Backrooms rappresenta uno dei casi più interessanti di contaminazione tra cultura digitale e cinema degli ultimi anni. Nato da un fenomeno virale diffuso attraverso forum, video e racconti online, questo universo fatto di corridoi infiniti e stanze apparentemente senza scopo ha saputo trasformare una semplice immagine in un immaginario condiviso da milioni di persone. Alla base di tutto c’è un’idea molto semplice ma estremamente inquietante: trovarsi improvvisamente intrappolati in un luogo familiare ma allo stesso tempo profondamente sbagliato.
A dare forma cinematografica a questo incubo è stato il giovane regista Kane Parsons, diventato famoso ancora adolescente grazie a cortometraggi pubblicati su YouTube. Il suo successo rappresenta uno dei rari casi in cui un autore nato sul web è riuscito a portare sul grande schermo una visione personale senza snaturarne l’identità.
Il cuore del film è il concetto di spazio liminale: luoghi di passaggio che normalmente attraversiamo senza prestarvi attenzione come uffici, corridoi, sale d’attesa, ambienti anonimi progettati per essere esclusivamente funzionali. Backrooms prende questi non-luoghi e li trasforma in qualcosa di minaccioso. L’orrore nasce da spazi ordinari che sembrano aver perso il loro significato originario e continuano a esistere in una forma vuota e distorta.
Questi ambienti finiscono per diventare una rappresentazione concreta della mente del protagonista. I corridoi che si moltiplicano all’infinito, le stanze tutte uguali e l’impossibilità di trovare un orientamento riflettono uno stato di profonda disgregazione interiore.
Le Backrooms non sono soltanto un labirinto fisico ma anche psicologico. Ogni svolta sembra allontanare il protagonista dalla realtà e dalla propria identità. La perdita di orientamento spaziale si trasforma progressivamente in una perdita di orientamento emotivo ed esistenziale. È qui che il film trova la sua dimensione più interessante, perché utilizza l’architettura come strumento per raccontare paure profondamente umane.
Anche dal punto di vista visivo il risultato è notevole. La fotografia sfrutta colori spenti e artificiali, dominati da tonalità giallastre illuminate da neon incessanti. In condizioni normali questi ambienti risulterebbero banali o addirittura insignificanti mentre nel film assumono invece una qualità quasi onirica e disturbante. Ogni stanza sembra una copia imperfetta della realtà, un luogo che imita il mondo che conosciamo senza riuscire davvero a riprodurlo. Questa sensazione di familiarità deformata genera un disagio costante che accompagna lo spettatore per tutta la durata della visione.
Non sorprende che l’universo delle Backrooms abbia avuto un impatto così forte sul pubblico. In un’epoca in cui gran parte dell’esperienza quotidiana si svolge all’interno di centri commerciali, uffici e spazi standardizzati, il film riesce a trasformare luoghi comuni in sorgenti di inquietudine. È una paura contemporanea che non nasce dal soprannaturale ma dalla percezione alterata della realtà.
Qualche limite emerge nella parte finale. Per buona parte del racconto il film si regge sull’ambiguità e sulla forza del non detto. Quando invece cerca di fornire spiegazioni più esplicite e di chiarire alcuni misteri, perde una parte del suo fascino. L’ignoto è sempre stato il motore dell’immaginario delle Backrooms e alcune scelte narrative finiscono per ridurre quella sensazione di mistero che aveva reso così coinvolgente il viaggio. Nonostante questa sbavatura, Backrooms conferma il talento di Kane Parsons e dimostra come l’horror contemporaneo possa ancora trovare nuove strade.
Dopo la visione, un corridoio vuoto o un ufficio deserto potrebbero non apparire più esattamente come prima.
Per un altro approfondimento, puoi leggere la recensione di Massimo Padalino su https://screenworld.it/cinema/backrooms-riflessioni/
di Gianluca Gallizioli
