Da Chamonix a Zermatt, completando la via scialpinistica “Haute Route” da 103 chilometri e oltre 8000 m D+ in 13 ore e 27 minuti. William Boffelli e Matthéo Jacquemoud hanno abbassato il precedente tempo detenuto da Samuel Equy e Benjamin Védrines che avevano compiuto la traversata in quota in 14 ore e 54 minuti nel 2023.
A pochi giorni dalla loro impresa, partita nella notte di domenica 5 aprile, William racconta alcuni aspetti legati al record, ma soprattutto della sua vita e della sua grande passione per la montagna.
Tutto parte dopo la sua partecipazione al Millet Tour du Rutor Extrême 2026 dove ha conquistato un quarto posto che gli è valso però la vittoria finale de La Grande Course 2026.
“La Grande Course è un po’ il sogno di ogni scialpinista perché è il circuito più iconico, quello che racchiude gare come il Tour du Rutor, il Trofeo Mezzalama, la Pierra Menta. Vincere quel circuito rappresenta tantissimo ed è un po’ il coronamento di una carriera.” Boffelli, classe 1993, è nato in provincia di Bergamo ma vive e lavora in Valle d’Aosta. “Sono un po’ dispiaciuto e rammaricato che proprio al Tour du Rutor, che per me era la gara di casa, perché adesso abito qui in Valle d’Aosta, sia finito con un quarto posto, perché sapevo che avrei potuto fare meglio. Rimane un po’ di amaro in bocca perché ci tenevo molto, ma sono contentissimo di aver vinto il circuito della Grande Course, il circuito che sognavo da bambino, quello fatto di creste a piedi, discese, canalini”.

Nello skialp di alto livello, la continuità conta però di più rispetto alla singola grande prestazione. “Diciamo che nel mondo di oggi, soprattutto un po’ dominato dai social e dall’apparire, la singola prestazione conta sempre di più, come se fosse meglio vincere una volta nella vita una gara importante piuttosto che fare tanti piccoli grandi buoni risultati in tutte le gare, perché si tende a dare quasi più visibilità a questo. Soprattutto negli sport di resistenza, nei nostri sport, conta però molto di più la continuità di un atleta, perché dà anche un’idea della caratura dell’atleta stesso. Se riesci a ripeterti in più gare, hai un valore più alto rispetto a chi si esprime nella singola vittoria. La continuità secondo me ha molto più valore e lo ha anche agli occhi di un vero intenditore che segue tutte le gare rispetto a chi lo fa sporadicamente e dà risalto alla singola prestazione.”
Parlando della Valle d’Aosta, William sottolinea come “vivere e lavorare qui per me è stato un dono, la mia più grande fortuna. Venire a vivere a Courmayeur è stato come realizzare un sogno. Mi sento molto privilegiato perché esco dall’ufficio a Courmayeur – dove lavora come ingegnere alla Fondazione Montagna Sicura – metto gli sci e vado ad allenarmi. Penso a chi vive in città, come Milano dove si finisce di lavorare e si esce dall’ufficio e nel migliore dei casi si può andare in palestra o fare un po’ di bicicletta sui rulli. Quindi spesso non ci rendiamo conto della fortuna di poter vivere, lavorare e abitare qui. Abbiamo tutto a portata di mano, soprattutto per uno come me che ama la montagna.” Un rapporto fondamentale con l’ambiente in cui vive che è diventata una scelta di vita oltre che lavorativa. “È fondamentale. Ho fatto proprio questa scelta di venire a vivere a Courmayeur non solo perché mi piaceva il posto, ma anche perché mi permetteva di coniugare la mia passione per la montagna con il lavoro, che mi dà grande soddisfazione e mi permette di coltivare i miei sogni e portare avanti i risultati sportivi. È davvero una realtà quasi a sé stante, un piccolo paradiso per me.”
William a Fondazione Montagna Sicura si occupa di ghiacciai, del loro monitoraggio, di rilievi, raccolta dati e dello studio della neve che diventa fondamentale anche fuori dall’ufficio quando si trova in montagna. “Lavoro dalle 9 alle 17, con la pausa pranzo e mi alleno sempre la sera perché quando esco in dieci minuti sono già sugli sci. Riesco sempre a fare le mie due ore di allenamento mentre in estate vado a correre. Basta organizzarsi e avere voglia e il lavoro non è un ostacolo, anzi, spesso mi dà ancora più energia e posso dire di essere fortunato ad avere colleghi e capi che capiscono la mia attività sportiva e mi danno flessibilità. Lavorare sui ghiacciai è un vantaggio perché conosco meglio i rischi e le condizioni. Anche poche uscite sul campo ti danno esperienza e ti aiutano a capire quando è il momento giusto per fare certi progetti”.
Non nuovo ai record, suo quello di salita e discesa dal Monte Bianco strappato a Benjamin Védrines lo scorso anno, il progetto della Haute Route lo aveva da tempo.
“Per vari motivi, tra gare e lavoro, lo avevo un po’ accantonato. Avevo fatto molte gare ultimamente, Pierra Menta, Sellaronda, Rutor, e non ero riuscito a fare una ricognizione del percorso, non avevo mai provato nulla. Quindi avevo quasi messo da parte l’idea. Poi, pochi giorni dopo il Rutor, mi ha chiamato Matthéo Jacquemoud dicendomi che aveva saputo che anche a me sarebbe piaciuto fare questa traversata e mi ha chiesto se volevo farla con lui”.
I numeri sono impressionanti perché è un percorso da 100 km con 8400 m D+
“Sono partito con l’idea di dire “proviamoci, mal che vada sarà comunque una bella giornata in montagna” ma ero anche spaventato perché non avevo mai affrontato un dislivello del genere. Il massimo che avevo fatto erano gare come il Mezzalama, quindi circa 40 km e 3000 metri di dislivello, mentre qui si parlava un altro livello. A un certo punto durante la traversata ho fatto un po’ i conti e ho pensato: ho fatto un Mezzalama e mi manca ancora un Mezzalama e mezzo e in quel momento ho capito l’enormità del progetto. Allora ho smesso di guardare l’orologio, ho cambiato schermata. Niente chilometri, niente tempo, niente dislivello e ho iniziato a ragionare colle per colle, a piccoli step. Non pensavo più a quanto mancava o a quanto avevo fatto. Mi concentravo solo sul paesaggio e sul mangiare”.

William Boffelli e Matthéo Jacquemoud
Tra una gara e un tentativo di FKT – fastest known time – su un percorso c’è una grande differenza perché si passa da un ambiente sotto controllo ad uno dove gli imprevisti sono sempre dietro l’angolo. “A livello fisico sono entrambi sforzi molto duri. Nella gara devi esprimere una prestazione molto intensa in poco tempo, magari su due giorni come al Rutor, quindi conta anche il recupero. Nell’FKT invece entra in gioco tantissimo la testa. Non puoi essere troppo logico perché se fai i conti, molli. Devi un po’ “spegnere il cervello” e andare avanti, ascoltare il corpo, non pensare troppo ai numeri. Condividere la traversata con Matthéo è stato fondamentale perché da soli sarebbe molto più dura, sia mentalmente che dal punto di vista della sicurezza. In due ti aiuti, ti motivi, ti fai compagnia e nello scialpinismo la dimensione della coppia è importante. Condividere un’esperienza così la rende ancora più bella e con lui che è anche guida alpina avevo un grado di sicurezza maggiore. Avevo però il timore di una crisi o di un imprevisto e quando sono arrivato al Col de Valpelline e ho visto il Cervino, lì ho capito che era fatta e che dovevo solo scendere fino a Zermatt.”
Nel frattempo, proprio su quella stessa linea tra Chamonix e Zermatt, anche il limite al femminile continua ad abbassarsi. Nei giorni successivi all’impresa di Boffelli e Jacquemoud, Hillary Gerardi insieme a Valentine Fabre hanno migliorato il record femminile della traversata.
Un risultato che si inserisce in un’evoluzione sempre più evidente anche nello scialpinismo femminile e che lo stesso Boffelli ha voluto sottolineare con grande rispetto.
“Un tempo del genere, anche solo fatto in giornata, è qualcosa di veramente eccezionale. Il bello di quel giro, che anche loro hanno fatto, è godersi il percorso. Un tempo del genere al femminile è strepitoso”.
Tra le gare e questo genere di esperienze però se deve scegliere non ha dubbi. “Ho fatto tanti anni di gare, sia in inverno che in estate e sono diventate quasi la normalità. Invece progetti come questo mi motivano di più perché c’è più coinvolgimento, devi decidere tutto in autonomia dal materiale, al percorso, all’alimentazione. Mi rappresentano di più questi progetti perché uniscono la parte atletica e quella da ingegnere: programmazione, studio, gestione, ma anche istinto.”
Il collante nella sua vita rimane uno, sia nel lavoro che nel dopolavoro, la montagna.
“La montagna per me è la mia vita, posso fare a meno delle gare, ma non della montagna. È quello che mi fa stare bene. L’importante per me è vivere la montagna in tutte le sue forme che sia con gli sci in inverno o con le scarpe da trail in estate. Anche quando smetterò di gareggiare continuerò ad andarci. So che le gare sono una parentesi, la montagna è qualcosa che c’è sempre stata e ci sarà sempre e l’importante per me è stare fuori e viverla.”





