Aosta in lutto per la morte di Leandro Enrico, il tipografo innamorato della vita

73 anni, di Romano Canavese (Torino), era arrivato in Valle con l’apertura della redazione di “La Stampa”, poi l’incontro con il mondo che non ha più abbandonato: quello delle tipografie locali. Prima l’Imprimerie Valdôtaine, poi la Duc.
Leandro enrico
En souvenir

Leandro Enrico il rumore delle rotative che stampano un giornale ce l’aveva nell’animo. Lo aveva interiorizzato negli anni a “La Stampa”, a Torino, imparando che se i giornalisti erano i genitori di un’edizione, chi si occupava di trasformare il quotidiano in realtà, attraverso il piombo delle macchine, era l’ostetrica. Il “parto” avveniva grazie a loro. Spostare quella lezione dai giornali ad un libro, o ad altri prodotti editoriali, per lui è stata la missione di una vita. Finita purtroppo la scorsa notte, per una malattia che lo ha sottratto, a 73 anni, alla vita, alla famiglia, agli amici e a tutti coloro che lo avevano conosciuto.

Piemontese di Romano Canavese, comune di cui era stato anche amministratore, aveva vissuto – dopo gli anni torinesi (di cui raccontava con gusto numerosi aneddoti) – la trasformazione di “La Stampa”, con l’apertura delle redazioni regionali. Evoluzione che lo aveva portato ad Aosta nel 1981. La sede locale del quotidiano, al tempo, era in via Jean de La Pierre e, quando le prime firme erano Enrico Martinet, Beatrice Mosca e Dario Cresto Dina, Enrico si occupava della composizione e della trasmissione via telescrivente delle pagine locali. Fino al 1989 è stato un pilastro di quella redazione, poi ha incontrato il mondo delle tipografie locali, in cui è rimasto fino all’ultimo.

Accanto alla moglie Antonella, è stato prima all’Imprimerie Valdôtaine, poi – da metà anni ’90 – il responsabile della Tipografia Duc, attività che ancora oggi corre sulle gambe di famiglia, grazie al contributo dei figli Michela e Andrea. Imprenditore che conosceva il mercato in profondità, con un gusto sia per le opere che raccontavano (trasformandolo in eredità) il territorio, sia per prodotti d’arte (conscio del valore della bellezza nella vita), era anche uomo di visione. Scambiare opinioni con lui era sempre un’occasione per uscirne arricchiti, scoprendo orizzonti che non si riuscivano ad intravedere, o soluzioni cui non si era pensato.

Leandro Enrico
Leandro Enrico (a dx) al “Prix Willien” del 2011.

Negli anni del suo arrivo, la tipografia Duc era la “casa” del Peuple Valdôtain, il settimanale dell’Union Valdôtaine. Chi scrive era un giovane redattore e Leandro non solo era attento al prodotto, ma non perdeva occasione per dispensare consigli volti a migliorarlo e ad insegnare qualcosa a chi lo realizzava. Per lui, un libro non era solo un prodotto editoriale, ma anche tutto il progetto che c’era dietro: se quello non appariva sostenibile (nel merito, non solo economicamente), non se ne faceva molto. Se c’era il “via libera”, però, si sapeva che avrebbe potuto lasciare un segno, come testimoniato dai numerosi premi ottenuti, nel tempo, dalla Duc in manifestazioni come il “Prix Willien”.

Ironico fino all’ultimo, aperto alle innovazioni (si occupò anche di progetti per siti web ed allestimenti), attento all’aspetto umano del rapporto con collaboratori e dipendenti, era innamorato della vita ed amava condividere momenti anche al di fuori del lavoro. L’idea, retaggio dell’osservazione sviluppata tra una stampatrice e un computer per la composizione grafica, era che un progetto potesse funzionare meglio se il team fosse affiatato e questo presupponeva un’affinità oltre il perimetro professionale. I funerali saranno celebrati a Romano Canavese, nella chiesa dei Santi Pietro e Solutore, venerdì prossimo, 3 aprile, alle 15.

Per chi desiderasse partecipare alle esequie, è stato previsto un bus con partenza da Aosta. Gli interessati sono pregati di prenotarsi entro le 17 di giovedì 2, al numero 3498475888. Ad Aosta sarà recitato un rosario, nella chiesa di Santo Sfefano, domani, giovedì 2 aprile, alle 17. La sua epigrafe, prima ancora dell’età, lo ricorda come “Tipografo”. Una parola che racchiude un mondo. Fatto di capacità, ma anche di capitale umano, di cui Enrico era una testimonianza autentica.

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