“Sbatti il mostro in prima pagina”: il caso Tortora raccontato da Attilio Romita

La rassegna Babel, al castello di Sarre, ricorda il clamoroso errore giudiziario che nell’83 coinvolse il popolare conduttore televisivo di Portobello. Attilio Romita e Arnaldo Colasanti hanno rievocato la vicenda con l’aiuto di spezzoni di tg dell’epoca.
Romita Attilio
Cultura

“E’ toccato a lui, ma poteva capitare a chiunque”. In questa semplice frase è racchiuso il senso profondo di una serata come quella svoltasi al castello di Sarre, interamente dedicata a Enzo Tortora. Al tema scelto per la prima edizione della rassegna Babel, ovvero l’esilio, ben si adatta la singolare e tragica vicenda del giornalista e conduttore televisivo, finito suo malgrado al centro di un caso eclatante di malagiustizia. La sua storia è stata raccontata da Attilio Romita, volto noto del telegiornalismo italiano, e dal giornalista Arnaldo Colasanti, a cui è spettato l’onore e l’onere di presentare gli incontri organizzati nell’ambito di Babel.

Enzo Tortora viene arrestato una notte di giugno dell’83, con l'accusa di associazione per delinquere di stampo camorristico. A incriminarlo sono le dichiarazioni di alcuni pentiti, poi rivelatesi false, e un’agendina trovata nell’abitazione di un camorrista, con sopra scritto un nome che sembra essere il suo, affiancato a un numero di telefono. Il nome in realtà è differente, e anche il recapito telefonico non corrisponde a quello di Tortora. Incredibilmente, l’inconsistenza delle prove non scalfisce l’impianto accusatorio, e l’odissea giudiziaria di Enzo Tortora ha inizio.

Durerà diversi anni. “I giornali fecero a gara nel dichiararlo colpevole, e anche io, che all’epoca mi facevo le ossa in una redazione barese, commisi degli errori” ha ammesso Romita raccontando la vicenda davanti al pubblico assiepato nella sala delle corna del castello di Sarre. “Ho appreso moltissimo da quella storia. La lezione fondamentale che ne ho tratto è questa: mai cedere alla tentazione del facile sensazionalismo”.

Durante la serata sono stati proiettati alcuni spezzoni di telegiornali e di un’inchiesta televisiva di Giovanni Minoli sull’argomento: dagli stralci delle cronache dell’epoca appare evidente come l’opinione pubblica, condizionata da una campagna mediatica evidentemente colpevolista, avesse già condannato il popolare conduttore televisivo. Tortora finì nel tritacarne del più grande maxiprocesso della storia italiana, assieme ad altre 856 persone, tutti presunti camorristi. Un centinaio erano omonimi, e vennero rilasciati dopo qualche mese di galera. Meno di un terzo, alla fine, vennero riconosciuti colpevoli. Tortora, noto personaggio della televisione, divenne il simbolo stesso di quell’operazione, e fu immediatamente considerato colpevole da quasi tutti, tranne che dai radicali, che lo candidarono con successo al Parlamento europeo. Condannato a 10 anni, si dimise dalla carica di eurodeputato e finì agli arresti domiciliari, finché, nel 1986, non venne assolto con formula piena dal tribunale di Napoli. Nell’87, un anno prima di morire, tornò a presentare Portobello, accolto dal pubblico con una commossa standing ovation. Aprendo la prima puntata della trasmissione esordì, con classe memorabile: “Dunque, dove eravamo rimasti?”

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