Partite come dazi reali al 50%, le minacce di Trump si stanno concretizzando sempre di più: al momento si parla ancora di ipotetici balzelli, ma dal 14 marzo a oggi c’è stata un’escalation verbale molto violenta da parte degli Usa e di Trump sulla possibile applicazione di misure che potrebbero passare al 200%, qualcosa di difficilmente assorbibile dal mercato statunitense per delle bottiglie come quelle valdostane che, pur avendo moltiplicato la loro esportazione, restano sempre un mercato più di nicchia rispetto a colossi quali Bolgheri, Chianti o Prosecco, per citare solo alcune delle realtà più grandi in Italia. Pronte a entrare in vigore dalle 22 di oggi, mercoledì 2 aprile, le misure finanziarie che il tycoon imporrà alle merci europee promettono di far vivere agli Stati Uniti una nuova età dell’oro, nonostante la prospettiva più probabile sia un crollo verticale di tutte le esportazioni e di tutti gli scambi tra i due continenti, e non solo.
A spaventare non solo il futuro, ma anche il presente, che vede interi container di bottiglie, ferme in attesa di chiarimenti e di capire chi sarà a doversi far carico di questi dazi se le misure entrassero in vigore mentre la merce è in transito; è così che nei porti e negli hangar la merce resta stoccata e che, prima del 14 marzo, molti distributori Oltreoceano avevano intrapreso una corsa all’acquisto per cercare di tamponare almeno inizialmente la carenza di prodotti.
A interrogarsi anche il mondo del vino e degli spirits valdostani, che, in queste settimane, ha cercato di capire e organizzarsi per attutire il contraccolpo e cercare di non perdere un mercato importante e che fino all’avvento di Trump sembrava in crescita e in espansione, oltre che una importante vetrina internazionale.

Il punto del Consorzio Vini: “Mercato a rischio, ma serve identità”
André Gerbore, presidente di Cave des Onze Communes e membro del Consorzio Vini Valle d’Aosta, è convinto del fatto che questi dazi “danneggino soprattutto la loro economia, siccome molte aziende statunitensi si basano quasi totalmente sull’import di merci e prodotti italiani. Non credo si possa arrivare al 200%, mi sembra una soglia davvero troppo importante, ma ovviamente bisognerà attendere e capire entro oggi cosa succederà. Ciò che è bene sottolineare è che certamente noi verremo penalizzati, ma sarà soprattutto il loro mercato a subire un forte contraccolpo. A breve inizierà anche Vinitaly e lì si capirà quale sarà la visione del mondo vino su questo, è un confronto importante che avverrà a breve e che servirà a tutti noi. Per quanto riguarda Consorzio Vini VdA è importante riuscire nei prossimi 10 anni a capire e a inquadrare cosa vogliamo essere nel futuro, bisogna cominciare a identificare un territorio dal punto di vista dei vitigni e delle uve per potersi dire entità forte e unita. Da lì si capirà dove voler andare come mercati e come promozione dove dirigersi, bisogna essere tutti uniti e tutti compatti su questo, solo così possiamo costruire un’identità unica che può contrastare il fatto che siamo effettivamente una piccola realtà che conta a livello internazionale. Oltretutto dovremo anche diventare sempre più elastici sui mercati per essere pronti a situazioni come quella che si sta verificando in queste settimane”

Cave Mont Blanc: “Il vero problema sarà la concorrenza interna”
Ai piedi del Monte Bianco, a Morgex, dove Cave Mont Blanc è nata per poi presentarsi ormai su tanti mercati esteri, l’export verso gli USA (specialmente California, Oregon e Florida), non è la fetta di mercato più grande (circa un 5% del totale e rispetto a un 10% dell’export totale), ma la preoccupazione del Presidente Nicolas Bovard è “cosa succederà agli altri, al resto di Italia. Perché se i grandi territori italiani non potranno più vendere negli Stati Uniti alle stesse condizioni di prima ovviamente quelle bottiglie dovranno essere vendute su un altro mercato e il rischio è che le svendano in Italia e questo andrà a creare una confusione generale sul mercato creando una concorrenza interna e un grande problema”. Rispetto all’entità dei dazi Bovard si dice convinto della perdita iniziale e della difficoltà che il mercato avrà di riassorbire il costo, soprattutto rispetto al fatto che “la Valle d’Aosta è sì una nicchia di mercato, ma una nicchia molto costosa. Se i dazi fossero al 25% le cose sarebbero già complicate, ma forse gestibili, se fossero superiori, per dei vini che principalmente vanno al bicchiere, sarebbe un vero problema e si rischierebbe ovviamente un blocco del mercato, con la conseguenza che dei vini già cari come i nostri potrebbero essere scartati a favore di prodotti di altre nazioni che arriverebbero su quel mercato a un prezzo molto più abbordabile, costringendo i fruitori a scelte diverse. Il 200% è comunque una follia e l’imprevedibilità di Trump genera una confusione generale sul mercato”.

Grosjean Vins: “Dazi inaccettabili, ma per ora manteniamo la calma”
Tra le aziende valdostane con il volume di affari più grande negli Stati Uniti sicuramente Grosjean Vini: “Ad oggi non abbiamo avuto la rincorsa da parte del nostro distributore nel cercare di accumulare più merce possibile, anche perché ci sono delle tempistiche da rispettare che sono poi quelle dei vini, ciò che poteva essere ritirato è stato già preso a dicembre – spiega Hervé Grosjean -, mentre a maggio poi ci sarà un’importante spedizione, col prodotto di ora, come ci impone la nostra Doc. Il nostro importatore è abbastanza perplesso data la situazione perché non si capisce dove Trump voglia arrivare, non si capisce come mai i dazi sul vino dato che certi prodotti negli Usa non vengono prodotti, intendo i prodotti che abbiamo solo noi in Valle d’Aosta, come Petite Arvin e Fumin. Resta comunque il fatto che per ora ci diciamo abbastanza tranquilli, anche se le perplessità non mancano: Grosjean è l’azienda che esporta di più in assoluto nella regione, parliamo di circa 35mila bottiglie esportate su un totale di 60mila, quindi la metà. Manhattan e Brooklyn sono piazze per noi importanti, siamo su 40 Stati quindi si spera che questa operazione non si concretizzi perché sarebbe veramente difficile assorbire dazi di tale portata”. La sensazione da parte di Grosjean è che non ci sia una prospettiva per quello che potrà essere il futuro, ma che si debba vivere nel presente questa situazione, confidando di mantenere il mercato attivo. La speranza per l’azienda valdostana è quella di “sperare solo di aver “perso” del tempo con preoccupazioni momentanee per poter poi continuare con le nostre attività”.

Rosset: “I dazi? Un boomerang per l’economia americana”
Diversa la preoccupazione di Nicola Rosset, previsione che non comprende solo il mondo vitivinicolo, ma anche il mercato degli spirits, di cui la sua azienda è grande esportatrice nel paese a stelle e strisce. Con un export USA del 25% sul totale della fetta di mercato estero, l’azienda di Quart è una delle più interessate dalle misure trumpiane, con paesi di riferimento quali California, Florida e stato di New York: “Quello che è fondamentale capire – spiega Nicola Rosset -, è che ogni dollaro di dazio si ribalta inevitabilmente sul consumatore finale. Facendo un calcolo molto sommario direi che per ogni dollaro il fruitore del prodotto va a spenderne 4 in più, che non è poco. Quindi queste misure sono lesive soprattutto per l’economia statunitense, nonostante ovviamente tocchino anche noi europei. Per quanto riguarda il vino diciamo che le nostre merci continuano a uscire, sono richieste, ma per noi sono la fetta minore di ciò che esportiamo oltreoceano; diverso il discorso per il settore dei liquori, dove ci posizioniamo con prodotti di alta gamma che ovviamente risentono molto dei dazi. L’iniziale annuncio di queste misure ha bloccato il mercato e la situazione è ovviamente faticosa, ma è bene ricordare e far presente che il dazio lo pagherà sempre il cliente finale, sempre. Va anche detto che pensiamo tutti di poter vivere con il mercato dei super ricchi e degli alto spendenti, ma l’economia reale è ben altra cosa”.
Una risposta
Cari fanatici del sovranismo, avete voluto l’autarchia, adesso ne soffriremo tutti.