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Energia, prezzi stabili nel 2025 ma più alti rispetto ai livelli pre-crisi

Ogni variazione strutturale contribuisce, non solo sul lungo periodo, all’evoluzione del settore dell'energia, nell’ottica di promuovere la transizione energetica e rendere il mercato più sostenibile, non solo dal punto di vista economico ma anche ambientale.
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Il 2025 è stato un anno foriero di grandi novità per il mercato energetico italiano, in particolare quello dell’energia elettrica. Dal 1° gennaio, infatti, è entrato in vigore il PUN Index GME mentre da ottobre le quotazioni di mercato sono basate su un’unità di tempo più breve (15 minuti) rispetto a quella utilizzata in precedenza (l’ora intera). A prima vista si tratta di tecnicismi complessi, lontani dalla realtà dei consumatori e degli utenti finali; in realtà, non è esattamente così. Ogni variazione strutturale contribuisce, non solo sul lungo periodo, all’evoluzione del settore, nell’ottica di promuovere la transizione energetica e rendere il mercato più sostenibile, non solo dal punto di vista economico ma anche ambientale.

Il passaggio dal PUN luce al PUN Index GME

L’acronimo ‘PUN’ sta per “Prezzo Unico Nazionale”, ovvero “l’indice di riferimento del mercato elettrico italiano”, come si legge sul sito ufficiale del GME (il Gestore dei Mercati Energetici). Dal 1° gennaio 2025, come disposto dal MASE – il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica – il PUN Index GME sostituisce il preesistente Prezzo Unico Nazionale, che spesso veniva indicato, per comodità, come “PUN luce”.

Nello specifico, secondo quanto stabilito dall’articolo 1 del D.M. MASE 18 Aprile 2024le offerte di acquisto di energia elettrica sul Mercato del giorno prima gestito dal GME sono valorizzate ai prezzi zonali”. Il GME, si legge nel dispositivo, calcola il prezzo dell’elettricità “come media dei prezzi zonali ponderata per le quantità acquistate relativamente a portafogli zonali in prelievo in ciascuna zona geografica di mercato”.

L’indice non è soltanto un’espressione delle dinamiche di mercato ma è uno dei fattori che incide maggiormente sulle spese energetiche dei consumatori. Per farsi un’idea più chiara a riguardo, è possibile consultare l’approfondimento curato da Reset Energia su cos’è il PUN luce, come funziona e il ruolo che svolge nei meccanismi di tariffazione a carico degli utenti che hanno sottoscritto offerte a prezzo indicizzato.

Non tutti gli utenti, infatti, sono esposti all’andamento dell’indice di mercato allo stesso modo. Coloro i quali scelgono formule a prezzo fisso, anziché variabile o indicizzato, possono contare su spese energetiche più regolari, evitando così che ogni bolletta si trasformi in un’incognita indecifrabile. Tra quelle disponibili sul mercato italiano spicca il modello implementato da Reset Energia, azienda giovane ma già affermata che propone un servizio di fornitura in abbonamento a canone mensile fisso, ovvero un importo vincolato ad una fascia di consumo che comprende imposte, IVA e oneri generali di sistema. L’approccio di Reset è estremamente flessibile: gli utenti possono scegliere tra tre diverse ‘fasce’, in base a specifiche necessità di spesa e il fabbisogno energetico del proprio nucleo familiare. L’azienda, inoltre, coniuga la sostenibilità economica con quella ambientale, distribuendo energia elettrica pulita al 100%, prodotta da fonti energetiche rinnovabili certificate mediante il meccanismo delle Garanzie d’Origine.

L’impatto del nuovo indice sui prezzi dell’elettricità

A un anno dalla sua introduzione, il PUN Index GME non ha prodotto particolari sconvolgimenti sul mercato italiano dell’energia elettrica. Ciò è dovuto anzitutto all’applicazione, da parte dell’ARERA, di un meccanismo di perequazione, finalizzato a limitare eventuali sbalzi di prezzo o disparità tariffarie tra le varie zone di scambio dell’energia.

Il PUN” ha spiegato l’analista di settore Andrea Marchisio in un’intervista concessa al portale enostra.it, “è nato come prezzo unico nazionale per i consumatori quando è stato liberalizzato il mercato elettrico; rappresenta il prezzo all’ingrosso dell’energia ed è stato introdotto per rendere i prezzi omogenei e limitare le disparità”. Secondo Marchisio non ci saranno novità significative neanche dopo il 31 dicembre 2025, ovvero quando il meccanismo di perequazione previsto dall’ARERA verrà abrogato. “Applicare i prezzi zonali metterebbe in difficoltà le industrie del Nord”, osserva, sottolineando come anche gli utenti potrebbero risentirne negativamente, poiché “creerebbe una disparità in bolletta, a favore delle regioni del Sud che hanno un potenziale maggiore per lo sviluppo delle rinnovabili”.

L’andamento dei prezzi nel 2025

Vediamo ora come si è evoluto il prezzo medio dell’energia elettrica in Italia durante tutto il 2025. Per avere un’idea dell’andamento dell’indice su base mensile è sufficiente consultare il sito del GME (sezione “esiti” del mercato elettrico). Il PUN ha fatto registrare un calo significativo tra febbraio e maggio, il mese in cui il prezzo medio ha toccato il punto più basso. Nei mesi successivi, l’indice si è stabilizzato sopra i 110 euro/MWh; il 2025 non ha fatto registrare oscillazioni particolarmente pronunciate ma si regge su un equilibrio piuttosto fragile.

La situazione attuale è figlia soprattutto della crisi energetica e dei rincari prodotti dallo scoppio del conflitto in Ucraina; il mercato, dopo il 2022, si è stabilizzato ‘verso l’alto’, ovvero su livelli di prezzo di molto superiori rispetto a quelli registrati negli anni precedenti. Ad ogni modo, il 2025 si è contraddistinto per un’inversione di tendenza se paragonato al 2024, quando i prezzi – dopo il minimo raggiunto ad aprile – sono risaliti durante i mesi successivi. Ciò nonostante, però, il costo dell’energia è praticamente il doppio di quello attestato tra il 2018 e il 2020 e, anche se il mercato è meno volatile, non ha mostrato alcuna tendenza ad un calo significativo e duraturo.

Scenari futuri: prezzi più omogenei?

L’RSE (l’ente di Ricerca Settore Energetico) aveva elaborato, già nel 2024, gli scenari più plausibili derivanti dal superamento del Prezzo Unico Nazionale. La misura, si legge nel report, “non comporterà di per sé un perfetto allineamento dei prezzi zonali che continueranno ad essere disallineati per via delle limitate capacità di trasporto interzonali, ma anche in virtù di una forte penetrazione delle fonti rinnovabili non programmabili, potenzialmente disomogenea sul territorio nazionale”.

Lo sviluppo delle rinnovabili in Italia, come si evince anche dai dati sulle ‘Aree Idonee’ e i relativi obiettivi al 2030, procede in maniera piuttosto difforme; alcune regioni sono più avanti di altre o, semplicemente, possono contare su un maggiore potenziale da sfruttare. Restano, al contempo, i nodi normativi e una generale inversione di tendenza rispetto al 2024. Legambiente, ad esempio, ha registrato un rallentamento, che allontana ulteriormente il Belpaese dal raggiungimento degli obiettivi comunitari di decarbonizzazione. Investire sulle fonti energetiche rinnovabili in maniera diffusa e consistente permetterebbe di differenziare in modo decisivo il mix energetico nazionale (ossia l’insieme delle fonti utilizzate per produrre elettricità), ridurre la dipendenza del mercato elettrico da quello del gas e ridurre, di riflesso, i costi per le aziende e i consumatori.

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