La Francia che ospiterà la prossima edizione dei Giochi Olimpici Invernali ha chiuso al sesto posto la classifica per nazioni delle Olimpiadi di Milano Cortina. Nel medagliere 8 ori, 9 argenti e 6 bronzi, ma è una graduatoria decisamente viziata dai risultati della squadra di biathlon. Senza lo “scia e spara” la nazionale transalpina sarebbe lontana anni luce dai migliori: si piazzerebbe in 15esima posizione alle spalle della Gran Bretagna con appena 2 medaglie del metallo più prezioso (5 argenti e 3 bronzi).
Uno score da comparse, insomma. Non è un caso, in effetti, che sabato pomeriggio sia stato addirittura il presidente della Repubblica Francese Emmanuel Macron a ringraziare sui suoi profili social la nazionale di biathlon, che ha portato in dote 6 ori, 4 argenti e 3 bronzi alla delegazione transalpina. Il biathlon tricolore che ha fatto “tredici”, però, non è una sorpresa: da anni gli atleti d’Oltralpe sono tra i migliori al mondo, e in queste Olimpiadi hanno saputo dimostrare tutto il loro valore. Per fare un esempio pratico: sono andati a medaglia in tutte le gare fatta eccezione per l’inseguimento femminile, dove però due ragazze sono arrivate al quarto e al quinto posto.
Talento da vendere, e a tutti i livelli. Non solo tra chi scende in pista con indosso un pettorale, ma anche nei tecnici: perché il segreto di cotanto successo è avere il “top della gamma” non solo sulla neve, ma anche negli altri settori chiave della disciplina: nella preparazione degli sci e, soprattutto, nella cura del tiro. Settore dove il nostro Patrick Favre è maestro.
“Le staffette il momento più bello”
Patrick Favre da Bionaz è un personaggio tra i più conosciuti nel mondo del biathlon. Anche se non gareggia da oltre vent’anni e parla raramente a giornali e tv. Televisivamente parlando, il suo volto viene ripreso spesso e volentieri dopo i poligoni perfetti delle sue atlete. Succede in Coppa del Mondo, è successo anche alle Olimpiadi. Uno “zero” di Julia Simon o Lou Jeanmonnot e le telecamere andavano a pescare, a bordo pista, il volto serafico del 53enne valdostano. Sempre uguale, sempre imperturbabile.
Nonostante la carriera internazionale di altissimo livello – argento nella sprint iridata di Kontiolathi 1999 – e il crescente appeal televisivo del biathlon, Patrick Favre rimane una persona che preferisce parlare poco e dimostrare le sue capacità senza troppo clamore. C’è un’eccezione: nel 2023 lasciò la squadra maschile transalpina insieme all’allenatore Vincent Vittoz puntando il dito “sulle troppe parole che spesso gli atleti pronunciano sui social e sui giornali. Noi siamo stati abituati, quando correvamo, prima a vincere e poi eventualmente a parlare”.
Personaggio d’altri tempi, Patrick Favre. C’è voluta la terza medaglia d’oro (su tre disponibili) nella staffetta femminile per strappargli un piccolo sorriso a favor di telecamera. “Beh, quando arrivano risultati del genere si è felici. – ammette Patrick Favre – Soprattutto perché le medaglie conquistate in staffetta hanno sempre un valore speciale. O almeno, per me è così. Era la mia opinione già quando ero atleta, lo è ancora di più oggi che seguo la squadra come tecnico”.
Ad Anterselva la Francia del biathlon aveva debuttato in questa edizione dei Giochi Olimpici vincendo la staffetta mista con Eric Perrot, Quintin Fillon Maillet, Lou Jeanmonot e Julia Simon: analogo risultato per le staffette “mono-genere” tradizionali, con gli uomini che hanno vinto l’oro rimontando dal 19esimo posto dopo il secondo poligono e le ragazze di Patrick Favre capaci di imporsi dopo un’altra partenza non troppo convincente. “La forza della squadra è anche quella, saper riparare alla prestazione non brillante di un suo componente. – dice ancora Patrick Favre – Il biathlon, poi, è una disciplina dove non è finita finché non è finita: sapevamo che il nostro collettivo era di grande spessore e che le ragazze potevano fare benissimo. Mi hanno stupito in positivo anche le giovani: la Jeanmonnot, Oceane Michelon e Camille Bened erano alla loro prima Olimpiade, potevano pagare lo scotto del debutto e invece sono state bravissime”. La Michelon, seconda ai Mondiali dell’anno scorso, ha terminato la sua rassegna a cinque cerchi con la vittoria nell’inseguimento davanti a Julia Simon, un risultato incredibile se si pensa che dopo l’ultimo poligono erano rispettivamente seconda e quarta.
È il bello del biathlon, verrebbe da dire. E soprattutto è un risultato che riduce – di parecchio – le polemiche sorte attorno alla squadra francese allenata da Patrick Favre, che da ormai due anni a questa parte deve convivere con questioni che di sportivo hanno ben poco. La vicenda della carta di credito rubata da Julia Simon a Justine Braisaz-Bouchet ha riempito i giornali d’Oltralpe per mesi e anche oggi che la vicenda (dal punto di vista penale e sportivo) può dirsi conclusa i social non mancano di sottolineare la vicenda ad ogni successo (o passo falso) di alcune delle protagoniste.
Patrick Favre ha “subìto”, se così si può dire, gli echi di questa vicenda. Ha dovuto convivere per mesi con le protagoniste di questa querelle. Come si fa a non soffocare tra le polemiche?
“Credo che tutti abbiano capito che lo sport è come la vita – ammette Patrick Favre – e che per lavorare insieme, ed è quello che facciamo nel biathlon, non dobbiamo necessariamente essere tutti amici per la pelle. Si può discutere, anche litigare, senza dimenticarsi di quali sono gli obiettivi comuni. Le nostre ragazze sono riuscite a fare questo passaggio, e i risultati del biathlon alle Olimpiadi dimostrano che sono state più brave di chi fomentava la rissa”.
Cosa riserva il futuro?
L’edizione di Milano Cortina è stata la settima alla quale ha partecipato Patrick Favre. Due da atleta (Lillehammer 1994, Nagano 1998) e cinque da tecnico: la rassegna italiana è stata la terza seguita dai box della Francia dopo Pechino 2022 e PyeongChang 2018. A Vancouver nel 2010 e a Sochi nel 2014, invece, era tecnico della nazionale italiana.
“Posso dire con un pizzico d’orgoglio che alcune delle ragazze che hanno fatto grande il biathlon azzurro le ho allenate anche io. – racconta Patrick Favre – Lisa Vittozzi, ad esempio, o Dorothea Wierer. Ecco, spendo volentieri qualche parola su Doro, che è stata capace di smettere di correre ad altissimo livello. Non era facile, ma ha chiuso la sua immensa carriera a un passo dal podio nella mass start di casa. Ecco, vedete com’è questo sport? Un errore in meno al tiro e avrebbe preso una medaglia. È sempre e solo una questione di dettagli, a volte di piccolissimi dettagli”.
Domenica, mentre le Olimpiadi si apprestavano alla cerimonia di chiusura, Patrick Favre raggiungeva la sua casa di Bionaz per passare qualche giorno nel paese che lo ha cresciuto e dove vive tuttora. Ma la stagione non è terminata: tre tappe di Coppa del Mondo – Kontiolathi, Otepaa e Holmenkollen – e il pettorale giallo della Jeanmonnot da difendere fino alla fine.
E poi, cosa farà Patrick Favre? “La fine del quadriennio olimpico è sempre fucina di tante dicerie. Io posso dire che abbiamo sempre rimandato ogni discorso sul mio contratto a dopo i Giochi Olimpici, e quindi nelle prossime settimane parleremo di questo”, racconta con tranquillità.
Lunedì L’Equipe ha dato per ormai certo il ritorno “a casa” di Siegfried Mazet, tecnico francese del tiro che nell’ultimo decennio ha seguito la Norvegia. Dall’altra parte, Cyril Burdet, Jean-Paul Giachino, Simon Fourcade e Jean-Pierre Amat dovrebbero salutare la nazionale alla fine della stagione. Si va verso un rimescolamento di carte, ma la Fédération Française de Ski difficilmente farà a meno dell’esperienza di un uomo come Patrick Favre. Che intanto si gode un po’ di Bionaz e i risultati del nipote Walter Landry, ragazzo dello Sci Club Bionaz/Oyace che come lo zio e come la gran parte dei ragazzi del paese si dedica al biathlon: per la cronaca, Walter domenica è stato terzo nel campionato regionali Aspiranti di Brusson.
