“Naza”: il buio che ci riguarda

Nel documentario premiato a Venezia, ventiquattro membri dell'esercito israeliano raccontano anonimamente le operazioni militari da remoto a Gaza. In questa puntata della rubrica, Sara Colombini presenta il film di Yuval Abraham e Rachel Szor, al cinema fino al 30 settembre.
Naza
Incontri ravvicinati con AIACE

La parola “Naza”, nel gergo militare israeliano, significa “danni collaterali”. È con questo titolo che Yuval Abraham e Rachel Szor firmano il loro nuovo documentario dopo “No Other Land” (2024), indagando sulla quota di civili che l’esercito israeliano ha accettato di uccidere a Gaza per ogni obiettivo colpito dopo il 7 ottobre 2023. Presentato a Venezia 83, dove ha ricevuto 25 minuti di applausi e vinto il Premio Speciale della Giuria, il film è interamente ambientato di notte. Sui tetti di Tel-Aviv, ventiquattro membri dell’intelligence e dell’esercito, con il volto oscurato e la voce doppiata, raccontano le uccisioni di massa da remoto dei palestinesi a Gaza, tra strategie, metodologie e logistica. 

La guerra resta per quasi tutto il tempo fuoricampo, ad eccezione del finale, che assume il punto di vista delle vittime, riagganciando sguardo a una storia personale attraverso la verticalità di uno smartphone. Fino a quel momento, non si vedono bombe né morti. “Naza” sceglie di chiamarsi fuori dell’iconografia contemporanea bellica della tv e dei social che hanno assuefatto l’occhio umano, per osservare il conflitto da un’altra prospettiva, indagando sul prima e sul dopo, investigando i meccanismi organizzativi dell’apparato militare israeliano e interrogandosi su ciò che resta dell’umanità dell’umano dopo i massacri.

Un film girato sui tetti di Tel Aviv: “Era come un videogame”

Abraham e Szor concentrano l’attenzione su quella “zona di interesse” (tra i produttori, c’è anche Jonathan Glazer) tutta israeliana, sulla tranquilla quotidianità di chi la vive e su un racconto della storia oggettivato. Le parole degli intervistati sfiorano appena la vita delle vittime, per soffermarsi piuttosto sul ruolo attivo della tecnologia, dall’intelligenza artificiale ai droni, dalla sorveglianza alla raccolta dati, fino al controllo totale dei cellulari. L’algoritmo viene trattato quasi come un’autorità superiore: è la macchina a elaborare i bersagli e a calcolare le probabilità, riducendo l’intervento umano alla fredda convalida di un dato informatico. Attraverso schermi che offrono una mappatura totale del “nemico”, i dispositivi tecnologici finiscono per sterilizzare ogni forma di empatia. “Era come un videogame”, ammette uno degli intervistati, rendendo esplicita la decontestualizzazione dell’atto di uccidere, scivolato sul piano del gioco e dell’innocuo automatismo.

Il genocidio: una pratica burocratica e asettica

Con la missione di distruggere Gaza, i ventiquattro testimoni appaiono come gli anelli di una procedura sistemica: il genocidio diventa così una pratica burocratica e asettica, in cui ciascun esecutore si riscopre deresponsabilizzato da un sistema automatizzato. Dallo studio delle case per individuare i membri di Hamas, al controllo sulle presenze nell’edificio, fino all’analisi delle intercettazioni – in cui parole chiave come “tornare” o “papà” davano il via libera al bombardamento indicando il rientro dei padri – ogni passaggio culmina in un unico gesto impersonale: premere un tasto. Il margine di errore tollerato per un “naza” (la percentuale calcolata ed accettata di colpire un civile o annientare l’obiettivo sbagliato) era del 15%. Ma i “naza” ci sono stati e continuano a esserci. E se nella realtà queste vite “collaterali” hanno subito un processo di progressiva rimozione – ridotte a numeri, coordinate e puntini da cancellare -, il titolo del film tenta di ricollocarle al centro del nostro orizzonte critico, smascherandole per quello che sono state: un costo inevitabile ai fini della missione. In questo, la regia si sintonizza con linearità sulla freddezza del racconto: le inquadrature restano fisse, la colonna sonora si riduce al brusio distante della città e i silenzi si dilatano, come la rarità dei sentimenti che attraversano lo schermo.

Yuval Abraham e Rachel Szor
Yuval Abraham e Rachel Szor

Schermi di sicurezza e zone d’interesse

Tra la storia di un bombardamento e l’altro, gli intervistati raccontano momenti di vita quotidiana, come l’uscita sul balcone per fumare una sigaretta insieme al collega prima del rientro a casa. Mentre le parole scorrono, il montaggio inframezza inquadrature delle finestre di Tel Aviv, scorci di vita in cui della popolazione israeliana si vedono spesso solo frammenti di corpi: c’è chi cucina, chi riordina, chi è sdraiato sul divano. In queste case la televisione è quasi sempre accesa e trasmette immagini di guerra mediata, filtrate da uno schermo che garantisce la sicurezza ad appena 60 chilometri da Gaza. Poi ci siamo noi che guardiamo, testimoni attraverso un ulteriore riquadro: in questo, “Naza” sembra riprendere la provocazione di Glazer, per chiederci davvero quale sia la nostra zona di interesse, quanto continuiamo a starci bene e quanto siamo disposti ad attraversarla.

Il film è attualmente in sala, mentre da novembre sarà disponibile gratuitamente sul sito del Guardian, che lo ha prodotto. 

di Sara Colombini

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