Se, come ha detto Teresa Grange dell’Università della Valle d’Aosta, l’obiettivo dell’ateneo è di “promuovere culture, favorire il dialogo ed aprire alcune tematiche anche ad un pubblico più vasto”, con la conferenza “Il restauro di Notre-Dame de Paris” il risultato è stato raggiunto in pieno. L’iniziativa, presentata nell’ambito delle attività dell’Alliance Française Vallée d’Aoste nell’ambito delle Journées de la Francophonie 2026, promossa dalla Presidenza della Regione e dall’Alliance Française, in collaborazione con l’Ordine regionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori, ha visto Philippe Villeneuve, architetto capo della ricostruzione della celebre cattedrale parigina dopo il devastante incendio del 15 e 16 aprile 2019, dialogare con Carlo Blasi, architetto italiano e unico non francese a far parte dell’équipe.
Un dialogo frizzante, ironico, che ha coinvolto ed interessato il pubblico di specialisti e non, dove non sono mancate le battute, le frecciatine e le risate, ma anche gli aspetti più tecnici legati ad un lavoro – letteralmente – monumentale chiuso quasi miracolosamente in cinque anni, con la riapertura nel dicembre 2024. “Io non avrei mai pensato di farcela”, ha confessato scherzando Blasi, “ma ci hanno minacciati di spedirci per punizione all’Ile de la Réunion in caso contrario”. “Macron ha avuto l’intuizione geniale di dire che ce l’avremmo fatta in cinque anni (i cinque anni più meravigliosi della mia vita) per non far calare la pressione e l’attenzione. Ma è stato possibile solo grazie alle risorse economiche – 840 milioni di euro, tutti derivanti da donazioni – ed umane, con una squadra di una quarantina di persone a struttura piramidale, con un’età media di circa 30 anni. I miei pulcini”, dice Villeneuve, che ha donato una medaglia commemorativa a tutti i lavoratori coinvolti.
L’incendio di Notre-Dame aveva colpito tutto il mondo per il suo impatto devastante su un luogo simbolo, “la cattedrale d’Europa”, una chiesa “che appartiene all’umanità intera”, spiega Christine Valeton, presidente dell’Alliance Française Vallée d’Aoste. “Il più grande restauro del 21° secolo”, lo ha definito il presidente della Regione Renzo Testolin, sottolineando “che stiamo facendo delle riflessioni con l’assessore Lavevaz sul restauro di importanti monumenti valdostani”.
Non unico cantiere, ma trenta cantieri con 250 imprese all’opera (“questo è il vero miracolo di Villeneuve”, lo stuzzica Blasi), che hanno iniziato fin da subito a lavorare per la messa in sicurezza della struttura, la pulizia dai detriti, i lavori di rinforzo. “È come se l’architetto medievale che l’ha progettata avesse lavorato per questo giorno: alcuni elementi fondamentali della struttura non sono caduti, evitando così un crollo stile castello di carta. Una cattedrale gotica si muove in continuazione, è dinamica, era importante bloccare i movimenti degli archi con delle nervature”, ha spiegato Villeneuve.
Il grosso del lavoro di Blasi è stato quello di garantire la stabilità, rinforzando impalcature per poterle smontare pezzo per pezzo. Un’impalcatura interna che, come lui stesso spiega, “pesava 780 tonnellate”. Due sono le firme “concrete” di Villeneuve presenti in Notre-Dame: i muri lasciati volontariamente ancora anneriti nella travatura, e la statua di un gallo.
Villeneuve ha colto l’occasione anche per togliersi alcuni sassolini dalle scarpe su alcune “stupidaggini” circolate sia sulle cause dell’incendio (“il film di Jean-Jacques Annaud è pieno di bugie”), sia sull’inquinamento successivo (“lo sanno tutti che il piombo è pesante e non vola, quindi è impossibile che abbia inquinato fino a Rouen”). Ma, soprattutto, per una “battaglia” che sia lui che Carlo Blasi hanno portato avanti per far prevalere l’aspetto storico, monumentale dell’opera, rispetto a quello burocratico e normativo di alcuni sistemi di valutazione, incontrato soprattutto durante il restauro della guglia, suscitando gli applausi a scena aperta del pubblico.
