“La Fiera per me è la cosa più bella, è unica al mondo, non ce n’è un’altra”. Nelle parole di Giovanni Thoux, uno dei più grandi artisti — o meglio artigiani, come preferisce definirsi — del legno valdostani di sempre, si legge tutta la nostalgia per le Fiere passate. Per quei “giorni di festa, in cui si incontravano gli amici e si stava insieme tra scultori”, ma che col tempo erano diventati sempre più difficili da reggere. “Finché si è giovani si può sopportare di stare al freddo per due giorni”, racconta l’artigiano verrezziese, “ma ormai ho 91 anni e alla mia età è inutile che continui. Poi conservo troppo il ricordo della Fiera di prima, con gli amici che poco alla volta non vedevo più, mentre iniziavo a non conoscere più nessuno di chi esponeva. La vita è fatta di momenti: dopo cinquant’anni bisognava saper finire e cominciare un’altra cosa”.
Non si tratta di buoni propositi caduti nel nulla. Dopo due anni di assenza, Thoux è tornato davvero in Fiera, ma l’ha fatto in modo diverso, adattando la sua arte alle contingenze fisiche in cui si trova. Così, nella mostra La Foire des savoir-faire, a cura del MAV (Museo dell’Artigianato Valdostano) – Artisanà, ospitata presso la saletta espositiva della Collegiata dei Santi Pietro e Orso di Aosta, si potranno ammirare anche gli esempi di un nuovo savoir-faire a cui Thoux si è dedicato negli ultimi tempi: la pittura. “Scolpire iniziava a darmi troppo dolore alle articolazioni, così ho deciso di produrre delle tavole illustrate. Già prima sapevo disegnare, perché è imprescindibile per realizzare le sculture. Poi sono stato il primo a colorare il legno: alla Fiera nei primi tempi ero molto criticato per questo, perché mi si diceva che i valdostani di una volta non lo coloravano. Io rispondevo che non era vero e che bastava andare in qualsiasi chiesa valdostana: non c’è un santo che non sia colorato”.
Le tavole, già in parte esposte la scorsa estate alla Maison La Tour di Verrès, ritraggono quel mondo contadino di una volta che Thoux ha conosciuto bene durante l’infanzia e che nei suoi ricordi è legato alla frazione Ruelle di Montjovet, da cui proveniva il padre. Dalla semina delle patate alla panificazione, i rituali della cultura rurale valdostana sono i temi su cui l’artista è tornato e ritornato nelle sue opere: “Da bambino ho vissuto momenti che sono rimasti per sempre impressi nella mia memoria. Mi ricordo soprattutto la fatica: quando portavo le mucche al pascolo, non guardavo mai le montagne. Solo dopo me ne sono innamorato e le ho scalate, ma quando si è poveri non c’è il tempo di guardare la bellezza della natura: esiste solo l’asprezza del lavoro”.
Accanto alla cultura materiale e contadina, c’è poi la profonda vena religiosa inscritta nella vita dei villaggi valdostani di una volta. Una religiosità che ritorna insistentemente nelle opere di Thoux, la cui adolescenza è trascorsa presso i Salesiani, prima a Ivrea e poi a Torino. Così, in una tavola l’artista reinterpreta le vetrate gotiche istoriate, realizzando un’ideale vetrata tutta valdostana, dove si affastellano oggetti tipici dell’artigianato locale. Nella tavola accanto, si staglia invece la figura di Sant’Orso — a cui Thoux è per ovvie ragioni legato — circondata dagli elementi che ne contraddistinguono l’agiografia: il sarcofago, la mano benedicente, la chiesa col chiostro e due vignette con gli episodi del dono del sabot e del vino ai poveri e ai malati.
Artigiano e non artista per scelta, Thoux è legato a un modo di concepire la creatività distante dai modelli odierni: “A me piace fare cose che anche i bambini possono capire, perché allora significa che qualcosa è rimasto impresso nella loro fantasia. Non critico chi dipinge linee astratte e macchie: se loro riescono a tirare avanti con quello fanno bene, ma a me interessa che, quando uno vede una mia opera, sia colpito dalla composizione”.
Una poetica, questa, che Thoux ha messo a punto in anni e anni di pratica, formandosi all’Istituto salesiano “Conti Rebaudengo” di Torino, e lavorando per quindici anni in Giappone nell’industrial design all’Ikuei Polytechnic di Tokyo, per poi tornare a Verrès a partire dal 1971, facendo rivivere l’atelier artigiano dei nonni. “Quando sono tornato ho cambiato il modo di lavorare dei miei fratelli e ho messo in pratica quello che avevo appreso nel disegno industriale. Poi, nel tempo libero, ho iniziato a scolpire quello che mi piaceva, partendo dalle sculture di santi e madonne in stile valdostano”. Nasce in quegli anni la passione per l’intaglio delle radici, a cui il suo nome resta per sempre legato: “Nei boschi trovavo queste escrescenze alla base degli alberi di cui non sapevo bene cosa fare. Poi ho iniziato a interpretarle e vedevo che avevano successo, finché altri hanno iniziato a copiarmi e allora è stato più difficile trovarne nei boschi!”.
Reinventarsi continuamente: questa sembra essere la chiave della straordinaria carriera di Thoux. E questo è anche il consiglio che lascia alle nuove generazioni di artigiani valdostani: “Bisognerebbe evitare di copiare troppo gli altri e cercare di inventare qualcosa di nuovo. Per differenziarsi bisogna studiare e impegnarsi, ma poi servono anche delle idee: spesso non manca la manualità, ma si tende a copiare sempre di più da foto o sculture già esistenti. Una volta, guardando verso la Porta Pretoria dall’Arco di Augusto, si riusciva a dare il nome alle opere anche solo guardando da lontano. Ora invece si vedono spesso banchi tutti uguali ed è sempre più difficile distinguere la mano degli artigiani”.
Quella mano Thoux la riconosce, invece, osservando un paniere scolpito dall’amico Giulio Vuillermoz, esposto accanto alle sue tavole. “È stato un mio vicino di banco in Fiera, guarda che intreccio, io non riuscirei mai a fare qualcosa del genere!”. Passeggiando tra le tavole e indicando le sue preferite, Thoux ha tanta voglia di raccontarsi. E anche se non sarà presente fisicamente nella saletta della mostra durante i giorni della Fiera, il 30 e il 31 gennaio dalle 10 alle 17 resteranno le sue tavole a raccontare al posto suo la sua arte.







