Nel mese del Black History Month di cui quest’anno ricorrono i cento anni, gli spazi di Plus Aosta hanno ospitato ieri sera, nella sua terza edizione in Valle d’Aosta, un confronto con Daisy Osakue e il giornalista Davide Pellegrino.
In apertura di serata è stato citato il titolo di una delle celebri poesie del politico, reverendo e attivista americano Jesse Jackson, recentemente scomparso, I’m Somebody, un testo-manifesto che attraversa la storia dei diritti civili e che, ancora oggi, continua a risuonare come un’affermazione di identità e dignità. Un riferimento tutt’altro che casuale, capace di dare subito profondità e contesto all’incontro, inserendolo nel solco del Black History Month come spazio di riflessione sul riconoscimento, sull’autodeterminazione e sulla possibilità di raccontarsi senza etichette.
In questo clima di ascolto e confronto si è inserito il dialogo con Daisy Osakue, classe 1996, protagonista di un percorso sportivo e umano che va oltre la pedana del lancio del disco. Dai grandi appuntamenti internazionali ai record nazionali, fino alla costruzione di un’identità solida anche fuori dallo sport, l’atleta azzurra ha raccontato un cammino fatto di risultati, studio, scelte personali e colpi di scena che non hanno mancato di caratterizzare la sua vita, tanto da farle dire più volte che “della mia vita potrebbero farne una serie tv”.
La storia di Daisy Osakue, classe 1996, non inizia su una pedana di lancio. Inizia molto prima, con i suoi genitori, due atleti nigeriani che si incontrano grazie allo sport e decidono di scommettere su un futuro lontano da casa.

“I miei genitori sono arrivati in Italia per sport e amore. Mia madre era nella nazionale nigeriana di pallamano, mio padre in quella di judo. Si sono incontrati mentre preparavano gare internazionali”. L’Italia, e Torino in particolare, non era una tappa programmata, ma diventa il luogo in cui quella scelta prende forma, tra sacrifici e rinunce. “Credo che i miei genitori non si sarebbero mai aspettati che dopo trent’anni loro figlia potesse essere qua a raccontare un po’ della propria vita e vedere che i sacrifici fatti buttandosi in questo vuoto gigante potessero portare così tanto orgoglio”.
Torino, per Daisy, non è uno sfondo ma è la sua casa. “Torino è il mio ossigeno. Sono nata in zona San Salvario, quindi quando vado in giro sono “di Sanse””. Non c’è un altrove da lei idealizzato, né un doppio radicamento nostalgico ad una cultura africana che non ha mai conosciuto direttamente. “Non sono mai andata in Nigeria e non posso dire di avere immagini nel mio trascorso che mi facciano pensare che Torino sia qualcosa che non mi appartiene. Torino è casa mia”.
L’infanzia scorre tra normalità e piccoli dettagli che oggi diventano aneddoti da raccontare sorridendo. “Io da piccolina adoravo i pomodori, quelli di bue. Gli altri bambini avevano il gelato, io avevo i pomodori”. Una famiglia “non proprio normale”, come la definisce lei stessa, ma capace di trasmettere curiosità, apertura e una forte educazione al mondo.
Lo sport arriva presto, ma non subito l’atletica. Prima c’è il tennis, praticato per sei anni. “Il tennis è stata la mia prima passione”. Poi, quasi per caso, entra in scena l’atletica leggera. “Alle scuole medie facevamo gioco-atletica una volta a settimana e mia madre disse: perché non farla seriamente come preparazione atletica?”. Quella che doveva essere una scelta funzionale diventa una svolta. “Quel piccolo momento in cui ho iniziato a fare atletica mi ha veramente aperto un mondo”. Per una ragazza timida e chiusa, lo sport di squadra “diffuso” dell’atletica è anche un modo per trovare spazio. “Ero una bambina molto timida ma grazie all’atletica ho iniziato a conoscere persone più grandi, a fare gare, a vincere, a sentirmi parte di qualcosa“. Ad un certo punto l’atletica la porta ad un bivio e alla scelta se continuare con il tennis. “Mia madre mi chiese di scegliere e io scelsi atletica”. Una decisione non semplice, che inizialmente lascia ferite e dubbi, ma che col tempo si rivelerà definitiva.
Il corpo cresce, cambia, e Daisy sperimenta tutto. Prima gli ostacoli, la velocità, poi il peso, e il disco. “Avevo otto microfratture da stress ai piedi, ero molto aggressiva sugli ostacoli”. Poi, quasi per caso, arriva il disco. “Ho vinto il campionato italiano di categoria praticamente a caso, senza allenamento e la mia allenatrice mi disse se volessi dedicare più tempo agli allenamenti”. All’inizio lo rifiuta. “Io mi dicevo ma ti pare che voglio lanciare un piatto? Io faccio la regina degli sport, la velocità”. Ma il disco resta lì, pronto ad aspettarla.
Col tempo, diventa una scelta tecnica e identitaria. “In una disciplina tecnica un millesimo di secondo cambia tutto. Non credo di aver mai fatto due lanci uguali”. E soprattutto diventa una questione di carattere. “Io non sono né forte né alta, ma quando vado in gara e non sono impaurita ho una cazzimma molto grande. Sono come una zanzara fastidiosa. Arrivo, nessuno mi considera, e poi do fastidio“.

Parallelamente cresce anche il peso di non sentirsi pienamente riconosciuta nel paese dove è nata e cresciuta. Prima dei 18 anni infatti Daisy non è cittadina italiana. “Potevo gareggiare, ma non per l’Italia”. La federazione nigeriana la chiama, ma il padre dice no. “La Nigeria non è il tuo paese, il tuo paese è l’Italia“. Una scelta dura, incomprensibile all’inizio. “Per tanto tempo ho avuto rancore ma in realtà aveva ragione”.
La cittadinanza italiana arriva a 18 anni, insieme alla prima convocazione in azzurro. “La prima volta che ho cantato l’inno di Mameli è stata emozionante. Per tutte le altre squadre io ero l’italiana, anche se in realtà lo ero da solo sei mesi”. È un momento di passaggio che chiude un’attesa lunga e spesso dolorosa.
Poi arriva l’America, un’occasione che si apre tramite un messaggio di un tecnico di un’università nel Texas. “Ho visto che lanci davvero male, ma hai un grande margine di miglioramento”. Che sia stato un insulto o un complimento Daisy lo va a scoprire direttamente oltreoceano. Segue una borsa di studio, il Texas, l’università, una nuova vita. “Io ero considerata l’italiana. In Italia ero la straniera nigeriana, in America ero italiana, in Nigeria italiana”. Negli Stati Uniti Daisy studia, si laurea in Criminal Justice, osserva da vicino la società americana e il periodo politico del primo mandato Trump. “L’Italia è molto più aperta degli Stati Uniti. Loro si sono dimenticati della loro storia. Storicamente abbiamo una storia di integrazione, di multiculturalità, di cambi di ogni tipo nel nostro paese. Per me integrazione non vuol dire accettare il nero se sei bianco. Integrazione vuol dire che, nella comunità in cui vivi, tutti fanno parte della stessa famiglia”.
Il suo sguardo non è ideologico, ma complesso, costruito sull’esperienza diretta. Intanto la carriera sportiva esplode con record, finali, Olimpiadi. Ma anche crolli emotivi. “A volte mi vedevo allo specchio e vedevo solo un fallimento”. La salute mentale diventa un tema centrale anche nel suo percorso sportivo e di crescita. “Sto imparando lentamente a non criticarmi troppo”. Si àncora ad una frase di John Locke: “La conoscenza deriva dall’esperienza” che più volte le ricorda che anche i fallimenti sono fasi esperienziali utili per crescere.
Oggi Daisy Osakue è un’atleta affermata, ma soprattutto una voce consapevole. Continua a studiare, a parlare, a esporsi. “Con pazienza e attivismo intelligente si può cambiare qualcosa“
Inevitabile, per lei, la domanda sull’episodio avvenuto a Moncalieri, quando nel 2018 è saltata alle cronache per il lancio dell’uovo che l’ha colpita a un occhio rischiando di rovinare non solo la partecipazione agli europei, ma anche la sua carriera nel corpo della guardia di finanza
“Credo che in tutte le interviste fatte fino probabilmente all’anno scorso io abbia sempre anticipato di non voler parlare di questa cosa perché stavo cercando veramente di cancellarla. Mi rendo però conto che fa parte della mia vita e della mia storia ed in un certo senso è stato anche il modo in cui le persone mi hanno conosciuta”. Un episodio accaduto in un momento storico italiano in cui l’immigrazione era diventata il tema clou del momento e dove si parlava solo di immigrazione, di sbarchi e di barconi. “In quei momenti non ero più Daisy ma sono diventata l’immagine del nero, dell’immigrato, dello straniero. Nonostante tutto, sono entrata in finale e sono arrivata quinta al mio primo Europeo. È stato il mio modo di rispondere.”
Una storia la sua, fatta di sport, studio, famiglia, città, cadute e rilanci, una serie lunga ancora in corso in cui la protagonista ha imparato a stare al centro della scena.
