I fiati sbucano in platea, attraversano il pubblico e trasformano subito il Teatro Splendor in qualcosa di diverso da una sala da concerto. Più che un inizio, è una dichiarazione d’intenti: con Goran Bregović la musica non resta sul palco, scende tra le persone, le chiama dentro e le costringe quasi a seguirla. Ieri sera ad Aosta, nell’ambito della Saison culturelle, il compositore e musicista ha portato in scena insieme alla sua Wedding & Funeral Band un concerto capace di tenere insieme festa e malinconia, cinema e tradizione, leggerezza e pensiero.
Vestito di bianco, come d’abitudine, Bregović si presenta seduto con la chitarra, parla in un italiano fluido e introduce il viaggio musicale che sta per cominciare: brani in lingue diverse, sonorità differenti, mondi che si incrociano. È il tratto che da sempre definisce la sua musica e che anche allo Splendor trova una forma immediata e popolare.

Un ensemble che si muove con precisione e naturalezza
Nato a Sarajevo il 22 marzo 1950, da madre serba ortodossa e padre croato cattolico, Bregović continua a portare in scena anche la propria biografia culturale, fatta di attraversamenti, contatti e identità plurali. È probabilmente questo, oltre alla forza dei brani, a spiegare perché i suoi concerti continuino a funzionare come un rito condiviso: non semplici esecuzioni, ma spazi in cui tradizioni diverse si incontrano e, almeno per una sera, sembrano parlare una lingua comune.
Ad affiancarlo sul palco c’è Muharem Redžepi, presenza centrale della serata, alla grancassa tradizionale e voce. Il suo contributo dà spinta e profondità a un ensemble che si muove con precisione e naturalezza, facendo convivere fiati balcanici, ritmo, polifonie e accenti più marcatamente rock. Altrettanto eccezionali le voci bulgare di Ludmila Radkova Trajkova e Daniela Radkova-Aleksandrova, capaci di dare al concerto una profondità ulteriore, una dimensione quasi liturgica, in contrasto e insieme in armonia con l’energia travolgente dei fiati e delle percussioni. La Wedding & Funeral Band si conferma così il cuore pulsante del progetto: non semplice accompagnamento, ma architettura sonora vera e propria.
Prima di riprendere a suonare, Bregović si concede anche uno dei suoi racconti, ormai noto a chi segue da tempo i suoi concerti. Parla di un ebreo che prega a lungo davanti alle rovine del Secondo Tempio di Gerusalemme e che, interrogato sul perché di tante lotte tra popoli, risponde: “Ne ho parlato con lui, ma mi è sembrato di avere davanti un Muro. La situazione è questa, dobbiamo dialogare tra diverse lingue, religioni, dobbiamo pensarci noi”. È un passaggio breve, accolto in silenzio, che rimette al centro uno dei temi più evidenti della sua musica: la possibilità che siano proprio i suoni, più ancora delle parole, a costruire un terreno comune.
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Goran Bregović Wedding & Funeral Band ad Aosta – Foto Max Riccio
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Goran Bregović Wedding & Funeral Band ad Aosta – Foto Max Riccio
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Goran Bregović Wedding & Funeral Band ad Aosta – Foto Max Riccio
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Goran Bregović Wedding & Funeral Band ad Aosta – Foto Max Riccio
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Goran Bregović Wedding & Funeral Band ad Aosta – Foto Max Riccio
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Goran Bregović Wedding & Funeral Band ad Aosta – Foto Max Riccio
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Goran Bregović Wedding & Funeral Band ad Aosta – Foto Max Riccio
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Goran Bregović Wedding & Funeral Band ad Aosta – Foto Max Riccio
Dal cinema al teatro: Underground, Il tempo dei gitani e Arizona Dream
Poi il concerto riparte e cambia subito passo. Con “Maki Maki” la serata prende quota e in platea si comincia a ballare. La risposta del pubblico è immediata e accompagna un set che alterna brani storici e pagine più recenti. Tra queste, anche alcuni pezzi nuovi del disco in uscita, come “Ouzo and banana”, “God is not your babysitter” e “Gipsy Zumba”, che si inseriscono senza fratture in un repertorio coerente, sempre fedele a quell’impasto di folklore slavo, tradizione gitana, pulsazione popolare e scrittura contemporanea che da anni identifica il musicista bosniaco.
Il momento in cui il concerto entra pienamente nel vivo arriva con “Ausencia”, il tango scritto per Underground, tra i passaggi più intensi della serata. Da lì in avanti la scaletta si appoggia su una sequenza di brani conosciuti e molto attesi, in gran parte legati alle celebri collaborazioni cinematografiche con Emir Kusturica. “Ederlezi”, “Mesečina”, “Gas gas” e “In the death car” ricostruiscono quel mondo musicale che ha reso Bregović riconoscibile ben oltre i Balcani, facendo del cinema uno dei veicoli principali della sua popolarità internazionale.
Non è soltanto una questione di repertorio. A colpire, ancora una volta, è la capacità di tenere insieme registri molto diversi. C’è il lato festoso, quasi da banda di matrimonio, e c’è quello più funebre e solenne. C’è l’energia collettiva del ritmo e c’è una malinconia di fondo che riaffiora continuamente. È proprio in questo equilibrio che il concerto trova la sua forza: la musica di Bregović non cerca la perfezione levigata, ma una partecipazione fisica ed emotiva, una dimensione comunitaria che allo Splendor si è vista con chiarezza.

Gran finale con Bella ciao e Kalašnjikov
Il bis è la conferma definitiva del clima costruito durante la serata. Uno dietro l’altro arrivano anche due brani in italiano, “Il pescatore” di Fabrizio De André e il canto popolare dedicato ai partigiani della resistenza italiana,“Bella ciao”. Il pubblico gradisce e intona le due canzoni parola per parola. Il gran finale è tutto affidato agli ultimi due “pezzi da novanta” della colonna sonora di Underground, “Cajesukarije-Čoček” e soprattutto “Kalašnjikov”, che chiude il concerto in un crescendo collettivo. Allo Splendor, Bregović ha confermato ciò che il suo percorso racconta da tempo: la sua è una delle poche scritture musicali capaci di tenere insieme geografie, memorie e pubblici diversi senza perdere identità.








