Niente più “patentino” per i rifugi, inizia una nuova epoca

10 Giugno 2022

Oltre alle temperature elevate e alle belle giornate di sole, la stagione estiva oramai alle porte promette di riservare ai rifugisti valdostani un rilevante cambiamento di paradigma nello svolgimento quotidiano del loro mestiere: il 2022 sarà infatti il primo anno di soppressione ufficiale dell’obbligatorietà di opportuna abilitazione per gestori di rifugi, attiva in passato ma definitivamente abrogata grazie dall’articolo 18 della legge regionale numero 37 del 30 dicembre del 2021. Tale ulteriore passo avanti nell’adeguamento delle normative valdostane a quelle nazionali permetterà a quanti desiderino creare un rifugio ex novo oppure subentrare alla propria famiglia o al passato proprietario nella gestione di una struttura preesistente di avvicinarsi al mestiere senza attestazione o conseguente iscrizione in un albo professionale oramai presente unicamente in Valle d’Aosta.

L’abilitazione non serve più

“L’iter regionale per l’accesso a tale qualifica richiedeva la frequentazione di un lungo e impegnativo corso di formazione di 200 ore che, non prevedendo un’organizzazione regolare e annuale, finiva con il lasciare a mani vuote e in costante attesa coloro che desideravano trasformare quella di gestore di rifugio nella propria carriera futura – ha osservato il presidente del Gruppo gestori rifugi, Andrea Benedetti -. Ovviamente, a seguito dell’introduzione di tale obbligo, alcuni degli albergatori già in essere hanno potuto godere di una sanatoria che ha concesso loro tale attestazione dopo aver presenziato ad alcune giornate informative e istruttive“.

Fino a 6 mesi fa per gestire un rifugio era necessario avere un’abilitazione ed esser iscritti ad un albo

Poiché l’ultima serie di lezioni teoriche e sul campo, un vincolo formativo a detta di molti divenuto insostenibile a causa della mancanza di ambedue fondi economici e adesioni in numero sufficiente, ha avuto luogo tra il 2009 e 2010 salvo poi andare nella direzione di una soppressione provvisoria quasi decennale, molti aspiranti rifugisti valdostani hanno deciso di affiancarsi a colleghi e altre figure terze abilitati che permettessero loro di svolgere la propria professione senza qualifiche scritte.

“In assenza di nuovi corsi già antecedentemente il 2016, data di inizio della mia attività di gestore, come molti altri ho scelto di appoggiarmi a uno dei miei soci che, essendo dotato del patentino di rifugista in quanto guida alpina, mi ha permesso di ovviare alla mancanza e di rendere effettivo il servizio della nostra struttura – ha raccontato uno dei numerosi proprietari che, scettico circa la possibile riapertura dei bandi, ha come molti altri imboccato la via dell’affiliazione a un collaboratore iscritto nell’apposito albo -. Il nostro rifugio si avvicina molto a quello che può essere un albergo di alta montagna votato all’accoglienza di trekkers e camminatori, perciò è per nostra fortuna esente da tutte quelle dinamiche di rischio quali il recupero degli alpinisti in parete o la gestione delle emergenze più gravi che impongono lezioni e aggiornamenti continui ad altri edifici di maggior altitudine e con caratteristiche paesaggistiche piuttosto estreme“.

La mappa dei rifugi valdostani – www.rifugivaldostani.it

Essendo i gestori di rifugi una categoria lavorativa già di per sé sottoposta ai medesimi obblighi sanitari e amministrativi di ristoratori e albergatori, l’imposizione di tale attestazione ha negli anni impedito a quanti volessero avvicinarsi al mestiere di farlo in tutta serenità e libertà, riducendone drasticamente il numero e costringendo peraltro molti preposti a coadiuvare più strutture contemporaneamente.

“Tale titolo, stabilito tempo fa sulla scia di una vague nell’individuazione di figure e nell’organizzazione di corsi che si assommassero a quelli già in essere, risultava di fatto del tutto inefficace e inutile ai fini commerciali e professionali poiché ciò che insegnava andava a sovrapporsi alle ordinarie prassi cui sono vincolati coloro che si occupano di accoglienza e somministrazione – ha commentato l’Assessore ai Beni culturali, Turismo, Sport e Commercio, Jean-Pierre Guichardaz -. Accortici che la Regione non era più in grado di sostenere tale iter abilitativo che andava a creare condizioni di diversificazione e scollamento rispetto al resto dell’Italia, abbiamo deciso di comune accordo con il Gruppo gestori rifugi di attuare un’operazione di semplificazione volta da un lato ad ampliare le possibilità di operare e dall’altro lato a eliminare vincoli amministrativi che minavano equità, rapidità ed efficienza della macchina amministrativa”.

Rifugi, bivacchi e posti tappa

In Valle d’Aosta sono numerosi gli amatori escursionisti e gli appassionati alpinisti che scelgono di trascorrere i propri fine settimana e le proprie vacanze estive immersi nella natura incontaminata di un paesaggio montuoso: baite moderne circondate da laghi, sentieri e alte vette, i rifugi valdostani sono la meta perfetta per coloro che desiderano godersi la placida tranquillità che la montagna sa offrire senza per questo rinunciare all’agio e al comfort di una stanza di albergo o alle raffinate pietanze di un buon ristorante di livello.

Rifugi, bivacchi e posti tappa
Le strutture escursionistiche e alpinistiche in Valle d’Aosta

“A oggi, nonostante alcune strutture particolarmente avvantaggiate dal punto di vista delle condizioni di innevamento e delle opportunità di accessibilità riescano a restare aperte lungo tutto il corso dell’anno, soltanto una ventina di rifugi sfrutta appieno la stagione scialpinistica primaverile, mentre altri optano per un’apertura limitata ai soli weekend di maggiore affluenza attendendo il periodo che oscilla tra il 15 e il 20 di giugno per l’avvio della piena stagione estiva – ha spiegato Benedetti -. Site tra i 2000 e i 3500 metri di altezza e distinte tra le facilmente accessibili strutture escursionistiche e le più ostiche strutture alpinistiche, esse risultano omogeneamente distribuite su tutto il territorio regionale e offrono così ai visitatori una vasta gamma di scelte tra vette e paesaggi diversi od opportunità di raggiungimento a piedi o in auto“.

Andrea Benedetti

Accanto ai soli rifugi, per loro natura molto similari a hotel di montagna e opportunamente dotati di servizi di ristorazione e camere private, le vallate valdostane ospitano due ulteriori tipologie di locali adibiti ad accoglienza escursionistica e alpinistica distinti per dimensioni nonché per qualità e quantità delle prestazioni ricettive offerte.

“Gli alpinisti che desiderino ristorarsi e riposarsi dalla fatica dell’ascesa per un tempo generalmente limitato alla sola nottata senza pretendere comodità o intimità possono soggiornare all’interno di uno dei nostri 68 bivacchi fissi di alta montagna, ripari non custoditi e dotati di scarse attrezzature ma comunque fondamentali per ricaricare le energie necessarie a proseguire il proprio percorso – ha chiarito Benedetti -. Sono invece predisposti per un pernottamento maggiormente confortevole e talvolta prolungato i nostri 24 posti tappa escursionistici o dortoirs, forniti di pochi posti letto e cucine complete e dedicati tanto a coloro che si trovano a passeggiare su itinerari escursionistici in quota quanto a coloro che sognano un ritiro totale tra le cime valdostane“.

Rifugio Chivasso – Foto di Massimiliano Riccio

Vuoi per dinamiche burocratiche controverse, vuoi per ritardi nella manutenzione delle strutture, alcuni dei 48 rifugi totali che costellano le cime della regione saranno quest’anno costretti a rinunciare alla stagione estiva o quantomeno ad accontentarsi di un’apertura soltanto tardiva: accanto al rifugio Chivasso di proprietà del Comune di Valsavarenche e al rifugio Bonze di proprietà del Comune di Donnas – l’uno impossibilitato a lanciare il bando per la nuova gestione ma speranzoso di riuscirvi entro l’estate e l’altro invece alle prese con un concorso completamente andato a vuoto ma auspicabilmente rilanciabile in inverno -, figura anche il rifugio Città di Vigevano nella valle di Gressoney, attualmente nelle mani del Cai di Varallo Sesia e fermo nella sua attività dal 2012; nemmeno i più piccoli Boccalatte-Piolti della Val Ferret e Dalmazzi di Courmayeur saranno quest’anno in grado di aprire le proprie porte a valdostani e turisti poiché, come dichiarato dagli stessi responsabili del Cai di Torino suo proprietario, “mentre il primo necessita di manutenzioni di tipo tecnico che non abbiamo intenzione di avviare sino a che non avremo reperito un gestore ufficiale che possa aiutarci nell’effettuazione dei lavori e nel successivo mantenimento delle condizioni ottimali di attrezzature e apparecchiature nuove, il secondo, chiuso oramai da due anni, potrebbe essere utilizzato quantomeno come bivacco invernale fruibile in caso di ascese temporanee o improvvise condizioni meteorologiche avverse in attesa di una definitiva riprogrammazione dei prossimi interventi per la quale avremo ben due stagioni di tempo”.

Rifugio Boccalatte – Foto di Alessandra Borre

Il ruolo del Club alpino italiano

Sul totale delle 48 strutture rifugistiche aderenti al Gruppo gestori rifugi, ben 17 risultano di proprietà delle sezioni valdostana e non del Club alpino italiano, che è peraltro storico possessore di 32 bivacchi sparsi su tutto il territorio regionale.

Piermauro Reboulaz

“Tra il 1996 e 2001, il comparto aostano del Cai ha amministrato in prima linea alcuni dei suoi rifugi in quota ma, a partire dai primi inizi degli Anni 2000, ha scelto consapevolmente di sottrarsi alla gestione e di affidarla invece, tramite bandi di concorso e contratti privati, a individui ed enti esterni, andando tuttavia a occuparsi del finanziamento e dell’esecuzione di lavori di ristrutturazione e interventi di manutenzione vari – ricorda il presidente del Cai della Valle d’Aosta, Piermauro Reboulaz -. Nonostante spesse volte si tratti di edifici sottoposti a grande deperimento dovuto all’altitudine, i quali abbisognano di costanti adeguamenti alle normative e operazioni di riqualificazione che rendono praticamente nulli i fondi ricavati dal loro affitto dei quali il Cai può servirsi per le proprie iniziative, la vendita di tali immobili non soltanto violerebbe i principi morali dell’associazione e la memoria storica di coloro che li hanno custoditi un tempo, ma implicherebbe la ricerca di un corretto acquirente resa difficoltosa dall’impegno e dalla presenza costante che il mestiere di rifugista implica”.

Sophie Barailler

Anche se contrattualmente appartenente al Cai locale, il rifugio Crète Sèche di Bionaz è dai primi Anni ’80 nelle mani della medesima famiglia, che se ne occupa da 3 generazioni con la dedizione e lo spirito di iniziativa della guida alpina e sindaco suo creatore Ettore Bionaz.

“Appassionato alpinista convinto della necessità di una struttura di questo tipo in una zona che sino a quel momento ne era sprovvista, mio nonno ne è stato il primo gestore ma, dopo aver perso la vita in un grave incidente sul Monte Cervo, ne ha passato le redini dapprima a mia madre e alle sue sorelle, ancora adolescenti e inadatte a un lavoro così duro e impegnativo, e successivamente a un nostro cugino, che lo ha tenuto per circa 15 anni – riporta la ventitreenne Sophie Barailler, che da 3 anni ha assunto la guida di quel rifugio di famiglia che oramai sente come casa propria -. Dopo una partenza in sordina dovuta alle chiusure primaverili imposte dalla pandemia, le cose sembrano andare sempre meglio sia grazie all’allentamento delle misure preventive per il Covid sia grazie alle migliorie apportate all’organizzazione del lavoro, nel quale il Cai e con il suo presidente, peraltro parroco di Bionaz e affezionato conoscente, ci sostengono e ci aiutano”.

il rifugio Franco Chiarella allAmianthe gestiti dai soci dellassociazione

Rappresenta invece una curiosa eccezione il rifugio Franco Chiarella all’Amianthé, sito nella Conca di By di Ollomont e gestito direttamente da circa 40 degli oltre 700 soci totali del Cai di Chiavari che da ben 45 anni alternano la propria presenza in loco per la stagione estiva.

Ivano Cabona presidente del Cai di Chiavari

“Di effettiva proprietà del Cai di Torino, il rifugio nasce come piccola capanna invernale in legno e, a seguito di numerose ristrutturazioni finanziate dal Franco Chiarella che ne porta il nome, assume la sua forma attuale tra il 1975 e il 1976 e avvia la sua attività grazie alle azioni di volontariato dei nostri membri e alla tenacia del loro coordinatore Rino Valle – spiega il presidente del Cai di Chiavari, Ivano Carbona, anticipando la novità con cui quest’anno l’associazione ha voluto arricchire quella che essa definisce come la propria punta di diamante, un binocolo panoramico astronomico che permetta alla clientela di osservare arrivi e cordate durante il giorno e di ammirare le stelle durante la sera -. Dopo l’ascesa anticipata di una squadra di apertura, composta da 6 persone che si occupano di gestire il trasporto di materiale tramite elicottero, nei giorni a venire la struttura viene affidata ad altre squadre di 3 o 4 persone dotate di diversi livelli di esperienza nel settore che restano settimanalmente in quota raddoppiando il personale interno nei weekend”.

Francesca Zanivan con il marito Stefano

Un sogno costruito da zero

Dopo anni trascorsi tra idee, progetti e investimenti, il 1º agosto del 2020 il sogno di Francesca Zanivan, nata e vissuta a Cogne nonché dettasi innamorata del proprio paese e delle proprie vette, ha finalmente preso forma con l’inaugurazione del rifugio Grauson nel vallone di Gimillan, che al momento si appresta ad affrontare la terza stagione di attività.

“È stata l’esperienza decennale vissuta nel rifugio Miserin di Champorcher ad avermi convinta che gestire una struttura di proprietà nella mia vallata nativa fosse la mia strada e, spronata ad abbracciare questo progetto nonché aiutata a conciliare famiglia e impiego sia dai miei genitori sia da mio marito, mi sono lanciata in questa sfida con tanta intraprendenza e tanta voglia di fare – racconta la giovane -. Il Grauson non è il frutto di una ristrutturazione bensì della costruzione ex novo di un edificio all’avanguardia particolarmente avvantaggiato dall’assenza di altri punti d’appoggio turistici nei dintorni, dalla possibilità di essere raggiunto in giornata e dal grande ventaglio di scelte che sa offrire quanto a sentieri e percorsi nel verde“.

Rifugio Grauson

Eppure, gestire un rifugio, soprattutto se di alta quota, non è semplice e richiede numerosi sacrifici che non tutti si dicono disposti a compiere: la stessa Zanivan non manca di sottolineare, accanto alle grandi soddisfazioni che il mestiere le regala da quasi una decina di anni, le proprie molteplici rinunce a una vita normale che tuttavia non pare mancare né a lei né ai suoi figli, questi ultimi spinti a sfruttare al meglio il periodo di soggiorno a Gimillian godendosi l’aria aperta e stringendo amicizia con i coetanei italiani e stranieri che hanno modo di incontrare e conoscere.

Francesca Zanivan con Diana Costantini e Dayna Giuffrè

“Il nostro regime di apertura è vincolato alla sola stagione estiva, ciò che ci costringe alla permanenza in loco per un tempo limitato ai 6 mesi durante il quale i ritmi di attività sono decisamente sostenuti e l’occupazione è quasi totale tra preparazione delle camere, servizio ristorazione e accoglienza degli ospiti e durante il quale ci troviamo impossibilitati a concederci pause durante le festività o nei fine settimana oppure vacanze al mare o anche solo periodi prolungati fuori Valle – ha commentato l’albergatrice -. Si tratta di un mestiere molto difficoltoso, riservato a quei pochi che riescono a percepirlo come una sorta di vocazione e che sanno creare e soprattutto mantenere con i propri dipendenti un clima di convivenza e lavoro positivo, ma sicuramente insegna a cavarsela da soli con problematiche e imprevisti vari e rende ogni giornata che trascorro in quota una vera e propria avventura“.

Un’eredità decennale

Accanto a coloro che sono approdati al mestiere di rifugista con l’interesse e la dedizione di chi vi aspira da tempo, c’è anche chi si è affacciato alla professione vincolato dalle scelte della propria famiglia, storica proprietaria di rifugi dei quali essi non hanno che potuto prendere le redini.

La famiglia Mapelli

“Sito nel parco nazionale del Gran Paradiso e in passato utilizzato come una delle cinque residenze di caccia di proprietà della casata dei Savoia, nel 1920 il rifugio Vittorio Sella è stato dapprima acquistato e successivamente donato al Club alpino italiano dall’allora presidente Emilio Gallo, che ha poi deciso di dedicarlo all’amico fotografo e alpinista biellese che tuttora ne porta il nome – ha raccontato Jean Mapelli, albergatore cognein a tempo pieno da quasi 30 anni -. Giunta quest’anno a spegnere ben 100 candeline, la struttura, anche se resa debole sul versante alpinistico dalla catena montuosa antica e friabile sua sede che impedisce agli alpinisti di cimentarsi in temerarie scalate, risulta al contrario un ottimo punto di appoggio a livello escursionistico, avvantaggiato dai molteplici percorsi di trekking che vi si ricongiungono oltre che, grazie alla sua strategica ubicazione immersa nel verde, un riferimento naturalistico ricchissimo di flora e fauna locali“.

Jean Paul Barrel

Costruito invece negli Anni 30 come caserma poi acquistato e ristrutturato dal Cai, primo a donargli che la sua funzione di rifugio, il Mario Bezzi di Valgrisenche è da circa 40 anni sotto la gerenza della famiglia Barrel, che lo ha ampliato nelle dimensioni e modernizzato nella conduzione affidandolo infine all’attuale proprietario Jean-Paul.

“Quando il rifugio è passato nelle mani dei miei genitori io avevo soltanto 7 anni e, lentamente, ho potuto notare importanti cambiamenti nel mestiere sia per quando riguarda i basilari aspetti di amministrazione giornaliera, attualmente facilitati dalle nuove tecnologie, sia per quanto riguarda la clientela, in passato circoscritta ai soli alpinisti che si servivano della struttura unicamente per riposare dalla fatica dell’ascesa nelle sue grandi camerate e ora allargata a tutti gli amanti del trekking in generale, i quali, dopo essersi cimentati in semplici e corti tragitti, pretendono di trascorrere la notte in stanze singole o famigliari completamente attrezzate per le loro esigenze – ha osservato il rifugista valgrisein -. Resta il fatto che l’offerta rifugistica è stata protagonista di un lento ma costante miglioramento fatto di rimaneggiamenti e adeguamenti che hanno trasformato i sobri edifici di un tempo in autentiche baite di lusso capaci di donare alla clientela sempre maggiori servizi e sempre maggiore cura per allestimenti interni e ristorazione, ciò che ha finito con il penalizzare coloro che non hanno saputo far fronte alle richieste dei propri ospiti rinnovando e svecchiando il mestiere di famiglia ma mantenendo al contempo quel sentore di tradizione tanto apprezzato dai visitatori“.

Una nuova generazione di rifugisti

Tra strutture storiche ed edifici di nuova costruzione, costellano il panorama rifugistico valdostano anche alcune proposte che associano all’antichità del proprio immobile una gestione giovane ed entusiastica nonché consapevole e attenta agli immediati bisogni degli avventori.

Alex Campedelli

“È stato sufficiente farmi le ossa per il primo anno tra ordini di materiali vari e prenotazioni di soggiorni, per i quali la professione di ingegnere che ho svolto per 12 anni ha sicuramente aiutato, per trasformare un’iniziale incertezza in una vera e propria valvola di sfogo per la mia passione per la montagna, nata all’università grazie ad alcuni amici biellesi e in seguito rafforzatasi a forza di scalate sulle pareti della mia amata Courmayeur – ha raccontato Alex Campedelli, gestore da appena un anno e mezzo di un rifugio Monte Bianco di recentissima ristrutturazione ma già convinto di trasformare quello di rifugista nel suo futuro impiego alternandolo al suo impegno di guida alpina ed elisoccorritore -. Se nell’inverno del 2020, a causa dello stop forzato imposto agli impianti sciistici e del periodo di lockdown volto a contrastare il dilagare del virus, la nostra chiusura è stata definitiva, con l’estate è iniziata una ripresa che da allora è sempre stata in salita e che ci ha condotti a una passata stagione ottima dal punto di vista dell’affluenza, che speriamo di poter replicare con l’apertura annuale grazie alle visite garantiteci dal passaggio attorno al massiccio del Monte Bianco dei trekkers del Tour du Mont Blanc“.

Rifugio Monte Bianco

Mentre per alcuni rifugi, forti della presenza degli habitué valdostani, il flusso turistico è rimasto costante anche durante la pandemia, per molti altri la quantità di prenotazioni stagionali ha subito una drastica battuta di arresto nelle due scorse stagioni provocata dai limiti all’attività turistica generati tanto dall’incertezza della situazione epidemiologica quanto dall’impossibilità di effettuare spostamenti tra regioni e paesi diversi.

“Il turismo di montagna strettamente inteso va riscontrando, nell’ultimo periodo, un incremento dell’afflusso dettato sia dalla volontà delle persone di ottenere ristoro e frescura nei mesi più caldi sia dall’espansione di alcuni settori sportivi come trail, mountain bike e sci, una flessione che ha saputo infondere una spinta alla nostra regione e compensare almeno in parte l’accorciamento climatico della stagione invernale a favore di uno speculare ampliamento di quella estiva – ha osservato Julien Pramotton, che, dopo una lunga esperienza rifugistica e spinto dalla sua stessa vena sportiva, cinque anni fa ha scelto di lanciarsi assieme alla sorella Valérie nella gestione del rifugio Ferraro nella Val d’Ayas, allargandone il periodo di attività ad alcuni momenti della stagione invernale -. Con la sola esclusione di una difficile parentesi Covid, siamo entrambi soddisfatti di essere approdati a questa carriera e, nonostante il poco tempo libero e la mancanza di interazione nei mesi più caldi, una stagione primaverile e una autunnale di pausa ininterrotta e l’occasione di guardare all’evoluzione e alla lenta crescita della nostra struttura in chiave più accogliente e piacevole alla vista ci ripagano sicuramente di ogni sforzo“.

Rifugio Ferraro

Rifugi e cambiamenti climatici

Oasi del silenzio dove respirare l’aria pura della montagna, i rifugi valdostani sono da sempre la destinazione prediletta di escursionisti desiderosi di concedersi una passeggiata circondati dalla natura oppure di alpinisti pronti a sfidare se stessi e le proprie capacità su sentieri e pareti irti di insidie: eppure, nemmeno le medie e alte quote che li ospitano possono dirsi esenti dai pesanti effetti dei cambiamenti climatici che interessano l’intero globo e che stanno tuttora mettendo in ginocchio anche una regione in passato ricchissima di risorse idriche.

Rifugio Chabod

“Se già nel 2021 i primi disagi sono stati riscontrati attorno al 20 di agosto, a oggi, reduci da un inverno privo di precipitazioni e da una primavera sofferente per la siccità, la situazione rischia di farsi drammatica – ha commentato Andrea Benedetti, a sua volta capofila assieme alla moglie del rifugio Federico Chabod di Valsavarenche da oltre 32 anni -. Per nostra fortuna, per il momento nessuna struttura è stata costretta a chiudere i battenti, ma la recessione dei ghiacciai e lo svuotamento precoce di acquedotti e sorgenti sono difficoltà che, se non prontamente affrontate, potrebbero costringere molti albergatori a interrompere definitivamente il proprio servizio“.

Scarsità idrica, scioglimento precoce dei ghiacci, assenza di innevamento e aumento delle temperature medie sono soltanto alcune delle problematiche che i gestori locali hanno dovuto affrontare nel corso degli anni e che rischiano di minare alla base la loro attività minacciando molte strutture con l’ombra della chiusura.

“Durante il periodo scialpinistico primaverile abbiamo purtroppo lavorato poco e male a causa della mancanza di neve che ci ha ostacolati nell’organizzazione delle consuete gite sui ghiacciai, quest’anno arretrati di molto rispetto al passato – ha puntualizzato Sophie Barailler, esprimendo non poco timore verso la concreta preoccupazione di un tempestivo esaurimento delle risorse idriche della zona attorno al suo Crète Sèche -. Qualora dovessimo effettivamente prosciugare sia le già scarse riserve di neve sia le nostre personali scorte di taniche di acqua messe da parte per la primavera, queste ultime utilizzate anche per il funzionamento della centralina idroelettrica che ci rifornisce di corrente, saremmo senza alcun dubbio costretti a rinunciare alla stagione estiva”.

Ancorché arrendersi alle repentine e inaspettate variazioni climatiche e agli effetti che esse provocano sul paesaggio alpino (ne abbiamo parlato nei mesi scorsi con gli esperti dell’ARPA Valle d’Aosta, in una lunga intervista in diretta streaming che trovi qui sotto, ndr) alcuni rifugisti hanno scelto di rimboccarsi le maniche e di impegnarsi con ingegno e spirito di rinnovamento continuo per far fronte a un’emergenza capace di privarli della loro stessa passione professionale.

“Senza fare eccessivo affidamento sulla sorgente a monte del rifugio che ci procura costantemente acqua, il Grauson è stato progettato in chiave sostenibile e dotato di pannelli solari per servizi ed energia elettrica, eventualmente sostituibili o compensabili dai generatori unicamente in caso di emergenza – ha raccontato la giovane Francesca Zanivan -. Data la nostra assoluta predilezione escursionistica, siamo convinti che i cambiamenti climatici non soltanto non possano interferire quanto ad accesso o ad assenza di mezzi primari ma possano altresì rappresentare per noi un’occasione di ulteriore sviluppo favorita da quelle giornate miti e calde che invogliano persino i turisti più scettici a salire ad altitudini elevate“.

Anche i rifugi valdostani più longevi hanno dovuto, con il tempo, adeguare le proprie strutture oramai storiche alle esigenze messe in campo dalle complicazioni nell’approvvigionamento quotidiano di acqua ed elettricità.

“Mentre sino a qualche anno fa il bacino idrico accumulato durante l’inverno bastava lungo il corso dell’intera stagione estiva, nell’ultimo periodo è divenuto raro persino arrivare a inizio agosto, una condizione che ci ha spinti a convertirci dal gasolio alle fonti energetiche rinnovabili – hanno dichiarato Jean Mapelli e Jean-Paul Barrel, i quali hanno installato nel rifugio Vittorio Sella e nel rifugio Mario Bezzi rispettivamente pannelli solari e turbine idroelettriche -. La speranza è che l’indipendenza elettrica totale dell’edificio sia sufficiente ad affrontare questa stagione climaticamente secca e ventosa, durante la quale non ci resta che cercare di adeguarci e modulare il nostro lavoro in base alle disponibilità concesseci da questo tempo capriccioso“.

Rifugio Vittorio Sella

Anche coloro che hanno scelto di affiancare al proprio mestiere di rifugista un impegno lavorativo sintomo del proprio grande amore per la montagna hanno potuto constatare con stupore le drammatiche conseguenze che i cambiamenti climatici hanno reso riscontrabili anche ad altitudini particolarmente elevate: giovane guida alpina da 12 anni, Alex Campedelli ha infatti ammesso di non rammentare, nel corso della sua lunga carriera, crolli così significativi del bacino idrico valdostano e ha espresso non poco timore per il peggioramento che questa estate apparentemente capricciosa potrebbe apportare.

“Nonostante una delle caratteristiche che rende il rifugio anomalo rispetto ai suoi simili coincida proprio con l’autonomia idrica garantitagli dall’acquedotto dal quale ci riforniamo abitualmente, ragionando nell’ottica della riduzione degli sprechi e dell’ottimizzazione delle risorse in chiave più sostenibile, questo inverno abbiamo scelto di installare 25 fotocellule che regolino automaticamente l’accensione e lo spegnimento della luce nei bagni e nei corridoi al passaggio della clientela – ha rivelato il gestore del rifugio Monte Bianco -. Tra i progetti futuri che speriamo di poter portare a termine, vi sono la creazione di un sistema con docce a gettoni e la conversione a un impianto fotovoltaico per elettricità e acqua calda, ambedue misure di difficoltosa realizzazione ma sicuramente necessarie a far fronte all’attuale emergenza climatica“.

Anche Valérie e Julien Pramotton hanno dovuto affrontare numerose problematiche legate alla costruzione di un nuovo acquedotto nei pressi della loro struttura, il quale però, a causa di persistenti gelate invernali e flusso idrico sporadicamente interrotto, rischia di lasciare il rifugio Ferraro in balia di una situazione metereologica del tutto fuori controllo.

“Sensibili al discorso ambientale sia a livello privato che professionale, io e mia sorella abbiamo deciso di modificare non soltanto la conformazione esterna del nostro rifugio ma anche la nostra condotta giornaliera per tentare di agire in una direzione maggiormente green – ha concluso il rifugista -. Oltre a sfruttare al massimo le molte ore di sole garantiteci dall’esposizione a sud dell’edificio, opportunamente dotato di pannelli fotovoltaici che nella soleggiata estate scaldano l’acqua dei sanitari e dei termosifoni e nel più ombroso inverno sono sostituiti da una caldaia a gasolio di consumo pari a quello di una qualsivoglia abitazione della bassa Valle, siamo quasi totalmente plastic-free, prediligiamo saponi e prodotti per l’igiene di provenienza esclusivamente naturale e ci serviamo unicamente di ortaggi, carne e materie prime alimentari a chilometro zero provenienti, nei limiti del possibile, dai nostri stessi giardini o da rivenditori di fiducia“.

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