Un pubblico composto in maggioranza da donne, si è trovato ieri, sabato 30 maggio, nel Teatro di Plus per la seconda giornata de La grande invasione, il festival letterario che abiterà la città di Aosta fino a questa sera.
Sul palco Benedetta Tobagi, scrittrice, giornalista e storica. Tra i suoi oggetti di studio gli anni Settanta, il terrorismo e lo stragismo; la resistenza e i diritti delle donne.
L’incontro si apre con una testimonianza: una lettera di Teresa Mattei datata 25 aprile 1945 appena mezz’ora dopo la liberazione di Torino e di Milano. Per lei il 25 aprile è una data come un’altra, è all’interno di un’ondata di eventi e bisogna già pensare al dopo. Invita a trasformare i gruppi di difesa della donna in “Unione delle donne”. L’obiettivo è organizzarsi in vista del voto.
“Che cosa percepivano di importante? Che per le donne con la liberazione non era finito niente. La lotta continuava: bisognava ottenere il diritto a votare e a essere elette”.
A partire da questo spunto, Benedetta Tobagi ripercorre, accompagnata da documenti d’archivio e fotografie, le difficoltà e i movimenti delle donne italiane a conquistare il voto attivo e passivo.
Che cosa volevano?
“Le donne volevano affiancarsi agli uomini nella democrazia progressiva. La liberazione era arrivata e loro erano ancora fuori dalla legge. Qual era il loro programma? Chiedevano parità salariale, le scuole riscaldate per i loro figli, la tutela della madre lavoratrice, la possibilità di partecipare alle assemblee, di essere assunte e di ricoprire un qualsiasi impiego. E, soprattutto, il suffragio universale.”
“Il voto alle donne? Inchiesta e notizie”
Dopo aver ripercorso la storia e l’importanza del suffragismo, Tobagi racconta di un’inchiesta di Unione femminile sottoposta ad alcune personalità importanti del contesto italiano in merito al voto delle donne. Molti erano contrari o molto cauti: il voto poteva essere eventualmente concesso alle amministrative, ma non alle politiche. Tra i contrari anche molti intellettuali “di sinistra”: le donne erano troppo soggette al pensiero del prete e c’era il pericolo di un risultato reazionario.
A questi Ada Negri, poeta, risponde: “Se può andare a votare il mio portinaio, non vedo perché non debba andarci anch’io”.
La verità è che “l’altra metà” da una parte fa paura, dall’altra fa gola ai partiti.

Propaganda misogina: niente che non sia ancora attuale
L’accesso alle donne alla politica è un problema. Tra gli argomenti che sostengono questa tesi ci sono: il pericolo per la tranquillità familiare; le donne che si impegnano in politica sono brutte; le donne poi assomigliano di più agli uomini. C’è anche una questione di moralità: le donne si occupano di politica, della “cosa pubblica” allora diventano “donne pubbliche”.
Benedetta Tobagi mostra alcune vignette satiriche dell’epoca. Non sono troppo diverse da quelle che compaiono ancora oggi.

Lo so, la pupazza!
Le donne però non si fermano: sono unite nella lotta per il diritto al voto. Ottengono prima quello per le amministrative, attivo e passivo, e poi quello attivo per le politiche e, infine, il suffragio universale per le persone sopra i 25 anni. L’occasione è quella per la scelta tra la Monarchia e la Repubblica del 2 giugno 1946.
“Per fare sì che le donne andassero a votare c’è stato un lavoro grandissimo da parte delle attiviste. Le donne non andavano alle assemblee nelle piazze: non erano abituate e gli uomini a casa non le lasciavano. Bisognava andare a trovarle nei posti che frequentavano: porta a porta, nei mercati, nei cortili, dentro casa. Bisognava spiegare come si doveva fare, provare, ripetere. “La pupazza” era l’immagine che rappresentava la Repubblica ed era così che veniva chiamata a livello popolare.”

Per capire l’importanza e l’emozione di quel momento, Tobagi riporta una citazione della scrittrice Anna Banti: “In quel 2 giugno che, nella cabina di votazione, avevo il cuore in gola e avevo paura di sbagliarmi fra il segno della repubblica e quello della monarchia? Forse solo le donne possono capirmi e gli analfabeti”.
L’affluenza fu altissima, pari all’89% degli aventi diritto e, in alcuni casi, il numero di donne votanti fu superiore a quello degli uomini.
In sala un applauso. Le “draghe”, così verranno chiamate le donne attiviste di quel periodo dalle loro compagne successive, hanno dato il loro esempio e lasciano quell’eredità ancora a noi.
