“Soffro di anoressia da quando ho 13 anni e mezzo. Sono andata in clinica a farmi curare quando ne avevo 32, quasi 20 anni dopo. Ero consapevole della mia malattia, l’ho scelta a tavolino. A 32 anni però ho vissuto l’apice del dolore arrivando a pesare 25 chili, era il 2012. Ho cominciato ad avere le allucinazioni. Sono riuscita a chiedere aiuto e sono stata indirizzata al centro riabilitativo DAHU di Brusson, dove ho incontrato Ezio Paiola, nutrizionista che mi ha salvato la vita. Lì sono rimasta un anno e mezzo e mi sono sentita davvero libera” racconta Alessandra Gallizioli, da anni impegnata nella lotta contro l’anoressia.
“Saltavo i pasti e mangiavo di nascosto chicchi di semi o bucce di mela dall’immondizia. Un pacchetto di cracker doveva durarmi un’intera giornata. Mangiavo una briciola all’ora. La mia vita era scandita da rituali. Camminavo 3 ore e 30 minuti ogni giorno, anche con la neve o sotto la pioggia. Mi vestivo pochissimo in modo da consumare di più” spiega Alessandra.
Oggi “sono dieci anni che non digiuno più. Sono ancora fortemente sottopeso, ma sono riuscita a costruirmi una vita e un’identità alternativa a quella dell’essere anoressica. I pasti sono per me una terapia, non momenti conviviali. Il cibo è la mia medicina. Purtroppo le persone tendono sempre a dire la cosa sbagliata: “Brava, mangi la pizza!” oppure “Non devi finirla tutta, mangia finché hai voglia!”, ma io di voglia non ne ho” conclude Alessandra.
Con coraggio e determinazione, Alessandra Gallizioli racconta la sua battaglia contro l’anoressia nel libro “Imperfetta” (END Edizioni, 2022).
Dati sui disturbi alimentari: anoressia al primo posto
Giovedì 2 giugno si celebra la giornata mondiale contro i disturbi alimentari. Nel 2021, l’ambulatorio per i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione del Dipartimento di salute mentale dell’Azienza Usl Valle d’Aosta ha seguito 143 pazienti, 84 nel 2022. È l’anoressia il disturbo più frequente (28%), seguita dal binge eating (disturbo da alimentazione incontrollata, 21%), mentre il 19% dei pazienti soffre di bulimia. “Abbiamo poi registrato un aumento dei sotto soglia: quasi un 30% di pazienti con disturbi dell’alimentazione senza specificazione, dove non ci sono tutti i criteri per fare una diagnosi precisa, ma c’è un disagio significativo accompagnato da una modifica importante del comportamento alimentare” spiega la psicoterapeuta Lorella Champretavy, coordinatrice dell’ambulatorio.
Quanto al genere dei pazienti, i dati sono sovrapponibili con quanto accade nel resto d’Italia. Il 94% è di genere femminile contro il 6% di maschi. “Negli ultimi anni possiamo affermare che c’è stato un aumento delle richieste da parte dei ragazzi, che restano però una minoranza” specifica la coordinatrice.
Pazienti sempre più giovani, “figlie della pandemia”
Chi ne soffre è sempre più giovane. “L’età di esordio si sta abbassando: negli ultimi anni, stanno arrivando pazienti intorno ai 12 anni”. Degli 84 pazienti in carico, il 37% è minorenne e il 24% è sotto i 16 anni.
“Spesso sono i genitori che, preoccupati, chiamano e richiedono una visita. Nella maggior parte dei casi, tra le pazienti non c’è consapevolezza della malattia né della sua gravità. Esistono però alcuni campanelli di allarme. Un calo repentino di peso, la scomparsa del ciclo mestruale oppure un cambio improvviso delle abitudini alimentari” spiega la psicoterapeuta. “È importante chiedere un aiuto professionale”.
“Molte pazienti sono figlie della pandemia”. Al termine dell’emergenza sanitaria, i casi sono infatti aumentati.
Si tratta di “malattie gravi, ma curabili” rassicura la dottoressa. Se la diagnosi è precoce e il trattamento efficace si ottengono buoni risultati. “Il percorso – di almeno un anno – è faticoso e prevede un coinvolgimento continuo” .
Una risposta
Quando c’è l’ambiente che aiuta si superano tutti i problemi.