Oscar 2026, trionfa “Una battaglia dopo l’altra”

Con sei statuette, “Una battaglia dopo l’altra” di Paul Thomas Anderson è il vincitore degli Oscar 2026. Dai successi della cerimonia al Dolby Theatre alle altre pellicole da non perdere, ecco i titoli di questa edizione che vi consigliamo di vedere.
cerimonia oscar
Incontri ravvicinati con AIACE

Dopo il successo ai Golden Globe, Paul Thomas Anderson si conferma il grande protagonista della stagione: il suo Una battaglia dopo l’altra ha dominato la notte degli Oscar portando a casa sei statuette, tra cui miglior film e miglior regia. Nonostante la mancata vittoria di Leonardo DiCaprio (il premio al miglior attore è andato a Michael B. Jordan in I peccatori di Ryan Coogler), la sua interpretazione resta il cuore pulsante di un’opera che ha saputo convincere l’Academy. In questa puntata della rubrica, vi suggeriamo alcuni titoli da recuperare, dai grandi vincitori ai film che, pur senza statuetta, restano tra i più interessanti del 2025.

UNA BATTAGLIA DOPO L’ALTRA di Paul Thomas Anderson

Sei statuette: miglior film, miglior regia, miglior attore non protagonista (Sean Penn), miglior sceneggiatura non originale, miglior casting, miglior montaggio

Una battaglia dopo l’altra è grande cinema. Possiamo dirlo forte. Il regista statunitense Paul Thomas Anderson ci riporta ai fasti de Il Petroliere, realizzando nuovamente un film molto politico con cui racconta la controversa epoca in cui viviamo oggi, alternando sottile ferocia e spudorata ironia: il nazionalismo e la repressione del dissenso dilagano, la violenza e il machismo vanno a braccetto, il libero arbitrio è messo a dura prova (anche per chi è nel giusto)

Dopo anni di militanza e dedizione, Bob (Leonardo DiCaprio), ex membro di un gruppo rivoluzionario, vive ai margini della società insieme alla propria figlia adolescente Willa (Chase Infiniti), disilluso e scombussolato dall’alcol e dalle droghe. Quando, però, un nemico del passato (Sean Penn) spezza l’incantesimo di tranquillità, l’animo guerriero sopito di Bob riemerge, combattendo “una battaglia dopo l’altra” stavolta per e a fianco di sua figlia.

Un grande cast per una grande opera: Leonardo DiCaprio è convincente nel dare vita a un personaggio dalle mille sfaccettature caratteriali, dal fumantino al malinconico; lo stravagante sensei messicano di Benicio Del Toro, proprio insieme a Leo, ci regala le scene più divertenti del film. Resta impressa negli occhi tutta la grandezza di Sean Penn nei panni dello squilibrato colonnello Lockjaw. Una menzione speciale per la sottile ma potente colonna sonora di Johnny Greenwood, che accompagna lo spettatore lungo tutto il caotico incedere della pellicola.

Una battaglia dopo l’altra è un interessante esperimento di Paul Thomas Anderson nella sovrapposizione di diversi generi, thriller, action, dramma familiare e satirico, assolutamente riuscito. Tanti film in uno, dove dal caos si ritorna all’equilibrio, immortalato nell’immagine di un padre e di una figlia che si vogliono bene.

FRANKENSTEIN di Guillermo del Toro (su Netflix)

USA, Messico, 2025, fantastico, orrore, fantascienza 

Tre statuette: miglior scenografia, migliori costumi, miglior trucco e acconciatura

“Solo i mostri giocano a fare Dio.”

Il fascino tenebroso del mito di Frankenstein non ha smesso di ammaliare il pubblico nel corso del tempo e, tra i suoi più grandi ammiratori, spicca Guillermo del Toro. Per il regista messicano premio Oscar, maestro del fantasy horror e da sempre appassionato di mostri, realizzare il classico nato dalla penna di Mary Shelley era il sogno di una vita; Netflix gli ha finalmente lasciato carta bianca e il risultato è un lavoro perfettamente riuscito.

Partendo dall’analisi del cast di Frankenstein, Oscar Isaac si conferma un attore di valore assoluto. Come già dimostrato in precedenza, l’attore eccelle nell’interpretare personaggi in chiaroscuro come il contraddittorio Victor Frankenstein, figura dominata da un’ambizione smisurata, dall’alienazione e da una profonda irresponsabilità morale, in primis verso la Creatura da lui riportata alla vita. Proprio la Creatura, impersonata da un sorprendente Jacob Elordi, rappresenta il cuore del film. L’attore australiano, che si sta ritagliando uno spazio sempre più rilevante nel panorama attuale, si è calato nel ruolo con estrema raffinatezza, conferendo al “Mostro” una perfetta introspezione. Elordi fa centro soprattutto nel trasmettere la fragilità e la sensibilità di un essere che è, prima di tutto, vittima della follia del suo creatore.

Nota di merito anche per il grande David Bradley: abituato a ruoli spesso cinici o sgradevoli, qui veste i panni dell’uomo cieco e guida spirituale della Creatura, incarnando la bontà e la gentilezza dell’essere umano. In Frankenstein l’atmosfera è, come di consueto per i film di Del Toro, impeccabile: dai costumi alle scenografie, fino alla fotografia e al timbro musicale del raffinato Alexandre Desplat, tutto è incasellato alla perfezione. Il trucco utilizzato per il Mostro è straordinario: complice la fisicità imponente di Elordi, il make-up richiama una statua di marmo bianco, quasi fosse un “androide incompleto” in stile Westworld.

Come ci ha insegnato con la sua intera filmografia, il regista di Guadalajara dà priorità a ciò che va preservato a ogni costo: l’empatia verso il prossimo, specialmente se diverso da noi. Frankenstein è una perfetta celebrazione dell’imperfezione. Del Toro firma il suo manifesto definitivo, sbattendoci in faccia quanto sia mostruoso, oggi più che mai, pretendere la perfezione a scapito dell’umanità.

SENTIMENTAL VALUE di Joachim Trier (al cinema)

Norvegia, Francia, Germania, Danimarca Svezia, 2025, drammatico

Una statuetta: miglior film internazionale

Nel 2022, Joachim Trier ha stupito la platea mondiale con la sua capacità di ritrarre fedelmente il senso di smarrimento e le difficoltà relazionali dei trentenni contemporanei con l’acclamato La persona peggiore del mondo. Sentimental Value non è solo la conferma del talento del regista norvegese, ma un’elevazione dell’arte cinematografica intesa come linguaggio puro e strumento di comunicazione dei sentimenti. ​A differenza dei suoi colleghi nordici, le cui pellicole sono spesso segnate da toni cupi, provocatori o ferocemente ironici (si pensi a Vinterberg, von Trier o Östlund), Trier dipinge la realtà con una sensibilità fuori scala. È la stessa sensibilità che caratterizza i suoi personaggi, analizzati sotto la lente d’ingrandimento proprio nei loro momenti di massima fragilità.

​È la sensibilità di un padre multidimensionale (un favoloso Stellan Skarsgård) che cerca di riallacciare, a modo suo, i rapporti con le figlie abbandonate in passato per inseguire la carriera. ​È quella di una figlia frustrata (una penetrante Renate Reinsve) per un amore paterno mai concretizzatosi. ​È quella di una sorella che si ritrova a essere, nonostante tutto, il collante di una famiglia che cade a pezzi (la rivelazione Inga Ibsdotter Lilleaas). ​È quella di un’attrice fuori contesto – nel senso di “al posto sbagliato nel momento sbagliato” – non priva di talento, che si mette in discussione con onestà (una convincente Elle Fanning).

​Un altro elemento centrale in Sentimental Value è la casa, che acquista un valore simbolico diventando quasi un personaggio: si trasforma insieme ai protagonisti e funge da strumento di osservazione. Entriamo in punta di piedi in un dramma familiare privo di disperazione o dolore esasperati. Quasi spiassimo dalla serratura di una porta nascosta – o meglio, come se origliassimo attraverso la cassa di risonanza di una stufa a legna aperta (un dettaglio che chi ha visto il film non dimenticherà) – assistiamo ai momenti più intimi di una famiglia complicata, con la speranza che tutto ciò che è ammaccato o rotto possa finalmente aggiustarsi.

Ci sarebbe tanto altro da aggiungere su questa pellicola norvegese, che ha ricevuto ben 9 nomination agli Oscar, quasi tutte nelle categorie principali. Sentimental value è un film che agita le acque più profonde dell’anima, come una marea che monta lentamente per poi riempire tutto.

HAMNET – NEL NOME DEL FIGLIO di Chloé Zhao (al cinema)

UK, USA, 2025, drammatico, storico 

Una statuetta: miglior attrice protagonista (Jessie Buckley)

La poesia del dramma, del lutto e delle emozioni. “Hamnet – Nel nome del figlio” è un film dall’impatto trascendentale, destinato a lasciare un segno indelebile nello spettatore grazie alla sua capacità di “arrivare dentro” come solo i capolavori sanno fare. Chloé Zhao, già premio Oscar per “Nomadland”, torna con un’opera monumentale soprattutto per impianto scenografico ed interpretativo. Al centro brilla un’immensa Jessie Buckley, qui nel ruolo della vita: la sua Agnes è il cuore pulsante del racconto, madre e moglie le cui emozioni istintive, lasciando aperto il cuore, risultano purissime sia nella gioia sia nel dolore. Al suo fianco, un eccellente Paul Mescal tratteggia un William Shakespeare volutamente etereo, un uomo che “c’è ma non c’è”, diviso tra la famiglia e l’ossessione per la parola

Il dolore per la perdita del figlio, interpretato dall’attore bambino prodigio Jacobi Jupe, scava un solco profondo tra i coniugi, esasperato dalle assenze di William. Eppure, sarà proprio la tragedia, intesa come forma d’arte, a diventare il ponte verso l’accettazione e la risoluzione. Tra il sudore del palco e il legno bagnato delle scene, l’elaborazione del lutto si trasforma in creazione. L’arte si rivela qui unica terapia e difesa contro l’orrore del reale. Il genio non nasce nel vuoto, ma dal fango di una vita spezzata. Quando il nome di un figlio perduto diventa quello di un principe danese, comprendiamo che l’Amleto non è solo un’opera, ma l’abbraccio indissolubile di un padre che non ha potuto dire addio. Chloé Zhao firma un capolavoro del cinema contemporaneo, un atto d’amore universale, ricordandoci che solo l’arte ha il potere di rendere immortale ciò che la morte ci ha rubato

L’AGENTE SEGRETO di Kleber Mendonça Filho

Brasile, 2025, drammatico, storico

Nessuna statuetta

Durante la dittatura militare in Brasile, un dissidente politico viaggia sotto falso nome per ricongiungersi con il figlio e fare luce sulla sparizione della madre che sta espatriando. Ma nel suo percorso viene intralciato dai killer che stanno spargendo sangue di voci politiche “fuori dal coro”. Kleber Mendonça Filho ritorna sulle sue origini, si fa uomo-nazione per elaborare la Storia del Brasile e, come lui stesso ha affermato, quella di altri Stati con un passato affine. Per farlo opera come un vero e proprio ricercatore (non a caso, il protagonista è un professore universitario), uno storico che colleziona immagini innanzitutto in quanto fonti parlanti. Non solo le assembla come documenti, ma le interpreta, quelle ombre passeggere, per citare un celebre saggio di Sorlin su cinema e Storia. Lo spirito del tempo si racconta nei media, nelle forme della riproducibilità memoriale e non solo tecnica, per evitare il proprio oblio e consegnare al testimone successivo un’eredità precaria, fatta di immagini mancanti, di registrazioni interrotte o sottovoce.

Da qui l’importanza dell’archivio, che si estende dalle immagini del montaggio iniziale alla ricerca stessa del regista attraverso la finzione e la sua opera documentaria. C’è poi l’archivio fisico in cui il protagonista si trova a lavorare e fare (in cui significativamente avviene la caccia all’uomo nel finale), l’archivio in cui si ambienta il futuro (l’oggi) della ricerca sulla vicenda storica. Archivio è anche linguistico, perché il film trita ed espelle i resti mediatici di un cinema e di una cultura di massa che si sono infiltrati nel Brasile degli anni Settanta, spesso dagli Stati Uniti (siamo pur sempre nella Guerra Fredda): ecco spuntare uno squalo, un bambino demoniaco, le telenovelas, lo spy thriller, il carnevale, ecc. Di massa, in quanto il film è una seduta di terapia collettiva per riflettere sul passato – e sul presente, ça va sans dire – di un Paese e le sue ombre, tutt’altro che passeggere (il compianto Udo Kier nei panni di un nazista fuggito in Brasile ne è la sintesi).

MARTY SUPREME di Josh Safdie

USA, 2025, Sportivo, commedia, drammatico

Nessuna statuetta

Ispirato alla vera storia di Marty Reisman, il film racconta le vicende di un giovane atleta di ping pong (Timothée Chalamet) che sogna di diventare campione del mondo. Marty sfrutta il suo carisma e la gioventù per raggiungere i suoi obiettivi, spesso senza scrupoli, trattando chiunque incontri come strumento o ostacolo. Le relazioni sentimentali confermano questa visione: l’amore diventa un mezzo per consolidare il suo carisma.

Il suo atteggiamento arrogante e presuntuoso crea un conflitto costante nello spettatore tra il tifare o criticare il protagonista. Al centro della pellicola c’è la regia di Josh Safdie, che conferma il suo stile frenetico e incisivo, con un montaggio serrato che rende tangibili le emozioni del protagonista. Interessante è anche la colonna sonora: pur ambientato negli anni ‘50, brani anni ‘70/’80 simboleggiano la proiezione di Marty verso il futuro. Il film esplora temi universali, costringendo lo spettatore a decidere se amare o odiare il protagonista, comprendere o condannare le sue scelte. L’autore si eclissa, diventando semplice narratore, lasciando spazio a spunti di riflessione senza fornire risposte definitive.

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