Barbara Tutino, la pittrice dallo sguardo indipendente

Pittrice, scrittrice e ideatrice di eventi culturali, ha attraversato l’archeologia, il teatro e i luoghi della memoria mantenendo sempre uno sguardo autonomo, lontano da mode, confini ed etichette.
Barbara Tutino dipinge una lamierajpeg
Ritratti

Barbara Elter Tutino vive a Cogne, tra le montagne che hanno accolto la storia della sua famiglia e la sua scelta di tornare. Ma basta ascoltarla pochi minuti per capire che qualsiasi definizione identitaria le starebbe stretta.

Le radici, per Barbara Tutino, non sono mai state una gabbia. Sono piuttosto un punto di partenza. Da lì è cominciato un viaggio che l’ha portata in Mesopotamia come disegnatrice archeologica, nei cantieri di restauro, nelle fabbriche, nei boschi, nei santuari trasformati in spazi espositivi. Eppure, più ancora dei luoghi attraversati, a colpire è la libertà del suo sguardo: una curiosità inquieta che rifugge i conformismi e continua a interrogare il mondo senza accettarne passivamente le risposte.

“Più che libertà direi indipendenza. Avere indipendenza dai dettami”. È probabilmente questa la frase che meglio racconta la pittrice, scrittrice e ideatrice di eventi culturali che da decenni costruisce il proprio percorso artistico al di fuori delle mode e delle etichette.

Anche la parola artista, per esempio, non le piace: “Il termine artista a me dà estremamente fastidio. Trovo che sia abusato. Di artisti ne escono uno o due ogni tre secoli. Io sono una pittrice“.  Una dichiarazione che la racconta meglio di molte biografie, perché Barbara Tutino dipinge come vive: senza enfasi, senza necessità di apparire, senza il bisogno di costruirsi un personaggio.

Barbara Tutino il ritratto di oliviero toscani
Barbara Tutino il ritratto di Oliviero Toscani

Quando era bambina amava disegnare. “Tutti i bambini disegnano”, osserva. La differenza, forse, l’ha fatta una madre che ha saputo incoraggiare quella inclinazione e trasformarla in una strada possibile.

Da ragazza avrebbe voluto essere molte cose. “La scrittrice, l’attrice, l’archeologa”.  È stata davvero un po’ tutto. Ha lavorato come disegnatrice archeologica in Iraq, nelle campagne di scavo in Mesopotamia, ha vissuto e lavorato all’estero, ha attraversato esperienze diverse che hanno alimentato una curiosità mai sopita. Ma il filo che unisce tutto il suo percorso è rimasto sempre lo stesso: la ricerca costante di uno sguardo autonomo sul mondo.

Nata a Torino quasi per caso e arrivata a Cogne a un mese di vita, Barbara non ha mai coltivato particolari appartenenze.”Non ho nessun sentimento identitario, nazionalista, patriottico. È proprio una cosa che per me non esiste. Non dovrebbero esserci né frontiere né confini, tranne quelli naturali delle montagne”.

Parole che affondano le radici in una storia familiare straordinaria. Da una parte il nonno Franz Elter, direttore della Miniera di Cogne e protagonista della Resistenza valdostana; dall’altra il padre Saverio Tutino, partigiano, giornalista d’inchiesta, grande viaggiatore e fondatore dell’Archivio Nazionale dei Diari. Un’eredità importante, che non si traduce in slogan ma in un modo di guardare la realtà.

“Credo che il pensiero dei genitori, dei nonni, delle famiglie influenzi sempre e comunque le persone. Perché sono dei modelli, degli esempi”.

La memoria della Resistenza attraversa inevitabilmente anche il suo lavoro artistico. Non come esercizio celebrativo, ma come restituzione di volti e storie.

Tra le opere più significative c’è il ritratto di Aurora Vuillerminaz, la staffetta partigiana valdostana conosciuta da tutti come Lola. Un’opera realizzata su cartone molti anni fa e donata all’ANPI. “Io ho fatto solo il ritratto di Lola, quello su cartone” racconta parlando del documentario Dopo l’Aurora della regista Chiara Zoja. “Tanti anni fa l’avevo regalato all’ANPI, loro lo portano sempre in giro e Chiara è partita da quel ritratto”.

Nel film quel volto sembra quasi prendere parola. Diventa una presenza che accompagna il racconto di Aurora e, insieme a lei, quello delle tante donne che hanno contribuito alla lotta di Liberazione con il proprio coraggio, il proprio lavoro e una quotidiana resistenza spesso rimasta ai margini dei libri di storia. È una cifra che appartiene profondamente anche alla ricerca di Barbara Tutino: dare visibilità a ciò che rischia di essere dimenticato, restituire volto e dignità alle memorie collettive attraverso la forza dell’immagine.

Cogne continua a essere il luogo da cui tutto questo prende forma. “È il mio paese”, dice semplicemente. Senza idealizzarlo. Senza trasformarlo in una cartolina. Anzi, osserva con lucidità quanto siano cambiati i paesi di montagna. La solidarietà che caratterizzava il mondo dei montanari e dei minatori, spiega, era figlia di una vita condivisa e spesso segnata dalla fatica. Oggi molte cose sono diverse. Eppure, c’è qualcosa che continua a sorprenderla: “I drammi della natura scatenano l’umanità delle persone che si perde nella vita normale”.  Un pensiero maturato osservando le emergenze che la valle ha attraversato nel tempo e di cui Barbara è stata testimone in molte parti del mondo. “Riemerge l’umanità delle persone quando ci sono degli stati di emergenza”.

Forse è anche questa attenzione all’essenziale che si ritrova nei suoi lavori. Opere costruite spesso con materiali poveri e di recupero, capaci di trasformarsi in racconti visivi dove la pittura dialoga con gli spazi e con la memoria dei luoghi.

Lo dimostra anche il recente progetto dedicato a San Francesco. “Avevo voglia di fare il ritratto di San Francesco e l’ho fatto.”

Da quell’intuizione è nato un lavoro più ampio, costruito attorno al Cantico delle Creature. Ma ciò che la affascina davvero non è il singolo quadro.”Per me contano gli allestimenti. Mi piace moltissimo questa messa in scena finale”.  Le gallerie tradizionali la interessano poco. Le opere allineate una accanto all’altra non le bastano. Quello che cerca è una rappresentazione complessiva, quasi teatrale. “Secondo me proprio l’opera finale del tema prescelto è la rappresentazione”. Forse non è un caso. La madre, alla quale era legatissima, ha lavorato per oltre vent’anni in una compagnia di teatro-danza. “Ho avuto un rapporto proprio molto stretto con mia madre”, racconta. “È stata importantissima. Mio padre era sovente lontano per lavoro e lei è stata madre e padre per me”.

Alla fine dell’incontro resta l’impressione di aver incontrato una donna attraversata da molte vite: la ragazza che sognava di scrivere, la disegnatrice archeologica in Mesopotamia, la pittrice che espone nei luoghi più inattesi, la custode di memorie familiari e collettive. Ma soprattutto una donna che continua a difendere, con coerenza e discrezione, la propria indipendenza di pensiero.

Un’indipendenza che si ritrova nei suoi tratti decisi, nei colori capaci di generare luce, nella scelta di percorrere sentieri poco battuti e in quello sguardo curioso e penetrante che sembra non accontentarsi mai delle risposte semplici, continuando ostinatamente a cercare, dietro ogni storia, l’umanità che la rende viva.

 

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