Dalla genetica è giunta la conferma: le ossa ritrovate a Saumont sono di Giampiero Ugolin

19 Marzo 2018

La risposta che gli inquirenti aspettavano dalla metà dello scorso gennaio è arrivata. I pubblici ministeri Luca Ceccanti e Carlo Introvigne, co-intestatari del fascicolo, hanno ricevuto la relazione delle analisi forensi sulle ossa umane ritrovate da un Alpino durante un addestramento tattico nell’area di Saumont e le tracce genetiche, comparate con il Dna di una parente, mettono nero su bianco che quel femore e quel teschio appartengono a Giampiero Ugolin, ex dipendente delle poste e fotografo per passione, il cui nome era già emerso durante le indagini sulla vicenda.

Accanto alle ossa era infatti presente un revolver, non particolarmente recente, un Derringer calibro 6 degli anni settanta, che l’uomo deteneva legalmente e che quindi aveva condotto a lui tramite il numero di matricola. Non esisteva però la certezza che ossa ed arma appartenessero alla stessa persona e che oggi si sia arrivati ad una conferma chiarisce solo in parte il quadro. La vita di Ugolin, al di là delle testimonianze (ancora presenti in rete) delle sue apprezzate competenze fotografiche, è avvolta dalla stessa oscurità della camera in cui amava chiudersi per sviluppare e modificare manualmente i suoi “scatti”, che gli valsero anche la copertina di un manuale del noto software di ritocco fotografico “Photoshop”.

I Carabinieri del Nucleo investigativo, su mandato della Procura, hanno scandagliato l’esistenza dell’uomo, ma si sono trovati di fronte ad una sorta di “fantasma”. Di Ugolin mancano notizie da circa tre anni e risulta cancellato per “irreperibilità” dall’anagrafe aostana. Non pare avere intrattenuto legami stabili, chi lo ha conosciuto ha potuto riferire poco sul suo privato (e meno ancora sulla sua "scomparsa") e la parente, una sorella, rintracciata dagli inquirenti ha detto loro di non intrattenere rapporti assidui con lui, peraltro da prima che si perdessero le sue tracce pubbliche.

Le indagini, acquisita ufficialmente l’identità dell’uomo cui appartengono i resti, si concentrano a questo punto sulla metà del mistero che l’emergere del nome non illumina, vale a dire perché teschio e femore siano finiti in quel lembo di terra in riva al Buthier (peraltro ai piedi di una parete scoscesa). In “pole position” restano l’evento accidentale o il gesto volontario, suicida. Le ossa rinvenute, in particolare il cranio, non presentano fori da arma da fuoco, il che sembrerebbe allontanare la seconda ipotesi, ma i due sostituti del procuratore capo Paolo Fortuna e i Carabinieri comandati dal tenente colonnello Maurizio Pinardi non vogliono dare per scontata nessuna ipotesi e continuano a lavorare.

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