Era venerdì 17 aprile quando Gabriele Sartorio, archeologo funzionario della Soprintendenza per i beni e le attività culturali, è stato raggiunto dalla notizia di un ritrovamento inaspettato nella zona di La Salle.
Il contesto era quello tipico in cui avvengono di solito le scoperte archeologiche. Si inizia a scavare per qualche lavoro edile ed ecco che spunta qualcosa del nostro passato, a ricordarci che non siamo i soli ad aver abitato questa terra.

Nel caso di La Salle, si stava lavorando all’allargamento della strada di frazione Villaret. Un cantiere a cui la Sovrintendenza aveva ritenuto utile affiancare un’assistenza archeologica. “Come tutti i lavori pubblici, il cantiere era stato preceduto da un documento di verifica preventiva dell’interesse archeologico”, spiega Sartorio. “In questo caso, avevamo reputato utile aggiungere un’assistenza nella fase esecutiva dei lavori”.
A occuparsene era la ditta F.T. Studio di Peveragno, la cui presenza sul campo ha permesso di riconoscere e tutelare la necropoli scoperta, frenando eventuali danni. “Quando si è iniziato a smontare il vecchio muro che delimitava la stradina per ampliarlo di un paio di metri, si sono riconosciute tre sepolture, di cui — ahimè — due sono state rovinate nello scavo”.

Le sepolture, scherza Sartorio, “dobbiamo immaginarcele come le case dei Flintstones”. La tipologia è quella delle tombe a cista: quattro lastroni di pietra coperti da un quinto a mo’ di coperchio.
L’unica scoperchiata durante i lavori ha rivelato un contenuto dal prezioso valore archeologico: uno scheletro appartenente, si ipotizza, a una giovane adolescente tra i quindici e i venti anni.
Bisognerà aspettare studi più approfonditi per scoprire ulteriori dettagli. Come quelli che riguardano il corredo. “Siamo in un periodo pre-metalli. In Valle d’Aosta alcune sepolture hanno un piccolo corredo con elementi in osso o in pietra, che ci parlano di un mondo più complesso di quello che pensiamo, con scambi commerciali e relazioni interessanti. A quest’altezza storica, però, sono altre le attenzioni riservate al defunto nel momento della sepoltura”.

Più che il corredo, il sesso e l’età, su cui si è ancora incerti, è infatti la posizione in cui è stato rinvenuto lo scheletro a dare informazioni importanti sulla necropoli. “Lo scheletro è rannicchiato sul fianco sinistro”, continua Sartorio, “secondo un modello molto ‘parlante’ a livello archeologico. Si tratta delle tombe di tipologia Chamblandes, dal nome della località svizzera dove sono state trovate per la prima volta sepolture di questo tipo”.
C’è quindi una dimensione cultuale e culturale molto forte dietro a queste sepolture. Lo conferma anche la loro posizione: sono infatti sempre rivolte verso est e disposte da nord a sud, probabilmente perché legate a qualche culto preistorico.
Riguardo alla datazione, siamo nel Neolitico, tra il V e il IV millennio a.C., in quello che è definito un periodo di optimum climaticum. “Il clima favorevole consentiva possibilità di espansione inedite per le popolazioni che abitavano queste zone. Bisogna immaginare il paesaggio valdostano dell’epoca come una valle praticamente non antropizzata”.

Un territorio dove, a differenza di quanto ci si aspetta, le popolazioni non vivevano necessariamente accanto ai corsi d’acqua. Lo spiega anche Amitav Ghosh nel suo celebre libro La grande cecità: se l’acqua è il cuore della vita umana, essa ha sempre rappresentato però anche una fonte di pericolo, da cui le popolazioni antiche si tenevano spesso a giusta distanza nella costruzione dei loro insediamenti.
Come spiega Sartorio, questo valle anche per la Valle d’Aosta. “Da quello che possiamo immaginare in base anche alle altre necropoli neolitiche valdostane, come quella di Vollein o di Champrotard, in Valle d’Aosta le comunità non vivevano normalmente all’altezza della Dora. Quella era infatti una zona piuttosto insalubre, semipaludosa e insicura per le alluvioni. Si stanziavano invece perlopiù su terrazzi naturali, che garantivano un ottimo controllo visuale e una parziale o buona sicurezza dalle calamità naturali”.
Ora, la Sovrintendenza ha contattato il dipartimento Disafa dell’Università di Torino per eseguire i primi prelievi sui terreni, mentre la ditta di Peveragno continuerà gli approfondimenti.
Il tutto senza interferire con il cantiere edile, che completerà i lavori nei tempi previsti. “Quando c’è un ritrovamento archeologico, prevale sempre la paura per i rallentamenti dei lavori in corso”, ammette Sartorio. “Ci teniamo a rassicurare su questo punto gli abitanti di La Salle, che in questi giorni si aggirano curiosi nella sede del cantiere. Al tempo stesso, vorremmo trasmettere l’idea che si tratta di un’occasione più unica che rara per conoscere qualcosa in più del nostro passato”.

La scoperta, che Sartorio si augura possa essere un giorno valorizzata anche in chiave divulgativa, aggiunge insomma un tassello in più all’immaginazione di una Valle d’Aosta vicina nello spazio, ma lontana nel tempo. “Questa necropoli ci conferma che delle comunità umane vivevano sul nostro territorio già 7000 anni fa, in un paesaggio che era estremamente diverso e al tempo stesso familiare a quello che vediamo oggi”.
L’auspicio è, dunque, che “ci possa essere una richiesta di valorizzazione anche da parte delle persone depositarie del bene culturale. Spero che gli abitanti della valle siano interessati a capire chi erano gli antenati che vivevano un tempo dove ore sorgono le loro case. Probabilmente qualche altra sepoltura di questo tipo è stata asportata nel corso del tempo durante l’esecuzione di costruzioni e lavori. Per questo è tanto più prezioso un ritrovamento di questo tipo, che speriamo un giorno, dopo tutte le analisi e gli approfondimenti del caso, di poter restituire pubblicamente alla comunità”.
