C’è una generazione che ha ballato per lasciarsi alle spalle la guerra. E c’è una donna che quella voglia di vivere ha saputo trasformarla in un mestiere, dando corpo ad una visione e scrivendo il proprio destino e quello di un’epoca.
Lilly Breuvé è una di quelle persone che non attraversano il tempo: lo abitano.
Lilly nasce ad Aosta durante la Seconda guerra mondiale. I suoi ricordi di bambina sono sbiaditi, come fotografie in bianco e nero: posti di blocco, uomini in uniforme. Ma soprattutto c’è la figura del padre, Luigi Breuvé. Una presenza forte, decisiva, capace di orientare la sua personalità e la sua vita, anche dopo la morte precoce, quando Lilly ha solo diciassette anni.
Figlia unica, cresce accanto a un uomo di montagna, scalatore, sportivo — amico di Leo Gasperl — che durante la guerra diventa maestro di sci del podestà di Aosta. Ma Luigi Breuvé è anche un tecnico: dirige gli impianti elettrici della Cogne. È un uomo bellissimo, con occhi azzurro-grigi che Lilly erediterà. Dopo la guerra tenta la strada della Svizzera, per poi ritornare ad Aosta e aprire una scuola guida, in un grande edificio lasciato in eredità da un’amica di famiglia.
È lì che Lilly impara a guidare. Camion, pullman. Nelle strade attorno al capoluogo regionale, ma anche in piena piazza Chanoux. A cinque anni sa già leggere e scrivere in due lingue. “Mi sono sempre annoiata a scuola. Non mi interessavano quei metodi di insegnamento. E poi bisognava lavorare”.
Il lavoro arriva presto. E arriva insieme al dolore. A diciassette anni perde il padre: una lesione mortale dell’aorta, a soli quarantanove anni. Una ferita che non si rimargina. Lilly accelera, come se fermarsi fosse impossibile: studia, si forma, e a diciotto anni diventa istruttrice di guida, lavorando accanto alla madre Elvira Forré.
Anche dalla famiglia materna arriva un’eredità sottile ma decisiva. I nonni si erano conosciuti a Parigi: lei, elegante contadina al servizio di una principessa russa; lui, tassista, come molti emigrati valdostani. Dalla nobiltà la nonna aveva imparato il portamento, i modi, l’arte dell’intrattenere. In quell’eleganza — nel tono della voce, nel modo di porsi — c’è già Lilly. Un fascino aristocratico, naturale, mai ostentato.

Poi arriva l’amore. Quello che cambia il passo alle cose. Lilly sposa Mario Ramazzotti, la cui famiglia gestisce il Mont-Blanc di Aosta, uno dei luoghi simbolo del dopoguerra: musica, ballo, incontri. “Dopo la guerra anche ad Aosta la gente aveva voglia di ballare. In piazza Chanoux c’era un locale che ospitava più di mille persone. Alla sera si usciva”.
Al Mont-Blanc l’orchestra seguiva una regola precisa: tre balli e tre lenti. E Lilly racconta: “Ricordo mio suocero che passava in sala a controllare che durante i lenti non ci si avvicinasse troppo“.
Poi arriva l’intuizione, che si insinua piano, come succede alle idee che funzionano davvero. Il mondo della notte sta cambiando, Lilly lo avverte prima ancora di riuscire a spiegarlo. Le sale da ballo non bastano più, serve altro: spazi diversi, un linguaggio nuovo, un modo inedito di stare insieme dopo il tramonto.
“Facendo scuola guida a Courmayeur ho saputo che c’era un locale a disposizione“, racconta. È una frase detta quasi di passaggio, eppure dentro c’è già tutto.
Con l’architetto Sergio Canavese quell’intuizione prende forma. È il 1966. I Beatles arrivano per la prima volta in Italia, a Roma apre il Piper, e mentre la capitale accende una rivoluzione culturale, anche la Valle d’Aosta trova la sua notte moderna. Nasce l’Abat‑Jour. Non è solo un locale: è un’idea. Un luogo pensato per accogliere, per durare, per diventare riconoscibile. La prima Disco.

Negli anni l’Abat‑Jour cresce, cambia pelle, si adatta. Segue le mode, ma soprattutto le regole, spesso anticipandole. “Ricordo l’ultimo intervento di riqualificazione: 500 milioni di lire, di cui 350 destinati alla sicurezza. Ed è giusto che sia così”.
Diventa subito un salotto, un punto di riferimento, un posto dove ci si dà appuntamento senza bisogno di spiegazioni. “I tempi erano giusti. Eravamo aperti tutte le sere. Oggi non credo che farei un locale del genere. E poi erano continue le lotte con il Comune che voleva farci andare a letto con le galline”. Ma allora si faceva. Si tenevano accese le luci fino a tardi, si faceva musica tutti giorni.
A Courmayeur c’è persino un pulmino blu con la scritta Abat-Jour che accompagna le persone da un locale all’altro. Un “fil rouge” tra gli spazi della notte. E con un sorriso Lilly ricorda: “Ogni tanto ci ritrovavamo con gli altri gestori per riscambiarci i bicchieri”.
All’Abat-Jour passano musicisti e artisti destinati a diventare icone. Dodo Lancia inizia lì come deejay, a sedici anni, quando i disk-Jockey erano un po’ come le modelle. Lì Lucio Dalla suona il pianoforte che oggi fa parte dell’arredo della Va-Chérie, altro locale storico, dove Lilly si trasferisce dopo la chiusura dell’Abat-Jour e che oggi dà in gestione. Ma c’è anche Fabrizio De André che gioca a poker con Mario. Ci sono i Ricchi e Poveri, Grillo e Giorgio Gaber che sono di casa. E alla chiusura dell’Abat-Jour si va tutti alla Va-Chérie, per le spaghettate che finiscono alle sette del mattino.

Le luci dell’Abba si spengono nel 2000. Ma nel frattempo Lilly ha attraversato un’epoca. Per quarantacinque anni è presidente nazionale del SILB, il sindacato dei locali da ballo. Una donna alla guida di un mondo tradizionalmente maschile. “Tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta in Valle c’erano 57 locali dove ballare, dodici solo a Courmayeur. Un altro mondo”.
Ma mentre la lunga parentesi di vita dell’Abba si è chiusa, nella vita di Lilly c’è un incontro che resta per sempre sospeso, come una musica interrotta prima dell’ultimo accordo. È quello con Corrado Gex. Si conoscono per caso, negli anni Sessanta, passeggiando sotto il Palazzo regionale. Lei ha il cane al guinzaglio. Lui ha l’aria di chi appartiene già a un’altra dimensione. È assessore, poi deputato. Un uomo destinato a diventare un simbolo.
Tra loro nasce un legame intenso, fatto più di intesa che di promesse, più di parole che di gesti. Un sentimento che la vita non concede il tempo di trasformare in altro. “Era troppo bello, troppo ricco, troppo famoso. Tutto troppo. Non era possibile”.
Poi arriva la tragedia. L’incidente aereo che spezza una traiettoria politica e umana. Mentre Lilly ne parla, la voce non indulge nel rimpianto, ma trattiene qualcosa che somiglia a una consapevolezza amara: alcune storie non sono destinate a compiersi. Restano lì, come una luce lontana, visibile anche quando non scalda più.
Tra le parentesi di vita di Lilly ce n’è anche una dedicata alla politica e all’impegno in prima persona. Lilly viene eletta in Consiglio regionale per il PSI nel luglio del 1983. Porta in aula la sua esperienza, la sua determinazione, assieme a quel savoir faire ereditato dalla nonna. Ricorda battaglie dure, come quella per l’ingresso delle donne nel Corpo forestale. “Pensavano di stancarmi. Ma per me, donna della notte, alle dieci di sera la giornata era appena cominciata”.
Oggi Lilly Breuvé vive a Saint-Oyen, il paese delle origini materne, con il suo cane Gregory, un collie che assomiglia a Lassie e che le cammina sempre accanto: “E’ un cane pastore – dice Lilly – ma non sa di esserlo, devi vederlo quando incontriamo le mucche che occhi fa!”.
È una quiete scelta la sua, anche se dentro restano la musica, il lavoro, le notti e soprattutto un’assenza che non si è mai ricomposta: “Non ho mai accettato la morte di mio padre”. Ed è forse da lì che nasce tutto: dal bisogno di tenere accese le luci, di uscire di casa fino a tardi, di creare luoghi in cui incontrarsi e di misurarsi con il mondo degli uomini.
Lilly Breuvé non ha solo fatto ballare una valle. Ha dimostrato che anche la notte può avere una forma, una dignità, una memoria, che la notte può essere cultura, lavoro, senso di appartenenza e che anche nei luoghi più effimeri — una pista da ballo, una musica che passa — può restare qualcosa che dura. E che certe luci, anche quando si spengono, restano negli occhi di chi le ha viste brillare. Non si spengono davvero: cambiano distanza, diventano memoria.

7 risposte
grande donna …grande Lilly …grazie per quegli anni spensierati
…e magari ringraziare Schulz per quanto ha fatto a Lilly?
Un bellissimo articolo, davvero meritato, per un personaggio lungimirante che ha saputo attraversare le generazioni con grande savoir faire e gentilezza.
La classifica persona giusta nel posto giusto. Grande Lilly
Vachérie non Va-chérie
La dizione storica è Va-Chérie:
https://www.lovevda.it/it/banca-dati/9/discoteche-locali-notturni/morgex/va-cherie/719
Grazie e buona domenica!
Non Dodi Lancia, ma DODO Lancia
E’ ora corretto. Grazie per la segnalazione!