Cultura e spettacolo

Ultima modifica: 8 Marzo 2019 10:27

La poesia valdostana e le sue donne in mostra alla biblioteca regionale

Aosta - Gerbe de poétesses ha raccontato e cantato le più grandi poetesse valdostane. L'esposizione sarà visitabile fino al 30 marzo.

Gerbe de PoétessesGerbe de Poétesses

Sul finire del 1800 si avvicinarono al mondo della poesia alcune donne valdostane, pioniere e coraggiose avventuriere in una dimensione fino ad allora controllata e dominata dal genere maschile. I profili di queste poetesse sono quelli di donne forti, consapevoli e un po’ rivoluzionarie, espressioni di una condizione, quella di donna, non sempre semplice o leggera, ma rivoluzionarie nel loro esprimersi e far sentire la loro voce

.A raccontarle, nella serata di giovedì 7 marzo in Biblioteca Regionale, Iris Morandi, aiutata da Lilliana e Sandro Boniface e dalla loro musica. Tante le donne poetesse menzionate durante l’incontro Gerbe de Poétesses, tra cui Eva Pellissier, Soeur Scholastique, Maria Ida Viglino, Magui Bétemps anche se un pensiero viene rivolto a Ida Désandré, mancata il giorno prima e ricordata tra gli applausi del pubblico.

Difficile poter spiegare, in poche ore, cosa queste poetesse hanno rappresentato per un’intera regione e ancor di più per un patrimonio immateriale come la poesia, la lingua e la tradizione di un popolo. Per agevolare la comprensione Iris Morandi ha scelto 3 poetesse diverse tra loro, ma accomunate dall’impegno che hanno profuso nel tramandare e difendere l’utilizzo del patois e del francese negli ambienti della poesia: Eugénie Martinet, Anaïs Ronc Désaymonet e Armandine Jérusel.

La prima, esponente dell’Aosta bene e di una famiglia da sempre al centro della vita culturale del capoluogo, già madre del politico Giulio Dolchi, riuscì a portare la poesia valdostana anche nei salotti milanesi, venendo descritta da Montale con parole di stima e ammirazione: “..la sua è una poesia valligiana, ma aperta al senso dell’universo”. Il suo spirito libero caratterizzò la sua esistenza e il suo ritorno alle origini viene descritto appieno nelle sue composizioni, ma al centro dei suoi lavori vi era sempre una rivendicazione del suo essere libera e donna. La sua produzione, prima in italiano, poi in francese e per finire in patois venne letta anche nella città meneghina e apprezzata dai più grandi, aiutata da un momento molto favorevole per i dialetti che all’epoca non erano più considerati come un ostacolo per l’apprendimento dell’italiano, ma un’espressione libera del popolo.

Se la Martinet non fu propriamente una poetessa del territorio, anche se il patois fu lo strumento per lei di ricongiungersi con la Valle, diversa è la questione per Armandine Jérusel, che, con la sua poesia, riuscì a esprimere il suo totale e incontrastato amore per la sua terra. Nata nel 1904 a Aymavilles divenne insegnante e si oppose ferocemente al fascismo, rimanendo coerente con la sua visione dell’insegnamento del francese. Fu anima e braccio operativo del Comité des Traditions, come ricorda affettuosamente la Morandi: “Si occupava di tante cose, dal Flambeau al recupero delle quote dei soci. Era sempre in sede e sempre pronta a scrivere dei piccoli poemetti per le occasioni speciali o le ricorrenze e soprattutto dotata di un fascino di altri tempi”. La sua poesia descrive un mondo di campagna che ormai non esiste più, ma che riesce a vivere attraverso le sue parole con forza celebrativa potente e delicata al tempo stesso. Esempio raffinato di salvaguardia del patois, la produzione della Jérusel è un esempio di come il tempo è cambiato: nelle sue poesie le azioni della campagna e i termini per descriverle raccontano di un mondo lontano e bucolico che è cambiato rapidamente.

Simile a Armandine, ma diametralmente opposta per percorso personale Anaïs Ronc Désaymonet, conosciuta da tutti come Tanta Neïsse, originaria di Arpuilles visse il suo spostamento ad Aosta come un piccolo trauma, che descrisse in alcuni suoi scritti, restituendo bene l’idea di cosa significasse all’epoca spostarsi da una zona di montagna al capoluogo. Le sue vicende personali la vedono vicina al partito fascista nel periodo della seconda guerra mondiale e poi sedere, dal 1949 al 1955, in Consiglio Regionale, tra le fila dei socialisti-progressisti, cambiamento di casacca difficile da capire, ma in linea con la sua vocazione per gli ultimi: donne, bambini e malati. L’eredità che Tante Naïsse ha lasciato ai valdostani è fatta di poesie, ma soprattutto di 5 volumi per l’apprendimento scolastico che all’epoca erano l’alternativa agli Chez Nous dal taglio più religioso. Cresciuta in una famiglia modesta e di origini agricole, al centro della sua produzione è sempre presente la riconoscenza nei confronti del nucleo famigliare che le permise di continuare gli studi e diventare insegnante. Di lei si diceva fosse rivoluzionaria, ma soprattutto molto devota alla causa delle donne libere e indipendenti, come recita la sua poesia “La valeur dì Feumale”, dove scrive che la cosa peggiore è che le donne debbano sempre sorridere e piangere di nascosto. L’attualità delle parole di queste donne è importante alla vigilia dell’8 marzo e fa capire che per trovare degli esempi di donne forti non serve andare troppo lontano, perché anche in Valle d’Aosta, e in periodi non troppo semplici, ci sono state donne che hanno fatto la storia.La piccola esposizione del foyer della Biblioteca Regionale è visitabile fino al 30 marzo.

 

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