Franco Napoli: la città, la moda e il coraggio di non restare nella zona di comfort

Franco Napoli è arrivato ad Aosta bambino, quando l’ingresso in città era poco più di un sentiero sotto l’Arco di Augusto. Da allora, ha attraversato decenni senza smettere di cambiare. Leggendo il tempo che arrivava, senza restare fermo.
Franco Napoli
Ritratti

Franco Napoli racconta Aosta intrecciando la storia della città alla propria. Il suo legame con il capoluogo valdostano inizia nel 1959, quando arriva da Salerno con la famiglia. Ha quattro anni, il fratello maggiore Sante è arrivato poco prima. La sua è una famiglia numerosa. Ci sono anche altri due figli, Gerry (Gerarda) e Lello (Raffaello) che arrivano ad Aosta, mentre Alfonso rimane in Campania.

Il padre, impiegato al Catasto, è stato trasferito al Nord. “Aosta all’inizio era una realtà completamente nuova”, ricorda. È una città lontanissima da quella di oggi. Il quartiere di San Rocco dove si stabiliscono è fatto di poche case e prati tutt’intorno. L’ingresso in città è poco più di un sentiero che passa sotto l’Arco di Augusto e attraversa il ponte. “Sembrava quasi un altro mondo”.

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La vita di quartiere è il centro di tutto. Una comunità vera, dove ci si conosce tutti. Si gioca a pallone in strada “e le mamme si arrabbiavano perché si tirava a calcio con le scarpe buone. Allora le scarpe dovevano durare perché non ce n’erano molte. D’inverno si asciugano sotto il termosifone. Allora sembrava poco, ma per noi era tanto”.

Anche la scuola è parte di questo mondo compatto. “Alle elementari avevamo un maestro che quando serviva riportare l’ordine in classe chiamava Pino, Pino America, era più grande di qualche anno ed era bravissimo a imitare la tromba con la bocca. E noi lo ascoltavamo in silenzio”. Poi ci sono altri compagni che diventeranno amici per tutta la vita. “Io dico sempre che gli amici sono i registratori viventi della tua vita. Ti ricordano cose che tu magari hai dimenticato”.

La strada insegna a stare insieme, ma anche a difendersi. “Quando qualcosa non andava, le mani partivano in fretta. Faceva parte della crescita”.

Franco è il più piccolo di casa, il “cocco”, ma cresce in fretta. Il padre è malato di sclerosi multipla e lui, ancora bambino, si trova spesso a fare il “papà” del proprio padre. Aiuta in casa, si assume responsabilità precoci. Oggi va di moda raccontare una sofferenza passata per giustificare il successo. Nel mio caso la difficoltà è stata reale”. Un’esperienza che lascia un segno profondo e che gli insegna il valore delle relazioni vere.

Franco Napoli

E in questo percorso di vita la figura della madre è centrale. Si chiama Anna ed è una donna con una visione sorprendentemente moderna, forse influenzata dalla mamma Annunziata immigrata in America assieme ad una parte della sua famiglia.

Nelle lettere che scrive alla figlia emerge uno sguardo avanti rispetto ai tempi. “Le diceva: Vieni qui, cosa stai a fare lì? Smettila di fare figli”. Non andrà mai negli Stati Uniti e sua madre ritorna. E quell’immaginario americano entra in casa, filtra nei racconti, nelle immagini. “Quando in Italia arrivavano certe novità, mia nonna le guardava come se le avesse già viste”. Anche la storia dei jeans e della modernità passa da lì.

Il mondo dell’abbigliamento entra nella vita di Franco come un’esperienza condivisa, familiare. Accanto al fratello Sante, ci sono anche la sorella Gerarda, per tutti Gerry, e il fratello Lello. Insieme avviano la loro attività nel mondo della moda, dividendo entusiasmo, rischi e visione. Nasce così Snoopy, il primo negozio di jeans e moda di tendenza della città, e poi Westernhouse, che per anni diventa un’istituzione delle tendenze americane. Sono gli anni Settanta, quelli dell’epopea del jeans. Con la Westernhouse abbiamo fatto numeri che oggi sembrano impossibili”. Mille paia di jeans alla settimana. Era il periodo delle salopette, delle magliette Fruit of the Loom e dei primi jeans “invecchiati” che fanno salire il prezzo da 5 mila a 15 mila lire.

Franco Napoli

Il negozio è una macchina complessa. “Io facevo pubbliche relazioni, anche se allora non si chiamavano così”. Sta in mezzo alla gente, parla, crea relazioni. Quello che oggi fanno i social, io lo facevo con la presenza.

Nel 1996 Westernhouse chiude, ma Franco aveva già preso un’altra strada. Da dieci anni si era staccato dall’impresa di famiglia per aprire un suo spazio di moda maschile. “L’importante è diversificare l’offerta, far crescere il proprio progetto e non entrare mai nella zona di comfort“. Oggi è consigliere nazionale di Federmoda.

Nel tempo, ognuno dei fratelli costruisce il proprio percorso, apre il proprio negozio, dà forma a una storia autonoma. Strade diverse, ma unite da un legame unico e da un’origine comune: la passione per la moda, il lavoro, la capacità di leggere in anticipo i cambiamenti e il grande senso di appartenenza alla famiglia.

Franco Napoli

Via Losanna resta uno dei luoghi simbolo della sua memoria. Quando apre lì il suo negozio il palazzo è ancora da ristrutturare. Eppure, è una zona viva, attraversata dalle auto e dal movimento. “Si parcheggiava persino in seconda fila. Allora non esistevano i centri commerciali e la gente veniva in centro per tutto. Ora tutto è cambiato”. È in quegli anni che nascono anche le prime aree commerciali della città.

Nel tempo, dopo il primo negozio, “aperto l’anno in cui il Papa venne ad Aosta, quasi una benedizione” dice con un sorriso, Franco apre altri due punti vendita di abbigliamento uomo, sempre nel cuore della città, rafforzando un’idea di commercio legata alla qualità, alla relazione e alla presenza sul territorio. A questi si aggiunge il negozio Replay all’ingresso di Aosta e successivamente i primi outlet, quando il mercato inizia a intravedere l’opportunità di valorizzare anche il magazzino delle stagioni precedenti, proponendolo a prezzi interessanti e creando una nuova forma di concorrenza, anche rispetto al nascente mercato online.

Una Harley-Davidson di Franco Napoli

Accanto alla moda, un’altra grande passione: i motori. Le Harley-Davidson. La prima arriva nel 1986. Poi, nel 1989, nasce la Motor Company di Aosta, la concessionaria Harley-Davidson numero uno in Italia. A portare avanti questo progetto unico in Italia è ancora Franco, assieme all’amico Diego. Negli anni hanno condiviso questa passione anche con tanti personaggi che arrivano ad Aosta, come Walter Zenga e Gianluca Vialli.

 

Poi la concessionaria si sposta a Torino, in via Buniva, e nel 1994 prende forma la Compagnia dei Motori, uno spazio ibrido, con l’aria di un’officina dove si fa e si ascolta musica. Un luogo di tendenza dove incontrarsi. Un’intuizione che si scontra con burocrazia, proteste, mancanza di parcheggi. Una storia che, per Franco, parla ancora del presente.

La Compagnia dei motori
La Compagnia dei motori

Negli anni apre anche una discoteca all’ingresso di Aosta. Un altro salto, un’altra scommessa. Oggi il Fashion è aperto da 25 anni, tra alti e bassi. È l’unica discoteca della città, con circa 60 dipendenti. Qui nascono i tre deejay della Kaos Gang – Tullio Macioce, Roger Volpi e Bob Sinisi – coinvolti anche nel negozio: una grande amicizia, quella che attraversa il lavoro e il tempo. “Come con Marcolino e con Lele” che ancora oggi gli sono accanto nella sua attività.

Franco Napoli

Franco ha due figli, Michele e Giulia. Con Michele condivide prima l’esperienza del negozio e poi quella della discoteca, che oggi il figlio gestisce direttamente. Giulia, invece, sembra aver ereditato dalla bisnonna il fascino dell’America e dalla famiglia la passione per la moda.

Franco, che gli amici chiamano Frank, quasi a omaggiare quell’americanità e quella passione per gli States che hanno sempre fatto da sfondo alla sua vita, sente oggi il bisogno di trasmettere ai giovani un messaggio chiaro: “La voglia di fare non deve mai mancare. Voglia di migliorare, di esplorare, di mettersi in gioco. Un allenamento continuo, utile soprattutto quando arriva il momento in cui bisogna rimettersi in discussione, cambiare strada o ripartire da capo”.

E forse è proprio questo il filo che tiene insieme tutto. Franco Napoli è arrivato ad Aosta bambino, quando l’ingresso in città era poco più di un sentiero sotto l’Arco di Augusto. Da allora, forte di legami familiari solidi, ha attraversato decenni senza smettere di cambiare, leggendo il tempo che arrivava, senza restare fermo. Perché, come dice lui, “la moda non ha memoria”. Ma le città sì. E hanno bisogno di qualcuno disposto, ogni tanto, a immaginarle diverse.

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