Il primo caffè di Mauro

La storia di Mauro Cantatore, barista ad Aosta: dal primo caffè preparato a 7 anni in Puglia al lavoro dietro il bancone nel centro della città, tra sacrifici, famiglia e clienti diventati amici.
Mauro Cantatore
Ritratti

Il primo caffè Mauro Cantatore lo prepara quando è ancora un bambino. Ha sette anni, è estate, e in un paese della provincia di Bari il tempo sembra scorrere più lento. Sua madre lavora in un bar per arrotondare e lui le sta accanto, osserva, impara. Le mani arrivano a malapena al bancone, ma il gesto è già quello giusto. In quell’aroma caldo e amaro c’è molto più di una bevanda: c’è l’inizio di un mestiere, di una vocazione, forse di una via d’uscita.

Mauro è il più grande di quattro figli, cresce in una famiglia numerosa dove il lavoro non è un’opzione, ma una necessità. Porta la spesa a casa della gente, riceve poche lire di mancia. A nove anni impara a fare la barba e va a rasare gli anziani del paese, entra nelle loro cucine, ascolta storie. «Mi facevo voler bene», dice oggi. Ed è forse lì che nasce quella capacità di stare con le persone, di accoglierle, di farle sentire a casa.

A quattordici anni parte. Lascia il Sud e si trasferisce a Torino per lavorare: troppo presto per non sentire la mancanza, abbastanza presto da trasformare la distanza in determinazione. Prova altri mestieri, anche quello del meccanico, ma il bar resta sempre il suo orizzonte. È un luogo che somiglia a una famiglia, forse perché dalla famiglia d’origine ha dovuto separarsi in fretta. E allora quella mancanza la colma così: costruendo legami, stabilità, una casa anche nel lavoro.

Negli Anni Novanta la vita lo porta ad Aosta. Dietro il bancone del Caffè Nazionale di piazza Chanoux, lo storico bar Pollano, tornato allora a nuova vita dopo anni di abbandono, Mauro affina uno stile che non ha bisogno di effetti speciali: lavoro, presenza, affidabilità. Poi il Bar du Théâtre, quindi la gelateria Nelva, dove – racconta – «si faceva il gelato più buono di Aosta». D’estate la coda era interminabile. «Una volta abbiamo dovuto chiamare i vigili urbani». Erano gli ultimi a chiudere, sempre dopo mezzanotte, e i primi ad aprire: «Alle 6.40 facevamo già i primi caffè».

Mauro Cantatore
Mauro Cantatore

È nel 2004 che arriva la svolta. L’incontro con Mario e Stefano, anche loro barman di lunga esperienza, seppur più giovani. Tutti già conosciuti in città, ognuno con il proprio percorso, ma uniti dalla stessa idea di mestiere. Decidono di mettersi in proprio. Prima in periferia, in una zona strategica per gli uffici. Poi in centro, ancora una volta vicino a scuole, servizi, luoghi di passaggio. «Quando abbiamo aperto, in tanti ci dicevano che eravamo pazzi. I prestiti avevano tassi non favorevoli, ma noi ci abbiamo creduto. Ci siamo rimboccati le maniche. Sapevamo fare questo lavoro». Ventisei anni dopo sono ancora lì, insieme. Stessa squadra, stessa filosofia: qualità, prezzi onesti, rapporto umano.

Mauro Cantatore
Mauro Cantatore

Accanto ai negozi storici, il centro di Aosta continua a vivere anche grazie a chi, ogni giorno, tiene accesa la socialità. Mauro è uno di quelli. Il loro bar è diventato un punto di riferimento per generazioni di studenti, lavoratori, famiglie. Un luogo dove non si consuma soltanto, ma si resta. «La gente con noi si sfoga», racconta. «Parla, si lamenta, si racconta. E alla fine ti ritrovi a fare un po’ lo psicologo di turno». Serve una parola giusta, un sorriso, la capacità di essere positivi anche quando non è facile. Dietro il bancone passano solitudini, fatiche, piccoli drammi quotidiani. E Mauro ascolta. Sempre.

Nel tempo, lui e i suoi soci hanno imparato a cambiare insieme alla città. Oggi ci sono i social, le prenotazioni online, WhatsApp. «I ragazzi ci chiamano da scuola prima che gli tolgano i telefonini, dopo aver visto il menu del giorno». Ride: «Ce li cresciamo, dal primo al quinto anno». Ma lo sguardo si fa serio quando parla di Aosta. «Negli Anni Novanta c’era più vita in centro, più voglia di uscire. Oggi tanti bar sono chiusi. La città è cambiata, ma soprattutto è cambiata la gente». Una volta si veniva in centro per il calzolaio di fiducia o per il negozio di lusso. Oggi le abitudini sono diverse, i parcheggi mancano, i passaggi spontanei sono meno. E poi la pandemia. «Dal Covid qualcosa si è incrinato. Forse c’è stata troppa sofferenza».

Mauro Cantatore covid
Mauro Cantatore covid

Anche il lavoro si è trasformato. «Oggi ci siamo organizzati diversamente. Abbiamo due persone in cucina e un ragazzo che ci aiuta part-time. Poi noi tre ci compensiamo». Un equilibrio costruito nel tempo, come una famiglia. Forse perché Mauro, dalla famiglia d’origine, ha dovuto prendere le distanze molto presto. E allora quella mancanza l’ha colmata così: creando legami, stabilità, una casa anche nel luogo di lavoro.

Non senza sacrifici. «Io non ho mai fatto un Natale o una Pasqua a casa. Ho sempre lavorato, togliendo qualcosa ai figli e alla famiglia». Ma c’è anche la gratitudine: «Ho avuto la fortuna di una moglie che ha capito, che ha saputo colmare i miei vuoti». La stessa passione l’ha trasmessa alla figlia Gaia, che ha trovato nel mondo del bar e della ristorazione la sua strada.

Mauro Cantatore con la famiglia
Mauro Cantatore con la famiglia

Quando gli si chiede quale sia il segreto per resistere così a lungo, Mauro torna sempre lì, alle cose semplici. «Rimboccarsi le maniche», dice. Avere mestiere, conoscere le persone, restare presenti. Perché da dietro un bancone si vedono vite intere. «La gente con noi si sfoga, si lamenta, si racconta. E alla fine ti ritrovi a fare un po’ lo psicologo di turno. Devi saper dire una parola buona, essere positivo». È un lavoro invisibile, fatto di ascolto e di equilibrio, che non si impara sui manuali.

Forse è anche per questo che il bar, per Mauro, è sempre stato una forma di casa. Una famiglia costruita giorno dopo giorno, con Mario e Stefano, con i clienti abituali, con i ragazzi cresciuti tra un panino e un caffè. Una casa che ha compensato le distanze, le partenze, i Natali e le Pasque passati lavorando. «Ho tolto qualcosa ai figli», ammette, «ma ho avuto una moglie che ha capito, che ha saputo colmare i miei vuoti». Se il figlio Elia nella vita ha fatto altre scelte – è geometra – l’altra figlia, Gaia, invece, ha imboccato la stessa strada del padre, come se quel mestiere fosse diventato un’eredità silenziosa, capace anche di colmare in parte quel senso di colpa per aver sottratto qualcosa alla famiglia, e di fargli capire che forse, invece, aveva sempre compreso e ammirato quel papà che lavorava tanto.

E allora tutto torna a quel primo caffè. A un bambino che osserva la madre dietro il bancone, in un’estate lontana, in un paese del Sud. A mani troppo piccole, ma già sicure. A una famiglia numerosa, al bisogno di partire, alla voglia di farsi strada con il duro lavoro. In fondo, Mauro Cantatore non ha mai fatto altro che questo: prendersi cura delle persone, una alla volta. Dal primo caffè a sette anni, fino a oggi. Sempre dalla stessa parte del bancone.

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