Tre film per riflettere su cinema e opera lirica

In questa puntata, Riccardo Mollo approfondisce nuovamente il rapporto tra lirica e cinema, focalizzandosi su tre opere cinematografiche.
Fitzcarraldo di Werner Herzog
Incontri ravvicinati con AIACE

Dopo aver riflettuto su film in cui l’uso di musiche, topoi, trame e riferimenti all’opera lirica contribuiscono in modo positivo alla costruzione dell’opera finale, in questo terzo appuntamento dedicato al rapporto tra cinema e opera lirica, Riccardo Mollo parte da un esempio poco felice The Equalizer 3, per poi passare in crescendo a pellicole che invece hanno l’Opera nel proprio cuore e sono ritenuti tra i grandi della Settima Arte: Il pranzo di Babette e Fitzcarraldo. Il testo contiene numerose anticipazioni.

THE EQUALIZER 3 di Antoine Fuqua, disponibile su Prime Video

USA, 2023, azione

The equalizer di Antoine Fuqua
The equalizer di Antoine Fuqua

Il terzo capitolo della saga di Robert McCall vede il vendicatore impegnato in una missione nel nostro bel Paese. L’equazione Italia più Denzel Washington, che interpreta il protagonista, dovrebbe condurre senza dubbio a ovazioni e fuochi d’artificio. Risultato? Se siete fan dell’attore pluri-premiato, o avete un’anima kitsch direi che il film fa al caso vostro. Questa volta il regista Antoine Fuqua porta il suo attore feticcio in un’Italia da cartolina:  le motivazioni che spingono McCall rimangono nascoste fino al finale, ma riesce a smantellare l’intero (!) sistema criminale italiano. Ma gli elementi ridicoli che scatenano risate (forse involontarie) sono molti altri, come la scena in cui il protagonista, portato a cena fuori sul lungomare campano, come piatto tipico sceglie il kebab. In questo scenario non poteva mancare una colonna sonora stereotipicamente associata all’Italia: l’opera lirica

Il protagonista, poi ferito da una fucilata nella schiena, dopo aver attraversato lo stretto di Messina su un traghetto viene trovato in fin di vita da un carabiniere, che lo porta da un amico, invece che in ospedale. A notte fonda, nella casa del vecchio medico che senza batter ciglio e senza troppe domande cura le ferite da proiettile di un americano sconosciuto trovato per strada, si ode in sottofondo l’aria Nessun dorma, intonata dal principe Calaf nel finale della Turandot. Robert si mette a dormire. Stacco. La musica prosegue extradiegetica ed esplode in una giornata di sole e una bellissima ripresa aerea ci porta sul paese di Atrani nella costiera Amalfitana. Le parole del tenore recitano “Dilegua o notte! Tramontate o stelle! All’alba vincerò!”. La musica riprende nella camera di Robert; lui si risveglia e, scampato il pericolo mortale, inizierà la riabilitazione per prendere a calci qualche guagliuncello.

Il pranzo di Babette di Gabriel Axel, disponibile su Prime Video

Danimarca, 1987, commedia

Il pranzo di Babette di Gabriel Axel
Il pranzo di Babette di Gabriel Axel

“Un artista non è mai povero”

Il film ci porta in un piccolo villaggio danese alla fine del 1800 e ci racconta le vicende che hanno legato le sorti di tre donne. Martina e Filippa sono due sorelle che hanno superato il primo rigoglio della giovinezza e che dedicano vita e risorse per il prossimo. Il padre era un pastore luterano e alla sua morte ha lasciato in mano alle figlie l’amministrazione della locale comunità religiosa. Babette, francese in fuga che ha perso tutto durante la guerra civile, si presenta alla loro porta durante un temporale.

Per illustrare la nobiltà d’animo delle due sorelle ci vengono raccontati gli episodi che hanno segnato in gioventù  la loro vita amorosa. Achille Papin è un famoso tenore francese che, dopo aver tenuto un concerto a Stoccolma, decide di trascorrere un periodo di riposo nel paesino delle nostre protagoniste. Una mattina viene attirato in chiesa dalla voce celestiale di Filippa e chiede al padre di darle lezioni di canto. L’intenzione pretesto è l’importanza di celebrare la gloria di Dio, ma il vero intento è renderla una celebrità. Filippa è lusingata dalle attenzioni di Achille e dalle sue promesse, ma durante l’ultima lezione qualcosa si rompe e il sogno svanisce. In questa occasione i due cantano un duettino tratto dal Don Giovanni di Mozart, quello in cui il mascalzone seduce la serva Zerlina, già promessa in sposa a Masetto. Sebbene il brano sia di una dolcezza paradisiaca, “Là ci darem la mano”, nasconde un amore turpe ed infedele dietro alle parole languide e false di Don Giovanni.

Don Giovanni
Là ci darem la mano,
Là mi dirai di sì.
Vedi, non è lontano;
Partiam, ben mio, da qui.
Zerlina
(Vorrei e non vorrei,
Mi trema un poco il cor.
Felice, è ver, sarei,
Ma può burlarmi ancor.)
Don Giovanni
Vieni, mio bel diletto!
Zerlina
(Mi fa pietà Masetto.)
Don Giovanni
Io cangierò tua sorte.
Zerlina
Presto … non son più forte.
Don Giovanni
Andiam! Andiam!
Zerlina
Andiam!
Don Giovanni, Zerlina
Andiam, andiam, mio bene,
a ristorar le pene
d’un innocente amor.

Filippa, alla fine di questo incontro, vede chiaramente il bivio che le si presenta davanti. Il bel canto la porterà sulla via della vanità allontanandola dalla vita umile e dedita ai precetti religiosi. Decide di interrompere i rapporti con Achille, facendogli recapitare un biglietto dal padre. Molti anni dopo, le loro vicende si sfiorano ancora: al suo arrivo, Babette reca una lettera di raccomandazione firmata dal cantante, ormai invecchiato e spogliato della sua fama, che rievoca con amore il tempo trascorso con Filippa e comprende la scelta della donna: “In paradiso voi sarete la grande artista che Dio intendeva foste”.

FITZCARRALDO di Werner Herzog, disponibile su Prime Video

Germania, 1982, drammatico

Fitzcarraldo di Werner Herzog
Fitzcarraldo di Werner Herzog

Un brindisi a Verdi, a Rossini, a Caruso!”

La storia è ambientata alla fine del 1800 nel Sudamerica selvaggio che si avvicina al grande sfruttamento Europeo. La prima volta che vediamo il protagonista Brian Sweeny Fitzgerald, soprannominato Fitzcarraldo, è su una piccola barca sfinito con le mani sanguinanti. Ha percorso migliaia di chilometri lungo il Rio delle Amazzoni, remando a causa di un guasto al motore, per raggiungere il teatro dell’opera Amazonas a Manaus e assistere ad una rappresentazione dell’Ernani di Giuseppe Verdi, interpretato dal suo idolo Enrico Caruso.

Il mondo cittadino è caotico e grottesco, mentre sul proscenio ogni cosa è organizzata e definita. L’interprete maschile che recita la parte di Elvira ed è doppiato da una soprano fuori scena sembra un espediente per distinguere ed elevare con forza la parte musicale da quella materiale della rappresentazione. Quando Fitzcarraldo entra in sala l’opera è quasi finita. È in scena il terzetto finale in cui Ernani, dopo aver quasi realizzato il suo sogno d’amore, viene ridestato dal suono del corno che gli rammenta il suo destino e compie l’estremo atto di togliersi la vita. Questa scena è un presagio nefasto per Fitzcarraldo.

Ernani
Non ebbe di noi miseri,
non ebbe il ciel pietà.
Silva
Se uno squillo intenderà
tosto Ernani morirà.
Ernani
Intendo… intendo… compiasi
il mio destin fatale.

Il grande desiderio di Fitzcarraldo è costruire un teatro d’opera nella sua piccola città di Iquitos. Investe tutto se stesso per ottenere le ricchezze necessarie a realizzarlo. Dopo una serie di fallimenti, la svolta arriva con un pensiero che lo folgora: esiste una zona ricca di caucciù e non ancora sfruttata che si trova lungo il fiume Ucayali. Non è raggiungibile risalendo il corso d’acqua a causa delle rapide lungo il percorso. Il piano prevede di spostare un barca dal fiume Pachitea nel punto in cui i due distano poche centinaia di metri. Il fatto che quella sottile striscia di terra sia montuosa non sembra destare preoccupazioni nel nostro protagonista che recita: “Io sono un idealista. Io sposterò una montagna”. Nel corso della sua avventura sono numerose le occasioni in cui Fitzcarraldo, attraverso il suo grammofono, comunica (non sempre con successo) con gli altri personaggi.

Una mattina si sveglia circondato dai bambini del villaggio. Sono loro la ragione del suo sogno. Sceglie il vinile che per primo nella storia ha venduto più di un milione di copie, l’opera Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, in particolare udiamo l’aria Vesti la giubba, in cui il pagliaccio Canio si prepara per la commedia nonostante abbia appena scoperto il tradimento della sua amata Colombina. Fitzcarraldo il giorno prima aveva ricevuto il rifiuto di Don Aquilino per la sovvenzione del teatro e non vuole mostrarsi abbattuto di fronte ai suoi piccoli sostenitori. 

Canio
Vesti la giubba e la faccia infarina.
La gente paga, e rider vuole qua.
E se Arlecchin t’invola Colombina,
ridi, Pagliaccio, e ognun applaudirà!
Tramuta in lazzi lo spasmo ed il pianto
in una smorfia il singhiozzo e ‘l dolor, Ah!
Ridi, Pagliaccio,
sul tuo amore infranto!
Ridi del duol, che t’avvelena il cor!

In occasione di una serata in cui spera di raccogliere fondi, l’eroe difende la sua visione contro un volgare signorotto, spiegando: “Caro signore, la realtà del suo mondo è soltanto una caricatura di quello che lei può vedere nei grandi spettacoli d’opera”. Lungo il fiume Pachitea, quando con il suo battello, il Molly-Aida, raggiunge una colonia cristiana, scopre una somiglianza con le tribù che popolano le rive del fiume. Gli indigeni adulti “pensano che la nostra vita non esista, che sia soltanto un’illusione dietro alla quale si nasconde la realtà dei sogni”. Questo legame salva la vita a lui e al suo equipaggio. Risalendo la corrente, si addentrano nei territori degli Jivaros, conosciuti per la loro aggressività. In un momento di grande tensione, dalle pendici boscose si sentono canti di guerra e tamburi. Fitzcarraldo usa l’unico rimedio che conosce, sale sul ponte e diffonde nell’aria la voce di Caruso nei panni di Des Grieux che canta l’aria En ferment les yeux, tratta dalla Manon di Jules Massenet.

Il giorno seguente, l’equipaggio si ammutina e Fitzcarraldo rimane a bordo solamente con altri tre marinai. Decide allora di colmare il silenzio con un concertato che viene ritenuto tra i più belli mai scritti: Bella figlia dell’amore è un quartetto che compare nel terzo atto del Rigoletto di Giuseppe Verdi. In questa scena, il duca di Mantova tenta di sedurre Maddalena che invece allontana le sue lusinghe, Gilda si strugge per il suo amore non corrisposto e Rigoletto medita vendetta. Si racconta che Victor Hugo dopo aver sentito questo brano esclamò euforico: «Insuperabile! Meraviglioso! Potessi anch’io, nei miei drammi, far parlare contemporaneamente quattro personaggi in modo che il pubblico ne percepisca le parole e i diversi sentimenti, e ottenere un effetto uguale a questo» e rinunciò alla causa per violazione del diritto d’autore che aveva intentato contro Verdi per aver plagiato il suo soggetto Le roi s’amuse.

Questo insieme di voci e stati d’animo differenti si trovano in perfetta armonia, avvicinando gli indigeni a Fitzcarraldo, che lo accettano come guida. Nel finale tutti gli sforzi vengono vanificati. Un teatro nella giungla nutriva la vanità piuttosto che l’arte e la brama colonialista di Fitzcarraldo viene ridimensionata dalla natura imperiosa e dalle incomprensioni con le popolazioni locali. L’ultima scena surreale e magnifica ci lascia con le note di “A te, o cara” tratta dal primo atto de I puritani di Vincenzo Bellini. L’animo del protagonista ritrova conforto e gioia nella musica, ascoltata con piacere e senza vincoli.

Arturo
A te, o cara, amor talora
Mi guidò furtivo e in pianto;
Or mi guida a te d’accanto
Tra la gioia e l’esultar.
Elvira
O contento!
Arturo
Ah, mio bene!
Elvira
Ah! mio Arturo! Or son tua!
Arturo
Ah, Elvira mia, sì, mia tu sei!
Castellani, castellane
Cielo arridi a voti miei,
Benedici a tanto amor.
Arturo
Al brillar di sì bell’ora,
Se rammento il mio tormento
Si raddoppia il mio contento,
M’è più caro il palpitar d’amor.

Il potere evocativo dell’opera lirica, come mostrano questi film, può essere un mezzo duttile per raccontare una storia, dalla semplice scelta diegetica che dà un tocco di colore folkloristico sino alla creazione di veri e propri usi rafforzativi tra le vicende dei protagonisti cinematografici e quelli dell’Opera.

di Riccardo Mollo

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