 anni del primo punto mondiale in Formula Uno. Da allora, una lunga serie di titoli iridati e di mondiali costruttori. Nulla sarebbe stato possibile senza il talento del fondatore, Bruce McLaren.
Bruce McLaren
Gioie e Motori

McLaren ha festeggiato recentemente il sessantennale del primo punto mondiale in Formula Uno. Era il 16 luglio 1966, si correva il Gran Premio di Gran Bretagna a Brands Hatch. Altri due punti sarebbero poi venuti nella penultima gara della stagione, a Watkins Glen negli Stati Uniti.

Da allora, una serie interminabile di titoli iridati, il primo nel 1974 con “El Rato” Emerson Fittipaldi, e a seguire i successi di James Hunt, Niki Lauda, Alain Prost, Ayrton Senna, Mika Hakkinen, Lewis Hamilton, fino a Lando Norris. Senza contare gli allori Costruttori. Si può affermare che la McLaren ha scritto la storia, anzi la leggenda, della massima Formula.

Tutto questo non sarebbe stato possibile senza il talento visionario del suo fondatore. Bruce McLaren nasce a Auckland, Nuova Zelanda, il 30 agosto 1937. Il ragazzo deve misurarsi con i dolori della vita molto presto. Ha appena nove anni quando rimane vittima di una patologia che l’avrebbe condotto con certezza ad un’esistenza da paraplegico. E invece grazie a cure intense, Bruce torna a camminare. E può dare libero sfogo alla passione che gli regala la frequentazione dell’officina del padre Les.

A ventuno anni è già vice-campione neozelandese con una Cooper Climax. Essendosi aggiudicato l’opportunità offerta dalla Federazione Neozelandese di approdare in Europa, allora più che mai l’empireo della massima Formula, si mette immediatamente in luce sotto l’ala di Jack Brabham, che con la Cooper Climax stava per vincere due Mondiali di fila. Il fiuto di Brabham aveva colto nel segno.

Bruce conquista a ventidue anni il suo primo Gran Premio, nel 1959 a Watkins Glen. È il record di precocità. Per lui, l’investitura solenne avviene al Gran Premio di Monaco 1962: il tortuoso e insidiosissimo circuito di Monte Carlo premia soltanto i campioni. La macchina, la Cooper “T60 – Climax”. È un dominio: solo il ferrarista Phil Hill, iridato in carica, gli arriva ad un soffio, 1” 300, mentre gli altri sono lontanissimi, l’altro pilota del Cavallino Lorenzo Bandini finisce terzo a 1’ 24” 100, con il resto della griglia doppiato.

Ma a McLaren non basta. È un conduttore sopraffino e possiede una preparazione tecnica impeccabile. Culla un sogno e lo realizza. Diventa costruttore e vince con la sua creatura, il 9 giugno 1968, il Gran Premio del Belgio, sulla pista di Spa – Francorchamps, l’Università dell’automobilismo sportivo. Alle sue spalle devono inchinarsi Pedro Rodriguez su BRM “P133”, Jacky Ickx su Ferrari “312/68”, Jackie Stewart su Matra “MS10 Ford Cosworth”.

Seguono la piazza d’onore in Canada a Mont Tremblant, nel Gran Premio vinto dal coéquipier Denis Hulme per una doppietta strepitosa McLaren, e l’altro secondo posto in Messico a Magdalena Mixhuca. Nel 1969 dominato da Stewart con la Matra, Bruce non vince gare ma una regolarità impressionante gli vale il terzo posto finale in Campionato.

Per lui, non solo Formula Uno. È sua, in coppia con Chris Amon, la “24 Ore di Le Mans” 1966, a bordo della Ford “GT40”, con le note polemiche innestate dall’arrivo in parata. Nella categoria “CanAm”, che si disputava in Canada e Stati Uniti, le McLaren fanno incetta di vittorie nel triennio 1967 – 1969.

Proprio una vettura CanAm è fatale a Bruce. Il 2 giugno 1970, a Goodwood, per un errore meccanico, diventa passeggero della macchina e la sua corsa finisce con l’impatto contro l’ex sede dei commissari di gara. McLaren non aveva compiuto trentatré anni. Ma la sua leggenda proseguirà con la scuderia che, ancora oggi, porta il suo nome.

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