Chiara Francini si è raccontata al pubblico del Teatro Splendor di Aosta, ospite della Saison Culturelle, con un monologo potente e senza filtri che mette a nudo fragilità, desideri e contraddizioni della nostra epoca.
«Il gioco è la cosa più bella che ci sia, stasera voglio giocare con voi». È da una frase come questa, sospesa tra ironia e verità, che ha preso forma lo spettacolo portato in scena martedì 24 febbraio allo Splendor da Chiara Francini, con la regia di Alessandro Federico e le musiche originali eseguite dal vivo da Francesco Leineri.
Tratto dall’omonimo libro dell’attrice, “Forte e Chiara” diventa in scena un one woman show che attraversa esperienze personali e riflessioni collettive: dall’infanzia nel contado fiorentino fino alla piena affermazione della propria identità femminile. Intrecciando autobiografia e osservazione sociale, Francini ripercorre le tappe di un’esistenza che lei stessa definisce «straordinariamente normale».
Il tono è diretto, confidenziale: sembra di ascoltare un’amica brillante che, tra una battuta e l’altra, sceglie di aprire il proprio cuore senza maschere. Il pubblico si trasforma nello specchio arancione della casa dei nonni, davanti al quale giocava da bambina. Eppure, dietro l’apparente spontaneità, si avverte una struttura solida, un ritmo attentamente costruito che accompagna lo spettatore dentro una narrazione emotivamente coinvolgente.
La scena, essenziale, lascia spazio alla voce e al corpo dell’attrice, veri strumenti di un racconto che parla di identità, aspettative sociali, amore, maternità mancata o desiderata, solitudine e bisogno di riconoscimento. A sostenere e valorizzare questo percorso narrativo contribuiscono anche i cambi d’abito, che segnano simbolicamente le diverse fasi del racconto, e l’abile uso delle luci: tonalità calde e avvolgenti nei ricordi d’infanzia, colori dinamici nei momenti ironici o più graffianti.

Una presenza scenica magnetica
Francini domina il palco con energia frizzante e consapevolezza. Ogni gesto è misurato, ogni sguardo cerca quello del pubblico, instaurando una complicità che rende lo spettacolo vivo e coinvolgente.
Particolarmente significativo è il ruolo della musica, che accompagna l’attrice per tutta la durata delle due ore e diventa parte integrante del racconto: da “La Santa Caterina”, evocazione delle recite scolastiche alle elementari, fino alle sonorità disco che fanno da sfondo ai racconti delle serate in discoteca. Il risultato è un equilibrio riuscito tra comicità e introspezione.

Un racconto che parla a tutti
Lo spettacolo prende avvio anche dal punto di vista della madre, dalla quale Francini afferma di aver ereditato una «naturale predisposizione al dramma», e affronta temi universali: la ricerca di sé, il confronto con le aspettative altrui, il bisogno di sentirsi «abbastanza» in una società che pretende costantemente sicurezza e performance impeccabili.
Particolarmente intenso è il ricordo della co-conduzione al Festival di Sanremo, esperienza che diventa snodo simbolico nel suo percorso umano e professionale, così come il tema della maternità mancata, raccontato con una sincerità che evita ogni forma di facile retorica.
Francini non ha paura di mettersi a nudo: provoca, si espone, ironizza su se stessa e sulle contraddizioni contemporanee. Nel farlo, offre al pubblico uno sguardo profondamente umano e realistico sul proprio percorso di vita.
«I sinistri mi volevano nera, i maldestri mi volevano rossa. Io sono venuta Chiara». È con questa frase che si chiude uno degli ultimi momenti narrativi dello spettacolo. Il lungo applauso finale, insieme ai numerosi consensi che hanno accompagnato le due ore di rappresentazione, conferma la riuscita di un lavoro capace di divertire e far riflettere.
di Francesca Stroppa
