In 13 anni il commercio di Aosta ha perso 102 attività. Confcommercio lancia un appello alle istituzioni

I dati di Confcommercio parlano di un calo da 474 a 330 imprese, tra centro storico e periferia, tra il 2012 ed il 2025: "Una contrazione che rispecchia il drammatico fenomeno della desertificazione commerciale che sta colpendo l'intero Paese".
Negozi sfitti dossier commercio
Economia

“Ad Aosta, tra il 2012 e il 2025, il commercio al dettaglio ha perso 102 attività (da 474 a 330 imprese complessive tra centro storico e periferia), con una contrazione del 21,5 per cento che rispecchia, purtroppo, il drammatico fenomeno della desertificazione commerciale che sta colpendo l’intero Paese”.

A lanciare l’allarme è Confcommercio Fipe Valle d’Aosta, che cita i dati dell’OsservatorioCittà e demografia d’impresa” dell’associazione, diffusi ieri, 12 marzo.

“Non possiamo abbassare la guardia di fronte a questi numeri – dice Ermanno Bonomi, presidente Confcommercio Aosta –. La perdita di 102 negozi in poco più di un decennio rappresenta un impoverimento del tessuto economico e sociale della nostra città che richiede interventi immediati e condivisi tra tutti gli attori istituzionali”.

Un confronto con il nazionale

Il confronto con i dati nazionali – spiega una nota dell’associazione – “evidenzia un’emergenza diffusa”. In Italia “il quadro è ancora più drammatico: sono scomparsi 156mila punti vendita del commercio fisso e ambulante nei 122 comuni medio-grandi analizzati. I centri storici pagano il prezzo più alto, con perdite superiori rispetto alle periferie in tutto il territorio nazionale”.

Ad Aosta, la contrazione del commercio al dettaglio nel centro storico è del 31,2 per cento (passa cioè da 250 a 172 imprese), mentre le aree non centrali perdono il 29,5 per cento (da 224 a 158 attività). “Un dato che, seppur in linea con il trend nazionale, non può essere sottovalutato dalle amministrazioni locale e regionale”, dice ancora Confcommercio.

I settori più colpiti ad Aosta

negozi chiusi, serrande abbassate
negozi chiusi, serrande abbassate

Stando ai dati dell’Osservatorio di Confcommercio, le criticità di Aosta “rispecchiano il panorama nazionale”. Il che, però, resta “un allarme per la vitalità urbana”. I numeri dicono che – sempre tra il 2012 ed il 2025 – le edicole sono diminuite del 50 per cento passando da 8 a 4, in linea con il -51,9 per cento nazionale. Le attività di abbigliamento e calzature sono scese del 35,5 per cento (da 62 a 40), contro il -36,9 per cento a livello italiano.

Va peggio per il settore mobili e ferramenta, che ad Aosta fa segnare un -53,3 per cento (da 30 a 14), molto oltre il -35,9 per cento nazionale. Situazione simile per il comparto libri e giocattoli, con un calo del 42,9 per cento (da 21 attività a 12), che supera il -32,6 per cento del resto d’Italia.

Peggio di tutti fa segnare il commercio ambulante. Stando ai dati Confcommercio, dal 2012 al 2025 è calato dell’80 per cento (scendendo da 5 a 1). Un “fenomeno di particolare gravità”, dice l’associazione.

Segnali positivi emergono solo in pochi comparti. Ad esempio, le farmacie, che crescono del 66,7 per cento (da 3 a 5) superando il +9,8 per cento nazionale, mentre si mantengono stabili computer e telefonia.

La trasformazione del settore alberghiero e della ristorazione

Il comparto alberghi-bar-ristoranti mostra dinamiche contrastanti, spiega ancora Confcommercio. Le attività sono infatti in crescita nel centro storico (+20,2 per cento, da 119 a 143 imprese) “ma con una preoccupante contrazione degli alberghi tradizionali (-33,3 per cento) compensata dal boom dellealtre forme di alloggio’ (+200 per cento, da 4 a 12), fenomeno che rispecchia il +184,4 per cento nazionale degli affitti brevi”.

Su questi dati, il presidente Confcommercio Graziano Dominidiato mette in guardia: “Il settore della ristorazione sta vivendo una profonda trasformazione che non può essere letta solo in chiave numerica. L’aumento dei ristoranti (+24,3 per cento) e delle rosticcerie-gelaterie-pasticcerie (+4,5 per cento) nel centro storico dimostra che c’è ancora vitalità imprenditoriale, ma la contrazione dei bar tradizionali (-13,2 per cento) ci preoccupa. Questi dati ci dicono che il modello di ristorazione sta cambiando rapidamente, privilegiando forme più flessibili ma spesso meno radicate nel territorio. È fondamentale che le istituzioni comprendano che dietro ogni numero c’è un imprenditore, una famiglia, posti di lavoro e un pezzo di identità della nostra città”.

Le proposte di Confcommercio

Nella nota, Bonomi e Dominidiato dicono che “è tempo di agire con determinazione. Chiediamo alle amministrazioni comunali e regionali di avviare immediatamente un confronto costruttivo per implementare le strategie del progetto Cities di Confcommercio, adattandole alle specificità del nostro territorio”.

Le proposte includono: il riconoscimento delle imprese di prossimità come attori strategici del governo urbano, l’integrazione tra politiche di sviluppo economico e urbanistica, creazione di strumenti di conoscenza per monitorare l’evoluzione del tessuto commerciale, una disciplina dell’offerta commerciale nelle aree più sensibili del centro storico e la gestione attiva dei locali sfitti per contrastare il degrado urbano.

“Il commercio di vicinato non è solo economia, è presidio sociale, sicurezza urbana e qualità della vita – chiude Bonomi –. Perdere altri negozi significherebbe impoverire irreversibilmente il cuore pulsante della nostra città. È una responsabilità collettiva che non possiamo permetterci di sottovalutare”.

3 risposte

  1. La vita del mondo non è statica, è dinamica, e bisogna imparare a vivere nel mondo che c’è e non invocarne uno di fantasia o oggetto di nostalgia. Se vietassimo l’apertura dei supermercati la gente andrebbe là dove ce ne sono, Vicolungo e Settimo ne sono il classico esempio, i negozietti qui sono cari e la gente va all’outlet, punto. Le crocchette per il cane sono care e la gente le ordina on line, logico. Gli alimentari non fanno eccezione. Vietare a cosa servirebbe? La società e l’economia sono in costante evoluzione, chiudono i negozi e aprono i supermercati… ok si va a lavorare in quelli; chiudono i negozi e aumentano le vendite on line… ok si va a lavorare per l’e-commerce; eccetera. È inutile voler fermare il corso della storia, bisogna imparare a starci dentro, e la nostalgia non serve a un piffero.

  2. Hanno lasciato aprire supermercati ogni 3 metri.
    Amazon, Temu, ecc. spopolano.
    Come può sopravvivere un piccolo negozio, tassato e tartassato, a fronte dei giganti della distribuzione e di un fisco vorace?

  3. Finalmente se ne parla! Sono quasi vent’anni che percorro via Chambéry. Ricordo ancora quando era un susseguirsi di vetrine vive e attività di ogni tipo; oggi, purtroppo, resta solo la tristezza di una sfilata di cartelli ‘Vendesi’ o ‘Affittasi’. Vedere una via così storica svuotarsi della sua anima commerciale è un colpo al cuore per chiunque ami la nostra città 😪

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