Giulio De Ceglie, il calcio come scuola di vita

Schivo, lontano dai riflettori, più attento alle persone che ai risultati, Giulio De Ceglie ha sempre avuto l'idea del calcio come linguaggio, come spazio di crescita, come occasione per imparare a stare al mondo.
Giorgio e Paolo De Ceglie
Ritratti

Per Giulio De Ceglie il calcio è gioco, è famiglia ed è soprattutto vita. È un modo di stare al mondo prima ancora che uno sport. Il calcio, per lui, ha il volto di suo figlio Paolo, che un giorno come quasi in un sogno, ha visto indossare la maglia bianconera della Juventus. Ma ha anche il volto di tutti quei ragazzi – e sono davvero tanti – che lui ha accompagnato a inseguire una passione, ma anche di quelli che, a un certo punto, hanno smesso. Di chi è arrivato lontano e di chi ha vissuto allenamenti e partite come una divertente parentesi della propria giovinezza.

Ed è in tutti questi volti che si nasconde la sua impresa più grande. Non in una classifica. Non in un risultato da incorniciare.

Ha iniziato a giocare a dieci anni, a Viareggio, dove è nato. A diciassette anni il trasferimento ad Aosta, le giovanili con l’Aosta Calcio, poi la Sant’Orso in Seconda Categoria. Ha giocato fino a ventidue anni, poi ha smesso. Non per stanchezza, ma perché il campo, in qualche modo, per lui stava già cambiando forma. Il passaggio dalla linea laterale alla panchina è arrivato in modo naturale, quasi inevitabile, anche grazie all’incontro con Osvaldo Cardellina: ti piace il calcio, hai le competenze, stai finendo l’ISEF: prova a fare l’allenatore.

Giulio prova. E non smette più perché gli piace davvero tanto. Nel 2004 riesce a investire tutta la sua passione in un progetto che sente suo fino in fondo. Nasce così il CGC, il Centro Giovani Calcio: un’idea semplice e radicale insieme, far crescere giovani valdostani, dentro e fuori dal campo. Vent’anni dopo, a poche giornate dalla fine del campionato di Prima Categoria, il CGC Aosta guida la classifica con ragazzi che Giulio ha iniziato ad allenare quando avevano cinque anni. Anche questo, però, lui lo racconta quasi di passaggio. I numeri non lo hanno mai interessato davvero.

Schivo, lontano dai riflettori, più attento alle persone che ai risultati, Giulio ha sempre avuto un’idea limpida: il calcio come linguaggio, come spazio di crescita, come occasione per imparare a stare al mondo. Prima ancora che vincere. Negli anni ha visto passare generazioni intere di giovani. I suoi ragazzi lo chiamano ancora Jules. Lui li osserva senza nostalgia, ma con attenzione.

Dice che i ragazzi di oggi non sono poi così diversi da quelli di ieri. È cambiata la comunicazione, questo sì. Ma li vede propositivi, forse più liberi, meno legati all’idea del posto fisso e dei percorsi obbligati.
“Noi eravamo più costretti. Studiare, lavorare, fare famiglia: se non facevi questo sembrava che stessi sbagliando. Erano percorsi che non venivano nemmeno esplicitati, ma ce li sentivamo addosso. Non era una scelta vera. E infatti molti, prima dei trent’anni, stavano male. Oggi invece i ragazzi si guardano di più, si ascoltano di più. Hanno più resistenze a certe imposizioni. E se fai quello che ti piace, qualcosa cambia”.

La differenza, però, secondo Giulio, non sta solo nei ragazzi. Sta nei genitori.
Ricorda un tempo in cui gli adulti delegavano: a scuola, nello sport, nella vita. I suoi genitori non entravano mai in campo. Non sapevano nulla di calcio e proprio per questo non interferivano. Si fidavano.
“Mio padre non sapeva niente di calcio. Proprio per questo non ha mai preteso di spiegarmi cosa fare. Si fidava. E quella fiducia, secondo me, è stata un grande vantaggio”. Oggi, dice, c’è un controllo continuo, una presenza costante, spesso senza competenze. “E se non hai le competenze, non puoi consigliare: puoi solo interferire”.

È cambiato anche il modo di stare insieme. Una volta la vita sociale dei ragazzi si svolgeva per strada, sulle panchine, nei cortili. Anche ad Aosta, anche con il freddo. Oggi molto meno: più bar, più casa, meno spazio imprevedibile. E lo spazio, per Giulio, non è un dettaglio. È educazione, è relazione, è crescita.

Per questo, nel suo lavoro, il gruppo è sempre stato centrale. Essere squadra anche fuori dal campo, oltre gli allenamenti. “Uno degli scopi principali dello sport è creare relazioni. Creare amicizie, gruppi con interessi comuni. C’è anche una forma di sicurezza: tu sai che tuo figlio i suoi amici li ha trovati lì, in un contesto dove ci sono regole, attenzione, rispetto. Non dico che una squadra renda tutti amici – è difficile – ma qualcosa rimane. Per sempre”.

Ci sono stati anni in cui attorno al campo del Puchoz gravitavano duecentosettanta ragazzi, quindici squadre. Numeri importanti, certo, ma Giulio preferisce guardare altrove. Per lui una squadra di calcio ad Aosta dovrebbe esserci sempre, come patrimonio di tutti. “La città avrebbe bisogno di una squadra stabile, di un certo livello. Non per ambizione personale, ma come approdo collettivo. Non può reggersi sull’interesse di uno solo: va condivisa, sostenuta dalla città. Quando manca qualcuno che tiene insieme le cose non si perde solo lo sport. Si perde la comunità”.

In parallelo, anche gli spazi per giocare sono diminuiti. “Una volta i condomini avevano cortili, spazi comuni. Oggi ci sono parcheggi. Io dico sempre che mio figlio è diventato calciatore anche perché ha avuto la fortuna di vivere in un condominio dove i bambini giocavano tutti i giorni insieme. Oggi quei luoghi non ci sono più, o sono lontani. E se lo spazio non è vicino, i ragazzi non ci vanno. Il gioco libero si è perso, e con questo una grande scuola sociale”.

Alla domanda se ad Aosta altri sport abbiano avuto più spazio, risponde senza esitazioni. “Nella storia della città sì. Poi il rugby è stato spostato a Sarre, il basket di Serie B è scomparso, la pallamano, che era arrivata in serie A, anche. Il problema è sempre lo stesso: se non c’è una persona che tiene insieme le cose, tutto si perde. E non parlo solo di sport: parlo in generale della comunità”.

La sua è una visione profonda sul mondo dello sport e dei giovani, fatta in una moltitudine di scatti fatti a bordo di una panchina o nelle palestre della città mentre insegnava educazione fisica.

Da padre, Giulio ha vissuto il calcio anche attraverso la carriera di Paolo. Dice senza aspettative, anche se l’istinto dell’allenatore gli aveva già suggerito che quel ragazzo, il suo ragazzo, aveva doti tecniche sulle quali valeva la pena investire. Quando Paolo è diventato grande ed è entrato a far parte del “grande calcio” ha smesso di seguirlo in trasferta: “Fatta eccezione per la finale di Champions a Berlino. Le partite le guardavo in televisione, allo stadio andavo solo quando giocava in casa”.

Non è mai stato tifoso. “Non ho mai sentito un vero senso di appartenenza a un mondo senza parteciparvi davvero”.

Racconta senza enfasi l’essere padre di un grande calciatore, ma ne parla con la luce negli occhi e il sorriso trattenuto, quasi imbarazzato, come si fa con le cose che contano davvero e di cui si è profondamente orgogliosi. Ricorda un episodio che da solo rappresenta la dimensione di aver visto avverarsi un sogno: “Il giorno del ventesimo compleanno di Paolo ha giocato in Champions League. Al rientro, davanti ad un caffè bevuto insieme in autostrada, mi ha detto: “Papà, ma chi l’avrebbe mai immaginato che avremmo festeggiato così i miei vent’anni?”.

La sorpresa di una vita che ti sorprende. Oggi Giulio è ancora in panchina ad accompagnare i suoi ragazzi. Arriva per primo al campo, come sempre. Prepara lo spazio, sistema le cose, aspetta. I ragazzi arrivano uno alla volta, qualcuno ride, qualcuno si allaccia le scarpe, qualcuno resta in silenzio.

Ogni tanto arriva anche Paolo, che si diverte ad allenarsi e a giocare con la squadra di Jules. E poi fa il papà e accompagna al campo il figlio di sei anni, che ha appena cominciato nei pulcini.

Le generazioni come scambi di pallone.

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