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Eugenio Finardi allo Splendor, cartoline da un viaggio iniziato 50 anni fa

Il cantautore milanese ha aperto il suo 2026 dal vivo ieri, venerdì 16 gennaio, ad Aosta per la Saison Culturelle. Un concerto che mostra la solidità delle radici cantautorali, ma anche la capacità di guardare a suoni nuovi ed interessanti.
Cultura

Salutato sui social il 2025 come “straordinario” – sull’onda del “magico triennio di Euphonia Suite”, che “mi ha ridato energia e autostima”, ma anche dell’uscita dell’album “Tutto”, “maturo e radicato in mezzo secolo di esperienza, ma fresco e proiettato nel futuro” – l’anno nuovo per Eugenio Finardi si è aperto dal vivo con una data ad Aosta, per la Saison Culturelle. Nel “tutto esaurito” dello Splendor, il cantautore milanese ha mostrato la solidità delle radici, ma anche la capacità di guardare avanti, liricamente e pure dal punto di vista dei suoni.

Il concerto di ieri, venerdì 16 gennaio, ha preso il via proprio dalla tappa più recente in studio, con “Tanto Tempo fa”. La voce di Finardi, arrivato a 73 anni (e 50 dal primo album in studio), resta avvolgente, accompagnato da chitarra, tastiere e batteria. Da subito si capisce che le atmosfere sono quelle che fanno sì che molti fans guardino a lui come al “Neil Young Italiano”. Da “Tutto” arriveranno anche “Bernoulli” (“la seconda canzone di un album è quella a cui un artista è affezionato”) e una non frequente dal vivo “Futuro”.

L’affinità (che forse sarebbe meglio chiamare complicità) con il chitarrista Giovanni “Giuvazza” Maggiore è evidente, d’altronde l’ultimo disco è un lavoro condiviso tra i due, anche dal punto di vista compositivo. La critica l’ha salutato come “un testamento musicale e spirituale” e una “fusione di cantautorato classico e sperimentazione contemporanea” e, sentirne parti dal vivo, spiega perché. I testi sono quelli che il rocker esplora dai tempi di “Diesel” e “Sugo”, ma l’accento musicale di “Giuvazza” ricorda che un assolo al momento giusto è importante quanto liriche poetiche.

Il viaggio musicale di Finardi ha sempre avuto uno sguardo cosmopolita e così propone anche “Uno di noi”, la cover in italiano di “One of us” di Joan Osborne. Allo show aostano si affacciano anche i ricordi di un percorso iniziato nella Milano di metà anni ’70, in cui “non era facile vivere”. Ivan Graziani (di cui in Saison è da poco passato il figlio Filippo) viene salutato e omaggiato con l’interpretazione della sua “Il prete di Anghiari”, momento dagli accenti sonori tra i più robusti della serata.

Non mancano poi (e sarebbe forse blasfemo, con una carriera simile ad un manifesto, che include anche tre volte al Festival di Sanremo) i grandi classici. Tra gli altri, ma le menzioni non sono esaustive, ecco “La forza dell’amore”, “Le Ragazze di Osaka”. Nel crescendo finale, “La Radio” (chiusa dal commento “Per un’informazione libera, sempre…”, perché gli artisti esistono per dire delle cose) ed “Extraterrestre”, cantata in coro da buona parte del teatro.

Ti diresti che non c’è niente da aggiungere, ma quando nel foyer, chiuso lo show da un momento, con il cantautore a manifestare disponibilità al suo pubblico, un fan gli dice “complimenti per tutto quello che scrivi e che hai scritto”, lui si schernisce scaramanticamente: “e che scriverò”. E, vedendolo ancora a parlare con alcuni spettatori sul marciapiede davanti allo Splendor, mentre rincasi in auto, speri proprio che sia così.

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