Dai barconi ai campi di calcio, la squadra dei migranti alla ricerca della “normalità”

Leonard Yombo, con la sua Associazione “Amis de Nicolas”, allena una quarantina di profughi con l’obiettivo di aiutarli e di andare a giocare in Terza Categoria
Leonard Yombo e la squadra di calcio dei migranti
Sport

“Quando stavo in Guinea e non uscivo di casa, dicevo ai miei amici che i pensieri sbattevano contro il soffitto e mi ritornavano indietro, pesanti. Non fa bene alla salute. Pensavo a questi fratelli sempre chiusi in casa, senza sapere dove andare né cosa fare, così mi sono lanciato in quest’associazione”. L’associazione è l’Associazione sportiva dilettantistica e promozione sociale “Amis de Nicolas” ed a fondarla è stato Leonard Yombo, 32 anni, dal Camerun. “Volevo chiamarla ADN, DNA in italiano, ma mi hanno detto che un acronimo non bastava. Così i primi tempi venivo qui con mio figlio di appena sei mesi, Nicolas, e i ragazzi se lo coccolavano. Da qui è nato il nome dell’associazione”.

Leonard ha girato il mondo per la sua passione, il calcio: Africa, Asia e poi, per seguire la moglie, la Valle d’Aosta. Allena i 2008 dell’Aygreville, ma da un po’ di tempo fa fatica a giocare per problemi ad una caviglia. L’associazione esiste da circa due anni ed ha costituito una squadra di calcio esclusivamente composta da migranti. L’anno passato l’obiettivo era quello di iscriversi al campionato di Terza Categoria ma, per ragioni burocratiche, non è stato possibile: la maggior parte di questi ragazzi, infatti, non è provvista di documenti. Inizialmente è stato lo CSEN a fornire un sostegno alla squadra, mettendo a disposizione il campo da calcio di Montfleury. “Poi, però, nessuno si è fatto avanti per sostenere le spese nonostante le promesse”, spiega Gianfranco Nogara, presidente dello CSEN Valle d’Aosta e impegnato in prima linea, insieme ad Andrea Borney, nella promozione del football integrato, ideato nella nostra regione ed ora in procinto di essere riconosciuto come associazione.

Prima del Montfleury, il luogo di allenamento era l’area verde di Regione Tzamberlet, in cui è poi stato proibito, tra le polemiche, il calcio organizzato. “Ricordo che, una volta, c’era una persona dall’esterno che ci guardava”, racconta Leonard. “Io pensavo fosse curioso dei nostri allenamenti, ma dopo un po’ è arrivata la Polizia Locale che ci ha chiesto di assecondarlo ed andare via, perché era arrabbiato in quanto, secondo lui, stavamo rovinando l’erba. Al nostro ritorno, qualche giorno dopo, abbiamo trovato quel cartello. Siamo andati quindi prima al Montfleury, poi all’area verde ed al campo sportivo di Gressan: questo è il regalo che l’Aygreville ed il Comune di Gressan ci hanno fatto. Speravo in maggior sostegno da parte di altri enti, ma, a parte la Caritas che ci ha dato una spinta iniziale ed allo CSEN, è tutto molto difficile”. L’associazione “Les amis de Nicolas” fa anche laboratori di canto e di sartoria: “Ci siamo rivolti a Projet Formation, che si occupa anche di sartoria, ma dopo tre mesi loro si sono dovuti trasferire dalla sede”, continua Leonard.

Il calcio, però, è la sua passione, ed è grazie allo sport che Leonard ha deciso di dare il suo contributo ed aiutare una quarantina di ragazzi provenienti da molte nazioni africane (Gambia, Senegal, Madagascar, Mali, Egitto, Algeria, Nigeria, ed altre). Questi giovani, ospiti delle cooperative, si ritrovano a vivere in una condizione estrema: dopo essere dovuti fuggire da guerre e persecuzioni ed aver abbandonato i propri affetti ed il proprio Paese, si ritrovano catapultati in una situazione di limbo che li obbliga ad essere identità in stand-by, in attesa di capire cosa sarà della loro vita, chi deciderà di loro e come, nell’ottica e nella speranza di raggiungere la libertà e la normalità. In attesa di riuscirci, la maggior parte di loro passa le giornate in casa, senza poter fare niente, dovendo sopportare anche i pregiudizi di persone e movimenti che, contraddicendosi di volta in volta, trasformano le chiacchiere da bar in programmi politici: i migranti che non fanno niente tutto il giorno non vanno bene, ma non vanno bene neanche i migranti che cercano di vivere una vita dignitosa facendo quelle attività che, per noi, sono quasi routine. Il calcio, quindi, diventa per loro una importante modalità di liberazione e di parvenza di normalità, un modo per uscire dalle quattro mura di casa e dal soffitto contro cui i pensieri rimbalzano e tornano a terra, un modo per sfogarsi, per socializzare, per divertirsi. Qualcuno, magari, riesce anche ad emergere per le proprie doti calcistiche e viene segnalato alle squadre valdostane, come spiega Leonard: “Un paio di giocatori sono andati a giocare in alcune squadre di Terza Categoria, dopo aver avuto i documenti. Mi è sempre piaciuto individuare e segnalare i talenti, lo facevo anche in Asia”.

I miglioramenti si sono visti, sia dal punto di vista sociale che da quello sportivo. Leonard racconta di un ragazzo, che soffre di qualche disturbo psichico dovuto a quello che ha subito in Senegal (a volte si rinchiude nel bagno temendo che la polizia stia sorvolando casa sua, ad esempio), che inizialmente faceva qualche giro di campo e poi calciava i palloni lontano, senza motivo, mentre ora fa parte del gruppo e si allena con tutti. Il calcio giocato dice di una grande progressione: “La prima volta che abbiamo fatto un’amichevole contro l’Aygreville abbiamo perso 14-0. Poi, nel giro di qualche partita, siamo passati a 7-0, a 4-0, ed a 4-2: il sistema difensivo è migliorato, e siamo anche riusciti a segnare. Contro l’Aosta 511 vincevamo spesso, e abbiamo fatto un’ottima figura al torneo Ballon Mondial a Torino, dedicato ai migranti”. Come allenatore, il camerunense riesce a far convivere simpatia e severità. Quello su cui non riesce ancora ad averla vinta è la puntualità dei suoi: gli allenamenti inizierebbero alle 14, ma alle 15 l’atmosfera è ancora quella da gita scolastica, anche perché molti di loro si spostano dai vari comuni della Plaine. “Enough with the African time, guys!”, cerca di spronarli.

La porta è aperta a tutti, sia per chi vuole giocare sia, soprattutto, per chi vuole dare una mano. Ho fatto l’errore di aver messo la mia passione davanti a tutto, ed in alcune occasioni ci ho rimesso. Ai giocatori non posso chiedere nessun contributo, non me la sento”, dice Leonard. Già, perché, a differenza del mito comune dei 35 euro al giorno e degli alberghi a 5 stelle, questi ragazzi hanno sì e no in tasca due euro al giorno. Alcuni di loro sono stati mandati via dall’Italia, qualcuno, dopo aver avuto i documenti, si è ritrovato completamente solo a dover cercare casa e lavoro, dormendo all’addiaccio per diverse notti.

Per l’anno prossimo Leonard e i suoi sperano di riuscire a comporre la squadra nella Terza Categoria. L’obiettivo, certo, rimane quello di vincere, ma non – o non solo – una partita o un campionato, bensì i pregiudizi, la diffidenza, la terribile situazione che cercano di lasciarsi alle spalle: in gioco c’è una cosa che, forse, diamo troppo per scontata quando riguarda noi o chi ci sta vicino, e che possiamo chiamare, magari banalmente, normalità.

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