Insulti e vessazioni alla convivente, condannato 51enne

All’uomo, di origini tunisine, sono stati inflitti due anni di reclusione. La pena sarà sospesa se frequenterà dei percorsi di recupero, superandoli positivamente. La procura aveva chiesto 4 anni e 6 mesi di carcere.
Il Tribunale di Aosta
Cronaca

Vessazioni quotidiane nei confronti della convivente, con accuse ripetute di “non sei buona a nulla”, di non essere in grado di fare la madre e di infedeltà in modalità seriale. E’ quanto ha portato a processo, con l’accusa di maltrattamenti in famiglia, un 51enne di origini tunisine, che il Tribunale di Aosta ha, quest’oggi, mercoledì 21 gennaio, condannato a due anni di reclusione.

I giudici (presidente Marco Tornatore, a latere Maurizio D’Abrusco e Giulia De Luca) hanno condizionato la sospensione della pena al fatto che l’imputato frequenti, entro un anno dall’irrevocabilità della sentenza, degli specifici percorsi di recupero, superandoli con esito positivo.

La situazione problematica, a quanto emerso a processo, si era già presentata sino al 2022, quando il nucleo viveva a Rimini. Poi, il trasferimento in Valle d’Aosta, ove abusi e vessazioni non sono cessati. Dinanzi all’ennesimo episodio, la donna – lo scorso agosto – trova la forza di chiamare i carabinieri, che intervengono ed arrestano il compagno in flagranza di reato. La misura cautelare era poi stata sostituita con altre meno afflittive.

Nella sua requisitoria, culminata nella richiesta di una pena di 4 anni e 6 mesi di carcere, il pm Manlio D’Ambrosi ha ripercorso come, nell’approfondito esame in aula della persona offesa, otto anni più giovane dell’imputato, fosse stato tratteggiato “un primo momento di grande sintonia, per poi – anche a causa dell’abuso di alcool – proseguire i litigi che non erano mero dissidio familiare, ma rientrano nella fattispecie dei maltrattamenti”.

Chiedendo l’assoluzione dell’imputato, il difensore – l’avvocata Ninfa Renzini del foro di Rimini – ha puntato a ricondurre gli episodi ad un contesto familiare problematico, ma non fatto di abusi, caratterizzato (anche) dalla gelosia della convivente e dalla rabbia di lei per essersi sentita abbandonata e non sostenuta economicamente dall’allora compagno. Un quadro in cui, per il difensore, le testimonianze sentite in aula non avrebbero offerto riscontro alla tesi accusatoria.

I giudici hanno però deciso per la colpevolezza dell’imputato, concedendo le attenuanti generiche (la Procura contestava l’aggravante che alcuni maltrattamenti fossero avvenuti in presenza della figlia minore della coppia), e ponendo a suo carico anche il risarcimento di 8mila euro di danni alla donna (costituitasi parte civile nel processo) e anche spese legali per oltre 4mila euro.

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