Da 30 anni l’associazione Les Amis du coeur della Valle d’Aosta, presieduta dal cardiologo Giuseppe Ciancamerla, insegna nelle scuole le manovre di rianimazione per il soccorso alle persone colpite da un arresto cardiaco. Dal 2000 la stessa associazione, insieme ai volontari del soccorso, porta avanti il progetto “La scarica che ti ricarica” dotando ogni comune valdostano di un defibrillatore semiautomatico e formando le persone all’uso del macchinario.
Dott. Ciancamerla, se non ci fosse stato il defibrillatore cosa sarebbe successo a Eriksen?
“Se non avessero usato tempestivamente il defibrillatore, come hanno fatto, questo giocatore sarebbe morto. Non lo sostengo solo io, l’ho sentito dire anche dal professor Gaetano Thiene dell’università di Padova ieri al tg1. E’ uno dei massimi esperti delle morti degli sportivi, al suo ateneo si rivolgono praticamente in tutti i casi di morte improvvisa di atleti per fare le autopsie e capire cosa è successo. Il prof. Thiene ha ribadito come in questi casi la causa è un’aritmia che si chiama fibrillazione ventricolare”.
Come è possibile che accadano questi episodi a persone sportive, giovani e soprattutto costantemente controllate dal punto di vista sanitario?
“All’interno del muscolo cardiaco possono esistere delle fibre anomale, è come se fossero delle fibre di nylon. Sono delle anomalie genetiche che si fa molta fatica a riconoscere. Oggi c’è la risonanza magnetica, un esame che aiuta a fare queste diagnosi anche per le persone vive e non solo in caso di morte, ma ci vuole un sospetto per prescrivere queste analisi molto approfondite che non sono semplici”.
Cosa può aver generato l’aritmia di Eriksen?
“Allora Eriksen, come gli altri giocatori che hanno subito un arresto durante la performance sportiva, era impegnato in uno sforzo fisico che comporta anche stimoli di adrenalina determinati dall’agonismo della gara. Se queste sostanze trovano un circuito elettrico in quel momento appropriato, un punto debole, come se fosse un filo scoperto della corrente elettrica, scatta questa aritmia. Alla base dell’episodio c’è quindi lo sforzo fisico e lo stress emotivo”.
L’episodio che tutti ricordano è quello di PierMario Morosini che però è finito in modo diverso.
Sì Piermario Morosini non ce l’ha fatta. Non perché non ci fosse il defibrillatore a bordo campo, ce n’erano ben due, ma perché i tre medici che l’hanno soccorso, che hanno subito un processo per omicidio colposo, non hanno riconosciuto che era necessario il defibrillatore e non l’hanno usato. Questo per ribadire il concetto che se proprio deve succedere è importante che accada nel posto giusto, al momento giusto e con le persone giuste.
Ora da medico cosa pensa che succederà a Eriksen?
“Giocatori che hanno subito questi incidenti e colpiti da questa aritmia smettono di giocare. In genere vengono operati e viene loro inserito nel torace un defibrillatore impiantabile, una sorta di pacemaker per riconoscere un eventuale secondo episodio di fatto annullandolo e salvando loro la vita”.
A che punto è la rete dei defibrillatori in Valle d’Aosta che come associazione avete creato a partire dal 2000?
In Valle d’Aosta ci sono 130 defibrillatori che abbiamo distribuito su tutto il territorio. L’ultimo l’abbiamo messo alla chiesa di Saint-Martin de Corléans ed è stato l’unico che siamo riusciti a depositare nel corso del 2020 e 2021. Ora abbiamo siglato una convenzione con il Comune di Aosta per metterne uno al mercato coperto di Aosta e uno nella piazza della Cattedrale. Aspettiamo le valutazioni dei tecnici comunali perché su quella area ora ci sono dei lavori e dobbiamo capire bene dove posizionarli. I soldi del 5 mille che i valdostani ci donano noi li impegniamo praticamente tutti a questo progetto e a comprare i defibrillatori.
Perché è così importante averne così tanti e diffusi?
“Perché è fondamentale la tempestività. Se il defibrillatore viene usato entro tre minuti dall’arresto le possibilità di successo sono molto elevate. A meno che il cuore non sia molto malato, entro questo lasso di tempo vengono praticamente salvati tutti: c’è ancora ossigenazione in giro, anche nel cervello e quindi si può essere recuperati e condurre poi una vita assolutamente normale. Con un tempo di intervento più lungo dipende invece dallo stato di salute della persona”.