“Trasportiamo persone, non sacchi di patate”: i trent’anni in ambulanza di Salvatore “Turi” Agostino

La storia di Salvatore “Turi” Agostino, da trent’anni impegnato nel trasporto sanitario in Valle d’Aosta. Un racconto di cuore, famiglia e dedizione.
Turi Agostino
Ritratti

Ci sono vite che non fanno rumore, ma che lasciano tracce profonde. Non perché inseguano imprese straordinarie, ma perché ogni giorno, con naturalezza e semplicità, si mettono al servizio degli altri. Salvatore Agostino, da tutti conosciuto come Turi, appartiene a questa categoria silenziosa e preziosa. Da quasi trent’anni si occupa del trasporto dei malati in ambulanza.

Ieri ha compiuto cinquantasei anni e li ha festeggiati come gli viene meglio: lavorando. Una giornata qualunque, almeno in apparenza. Una signora anziana da prendere in una microcomunità, il trasporto in ospedale per accompagnarla a una visita, l’attesa e poi il ritorno nella struttura. Un gesto semplice, ripetuto mille volte, ma che per lui non diventa mai routine. “Trasportiamo persone, non sacchi di patate”, dice.

Turi è arrivato in Valle nel 1971. Aveva un anno. Nato a Varazze, origini calabresi: “Svedesi”, dice con un sorriso che racconta di un uomo che riesce ad avvicinarsi con facilità, con allegria e con semplicità. È cresciuto nel centro di Aosta, tra via De Tillier e via Lostan: “Quando le vie erano piene di famiglie numerose, di bambini che correvano, di porte che sbattevano e voci che rimbalzavano da un balcone all’altro. Era stra-abitato il centro di Aosta!”, ricorda. “Oggi in via Lostan restano soltanto mio papà e il nostro amico Romano”. Il resto ha cambiato pelle. Il tempo ha cambiato le storie di tante famiglie.

Nella storia di Turi c’è un lavoro arrivato quasi per contagio. Un amico, Andrea, faceva l’ambulanziere: ha iniziato ad aiutarlo, poi ha deciso di provarci davvero. È riuscito a comprare un’ambulanza e si è lanciato con il suo servizio privato. Era il 2000. Da allora quella professione è diventata la sua vita, come quella dei suoi fratelli che hanno cominciato a lavorare con lui per poi diventare componenti del 118. A lavorare con lui è rimasta Patrizia, la cognata.

Turi Agostino
Turi Agostino

Quando gli si chiede cosa serve per fare questo mestiere, non ha dubbi: «Io ho sempre detto che ci vuole cuore». Cuore per affrontare la sofferenza, cuore per non abituarsi mai, cuore per ricordarsi che dietro ogni chiamata c’è una storia. “Hai a che fare con persone malate o comunque fragili. Soprattutto anziani, con i quali ho un rapporto particolare”. Lo sa bene chi lo ha visto rapportarsi con loro: li chiama “i miei principali”, li coccola, cerca sempre di farli ridere o comunque di regalare loro un sorriso. “Sovente non hanno nessuno – dice –, molte volte hanno i figli lontani”. Lui riempie un vuoto, con naturalezza e con allegria.

E poi ci sono i pazienti che lo salutano per strada, quelli che gli mandano gli auguri, le colazioni preparate ogni mattina dalla moglie di un trapiantato che accompagnava a Torino. Piccoli gesti che diventano legami, che fanno di un lavoro un pezzo di vita. “Ognuno ti lascia qualcosa, ti insegna a diventare più umano, a capire quali sono le cose che davvero contano nella vita. Ogni giorno si impara qualcosa”.

Fuori dall’ambulanza, Agostino è soprattutto zio. “Ho sei nipotini, gli voglio un bene dell’anima. E loro a me”. È un rapporto forte, quotidiano, fatto di presenza, di trasferte a guardare la squadra del cuore – la Juventus –, di quella complicità che non si costruisce per caso ma che matura tra i legami di una famiglia.

Turi Agostino allo stadio
Turi Agostino allo stadio

Poi c’è Baffy, la cagnolina, una bassottina con cui sovente lo si incontra nel centro della città, e gli amici di sempre, quelli incontrati da piccolo nelle vie del centro, ma anche a calcio o a calcetto: grigliate, cene, bevute, quella socialità semplice che non ha bisogno di essere spiegata.

E poi c’è l’amore. Un amore arrivato all’improvviso, ma che ha dato una svolta alla sua vita. Ieri sera – mentre spegneva le candeline – Turi ha scelto di fare “la promessa” alla sua compagna. Le ha regalato un anello, davanti alla sua famiglia e a quella di lei. Tutti insieme a cena. Un gesto antico, quasi fuori dal tempo, che però gli somiglia: spontaneo, sincero, fatto con il cuore. Si sono conosciuti da poco, ma hanno già deciso di fare le cose sul serio. “Certe cose non cambiano”, dice. E forse è vero: ci sono modi di vivere i rapporti importanti che restano uguali. Fermi a consuetudini di un tempo, anche quando tutto il resto si muove.

Ancora una volta è il cuore a fare la differenza. Quello che mette in ogni trasporto, in ogni saluto, in ogni bacio chiesto per scherzo a un’anziana che gli vuole bene. Quello che ieri, nel giorno del suo compleanno, ha portato con sé alla tavola dove ha voluto riunire i suoi affetti più profondi, mentre ha iniziato un nuovo capitolo della sua vita.

3 risposte

  1. Grande Turi, persona meravigliosa, con un grande cuore, gli ammalati trasportati da lui ricevono sempre conforto, sorriso, con le persone anziane è molto dolce e soprattutto gentile, cerca sempre di confortare tutti. Alcuni colleghi dovrebbero imparare da lui…

  2. Un grande uomo, un grande cuore, così come tutta la sua famiglia, come grande donna era Rosa, la sua dolcissima mamma

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