Sul commercio sembrano convivere da tempo due narrazioni quasi opposte.
Da una parte quella legata al percepito, fatta di immagini forti – le serrande abbassate, i cartelli di vendesi o affittasi – e di spiegazioni che cambiano di volta in volta: meno parcheggi, la ciclabile, nuovi grandi magazzini, i costi dei servizi.
Dall’altra parte ci sono i numeri, che raccontano una realtà meno emotiva ma più complessa: un settore in trasformazione, sotto pressione, ma non collassato.
Questo dossier nasce dall’esigenza di approfondire un comparto vitale per la nostra regione. Lo faremo attraverso i dati, ma anche attraverso le storie di chi ha investito decenni fa nel commercio e di chi, più recentemente, ha scelto di scommettere su attività nuove, anche in contesti marginali.
I dati degli ultimi cinque anni forniti dalla Chambre Valdôtaine parlano di una profonda ridefinizione degli equilibri territoriali, settoriali e demografici. Non c’è stato un collasso improvviso, ma una trasformazione strutturale del modello distributivo regionale, con una dinamica a due velocità tra Aosta e il resto della Valle.
Nel 2025 lo stock complessivo delle imprese registrate in Valle d’Aosta passa da 12.376 a 11.956 unità (-3,4%). Il dato, letto isolatamente, potrebbe far pensare a una contrazione significativa.
Ma l’analisi dei flussi annuali offre una chiave di lettura più articolata: 640 nuove iscrizioni; 609 cessazioni e un saldo naturale positivo di 31 imprese.
Il tasso di natalità imprenditoriale si attesta attorno al 5,3%, quello di mortalità al 5,1%. Il sistema continua quindi a generare nuova imprenditorialità. La riduzione dello stock è in larga parte riconducibile a cancellazioni d’ufficio di posizioni inattive e a un processo di aggiornamento amministrativo degli archivi.
Il 2025 può dunque essere definito un anno di riallineamento statistico: il Registro Imprese viene allineato alla realtà effettiva, migliorando la qualità dei dati su cui si basano le analisi e le politiche pubbliche.
Nel commercio al dettaglio, Aosta mostra una sostanziale stabilità nel quadriennio 2020–2024. Nel 2020 erano 608, nel 2021 612, nel 2022 595, nel 2023 606 e nel 2024 600. Nel 2025 il dato scende a 512 imprese: –88 rispetto al 2024 (-14,7%) e –96 rispetto al 2020 (-15,8%).
La riduzione appare significativa, ma è in larga parte legata a cancellazioni amministrative e riclassificazioni ATECO. L’impatto del riordino è stato più evidente ad Aosta proprio per la maggiore concentrazione di attività economiche e per l’accumulo nel tempo di posizioni formalmente attive ma non operative.
Diversa la dinamica nel resto della regione

Le imprese del commercio nel resto della regione passano da 1.357 nel 2020 a 1.229 nel 2025 (-9,4%). Il calo è costante e lineare già prima del 2025.
Qui emerge una difficoltà strutturale: le chiusure non vengono compensate da nuove aperture, il ricambio generazionale è debole, la domanda locale è spesso insufficiente. Nel 2024 si registrano inoltre otto comuni a “natalità zero”, senza nuove iscrizioni.
Settori in crescita e comparti sotto pressione
Alimentare
Ad Aosta il comparto alimentare passa da 13 imprese nel 2020 a 21 nel 2025 (+61%). È il settore più dinamico, sostenuto da domanda stabile, turismo e valorizzazione della qualità. Il food rappresenta uno dei principali fattori di tenuta del commercio urbano.
E-commerce e ibridazione
Le imprese classificate come commercio online passano da 15 nel 2020 a 23 nel 2024 (+53%). Nel 2025 risultano formalmente una sola unità, ma il dato è influenzato dalla nuova classificazione ATECO che integra le vendite online nei settori merceologici di riferimento. Il mercato è ormai ibrido: la distinzione tra fisico e digitale è sempre meno netta.
Abbigliamento
Il settore scende da 58 imprese nel 2020 a 50 nel 2024 (-14%). Nel 2025 risale a 65 unità, ma l’aumento è influenzato da riclassificazioni che includono venditori ambulanti. Il trend strutturale resta segnato dalla pressione delle piattaforme globali e dal cambiamento delle abitudini di consumo.
Una polarizzazione sempre più evidente
Nel 2025 Aosta concentra circa il 29% delle imprese commerciali regionali (512 su 1.741), una quota superiore al peso demografico del Capoluogo.
In Alta Valle prevalgono edilizia e manutenzione legate al turismo e alle seconde case; in Bassa Valle logistica e subfornitura. Settori che generano reddito ma non sostituiscono il presidio commerciale di vicinato.

Tra il 2020 e il 2025 il commercio valdostano passa da 1.965 a 1.741 imprese (-11,4%). Ma l’intensità del fenomeno varia sensibilmente tra territorio urbano e aree periferiche.
Il 2025 non segna un crollo, bensì un riallineamento statistico che rende i dati più solidi e trasparenti. La criticità principale non è nella riduzione tecnica registrata ad Aosta, ma nell’erosione progressiva del tessuto commerciale nei piccoli comuni, dove la chiusura di un esercizio comporta spesso una perdita irreversibile di servizio.
Come sottolinea Roberto Sapia, presidente della Chambre valdôtaine: “Il commercio in Valle d’Aosta sta attraversando una fase complessa, caratterizzata da margini ridotti, aumento dei costi di gestione, concorrenza delle grandi piattaforme digitali e trasformazione delle abitudini di consumo. I numeri del 2025 non descrivono un crollo improvviso, ma un riallineamento tra imprese registrate e attività realmente operative, che ci consente oggi di leggere il sistema con maggiore trasparenza.”
La sfida dei prossimi anni sarà duplice: consolidare la resilienza urbana di Aosta e contrastare l’erosione strutturale delle aree periferiche. Ricambio generazionale, integrazione digitale e sostenibilità dei servizi di vicinato saranno le variabili decisive per il futuro del commercio valdostano.


La lettura di Confcommercio: il commercio urbano in contrazione
Un’analisi più ampia sul lungo periodo arriva dall’Osservatorio “Città e demografia d’impresa” di Confcommercio, che fotografa l’evoluzione del commercio ad Aosta tra il 2012 e il 2025. Secondo i dati dell’associazione, nel capoluogo valdostano il commercio al dettaglio ha perso 102 attività in poco più di un decennio, passando da 474 imprese a 330 tra centro storico e aree periferiche, con una contrazione complessiva del 21,5%.
Il calo interessa sia il centro storico sia le zone non centrali. Nel cuore della città le attività scendono da 250 a 172 unità (-31,2%), mentre nelle aree periferiche passano da 224 a 158 (-29,5%). Un andamento che, secondo Confcommercio, riflette una dinamica ormai diffusa su scala nazionale e che viene spesso descritta con l’espressione “desertificazione commerciale”, cioè la progressiva riduzione dei negozi di prossimità nei centri urbani.

L’analisi settoriale evidenzia inoltre differenze significative tra comparti. Le edicole si sono dimezzate, passando da 8 a 4 attività (-50%), mentre il settore abbigliamento e calzature è sceso da 62 a 40 imprese (-35,5%). Ancora più marcato il calo nel comparto mobili e ferramenta (-53,3%, da 30 a 14 attività) e in quello di libri e giocattoli (-42,9%, da 21 a 12). Particolarmente evidente anche la contrazione del commercio ambulante, che nello stesso periodo è passato da 5 a una sola attività.
Non mancano tuttavia segnali di crescita in alcuni ambiti. Le farmacie aumentano da 3 a 5 unità (+66,7%), mentre il settore della ristorazione mostra dinamiche contrastanti. Nel centro storico bar, ristoranti e attività assimilabili passano da 119 a 143 imprese (+20,2%). All’interno del comparto si registra però una trasformazione significativa: diminuiscono gli alberghi tradizionali (-33,3%), mentre crescono le “altre forme di alloggio”, come affitti brevi e strutture extralberghiere, che passano da 4 a 12 (+200%).

Perché i dati Chambre e Confcommercio non coincidono
A prima vista i numeri della Chambre valdôtaine e quelli di Confcommercio sembrano raccontare due realtà diverse. Tuttavia, a una lettura più approfondita, la divergenza potrebbe dipendere non solo da prospettive differenti, ma anche da alcune differenze nei criteri e nelle modalità di analisi adottate, che non sempre risultano esplicitate in modo dettagliato nel caso di Confcommercio.
Il Registro Imprese utilizzato dalla Chambre, lo stesso impiegato anche da Istat, si basa su criteri chiari e consolidati e misura lo stock complessivo delle imprese registrate e attive nei diversi settori economici. Al contrario, l’Osservatorio di Confcommercio non chiarisce in modo esplicito quali filtri o criteri siano stati adottati per selezionare e classificare i punti vendita analizzati.
Questo rende difficile comprendere pienamente le differenze tra le due rilevazioni. Ad esempio, non è spiegato perché e secondo quali modalità le attività di Aosta vengano suddivise tra “Centro Storico” e “Non Centro Storico”, né quali perimetri geografici o definizioni operative siano stati utilizzati per questa distinzione.
L’orizzonte temporale è poi diverso: se da un lato i dati della Chambre si concentrano sugli ultimi cinque anni (2020-2025), dall’altro l’analisi di Confcommercio copre un arco più ampio (2012-2025).

Patto per il commercio ad Aosta: la politica prova a reagire alla crisi
Le associazioni di categoria lo hanno detto chiaramente: il tema della desertificazione commerciale ad Aosta comincia a fare paura. E politica e amministrazioni non possono più stare a guardare.
La questione – annosa – è arrivata sul tavolo della prima Commissione consiliare permanente “Sviluppo economico e culturale” del Comune di Aosta a metà gennaio. Gli invitati in audizione hanno cercato di “smontare” il problema per capire come trovare una soluzione. Che semplice non è. Per niente.
I centri commerciali? “La distruzione sociale di un comune”
Tante le cause. Una in particolare finisce inevitabilmente al centro del discorso: la grande distribuzione. A metterla subito nel mirino è Fabrizio Pan, presidente di Confesercenti Valle d’Aosta: “L’unico comune che ha avuto una visione è stato Nus, che nel Piano regolatore ha deciso che le grandi superfici lì non ci andranno. Infatti, hanno due ferramenta ma anche panettieri e macellai. Invece, tranne a La Salle, da Sarre a Courmayeur non c’è più una macelleria. E i panettieri? Possiamo continuare”.
Insomma, “bisogna avere sempre una visione, ma deve anche essere ‘messa a terra’ altrimenti non si risolve nulla – ha aggiunto Pan –. Aprire grandi centri commerciali significa la distruzione sociale di un comune”.
Ma la grande distribuzione è solo una delle cause che le associazioni segnalano. Di certo quella più vistosa. In aula, Amina Bodro, vicepresidente di Confcommercio Valle d’Aosta, spiegava: “Senza un’adeguata rigenerazione urbana sparirà un quinto degli esercizi entro 2035. Le cause sono varie: la crescita insufficiente dei consumi interni, il cambiamento dei comportamenti di spesa dei consumatori con l’evoluzione che c’è stata e che continuerà, le tecnologie digitali ed i fattori territoriali”.
I locali sfitti, quel triste primato valdostano

Un mesetto abbondante prima della Commissione, Confcommercio Valle d’Aosta ha reso noti i dati del suo Ufficio studi. In Italia i negozi sfitti sono, in totale, 105mila. In cima alla classifica c’è la proprio la nostra regione che fa segnare il 28,1 per cento di locali commerciali sfitti.
Per questo, l’Associazione – a dirlo era sempre la vicepresidente Bodro – chiede che la Pubblica amministrazione si adoperi per la riattivazione dei locali sfitti: “Riusciamo a ragionare su canoni calmierati ed il recupero locali vuoti?”.
Ma c’è dell’altro, soprattutto per agevolare le nuove generazioni: “Si può calmierare l’affitto, mettere esenzioni alla Tari, sull’acqua e per l’occupazione di suolo pubblico per gli under40 che vogliono aprire una nuova attività che non sia per forza somministrazione”, diceva Pan.

“I dati sono drammatici”
Numerialla mano, il presidente di Confcommercio VdA Graziano Dominidiato cerca di chiamare – lato commercianti – le cose con il proprio nome, senza girarci troppo attorno: “I dati sulla Valle d’Aosta sono drammatici e richiedono un intervento urgente – ha spiegato –. Chiediamo con forza alla Giunta regionale e ai sindaci neoeletti di porre la massima attenzione a questi dati allarmanti. Non possiamo permetterci di avere paesi e città privi di attività commerciali. Le vetrine vuote non sono solo un problema economico, ma rappresentano la morte dell’anima dei nostri centri abitati e della vita sociale delle comunità”.
Non solo: “Quando chiude l’ultimo negozio, quando si spegne l’ultima vetrina, inizia l’agonia di una comunità. I nostri borghi e le nostre città non possono sopravvivere senza il tessuto commerciale che rappresenta il cuore pulsante della vita sociale ed economica”, ha chiuso Dominidiato.
Chi investe sul commercio?
Tra i molti temi toccati – tra i quali il nodo dei parcheggi in città e la necessità di destagionalizzare il turismo –, è il direttore di Confcommercio VdA Adriano Valieri a togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Soprattutto per una delle partite più ricche degli ultimi anni. Anzi, la più ricca in assoluto: il Piano nazionale di ripresa e resilienza.
“C’è stata una sola voce nel Pnrr a favore del commercio? Parliamo di milioni e milioni di euro e non c’è stata una rigenerazione per favorire aree con aziende del commercio, ma solo in aree residenziali. Iniziamo a pensare o no che il commercio rende viva una città?”, diceva in Aula.
Un “Patto per il commercio”?
Dopo le audizioni in Commissione, la palla torna nel campo della politica. Nel Consiglio comunale di Aosta di fine febbraio, dai banchi dell’opposizione, il capogruppo de La Renaissance Giovanni Girardini – a sua volta commerciante – tuonava: “La domanda che sorge spontanea è: adesso cosa facciamo? Dobbiamo affrontare le problematiche poste. Come? Siamo sospesi. Come riconosciuto unanimemente, la questione è urgente, con tutte le difficoltà e i limiti del caso e di questa Assemblea”.
In risposta, il sindaco del capoluogo Raffaele Rocco ha spiegato: “L’obiettivo è quello del Patto per il commercio e la rigenerazione dei negozi per sintetizzare una strategia di intervento. Nel 2026 abbiamo inserito una serie di attività da condividere con questo Consiglio”.
Quali? “Sui problemi della burocrazia e le ‘serrande abbassate’ pensiamo a incentivi per la rigenerazione dei negozi – ha detto Rocco –. Abbiamo avuto un primo incontro con la Regione che sta attivando politiche per recupero di alcuni negozi. Riteniamo fondamentale studiare modelli per poter sfruttare i locali sfitti e la condivisone delle vetrine, anche per non dare quell’impressione di abbandono che c’è in alcune parti della città”.
Non solo: “Stiamo lavorando al Regolamento dei dehors, verificando le possibilità di natura urbanistico-edilizia – ha aggiunto il Primo cittadino di Aosta –. Il problema non è volontà di non mantenerli, ma come gestirli dal punto di vista urbanistico, con permessi di costruzione e aumento del volume”. Discorso diverso per la leva fiscale: “Imu e Tari dovranno in qualche modo essere usate per disincentivare chi tiene spazi vuoti e non usati. Inoltre, con l’inizio delle primavera vogliamo avviare le attività frequenti per incentivare il decoro, e stiamo lavorando su una sistemazione vie centrali per la prossima primavera/estate”.
“C’è molto da fare, ne siamo perfettamente consapevoli – ha chiuso il Sindaco –. Dobbiamo cominciare con qualcosa di concreto. È nostra intenzione, definito primo pacchetto di interventi, continuare il confronto in Commissione”.
Risposte che, secondo l’opposizione, non rispondono: “Da un lato sono contento per i buoni propositi, alcuni condivisibili, altri non so – ha replicato Girardini –. Mi spiace per il fatto che rappresentiamo metà dell’elettorato meno sei e non ci sia coinvolgimento. E le risposte date sono molto parziali”.
Oasi nella desertificazione commerciale: le nuove aperture tra innovazione e tradizione
di Orlando Bonserio
In mezzo a quella che ha sempre più le fattezze di una desertificazione commerciale, nasce ogni tanto qualche oasi rappresentata da piccole attività che, a loro modo, stupiscono per la scelta fatta. Il classico e molto spesso inflazionato binomio “tradizione e innovazione” si sposa in questo caso benissimo per due nuove attività aperte da pochissimi mesi ad Aosta, guidate da due giovani, che hanno da un lato avuto il coraggio di portare qualcosa che non esisteva prima, e dall’altro un’attività ormai considerata d’altri tempi.
“Level Up”, il coraggio e la visione di Mirel per dar vita al paradiso dei gamers
Con coraggio, visione ed una buona dose di esperienza personale, Mirel Shehi ha cercato di portare ad Aosta quello che non c’era. Anzi, non solo ad Aosta, ma probabilmente neanche a Torino. “Level Up” è il paradiso dei gamers, un posto dove giocare al computer o alla PlayStation, da soli o in gruppo, senza aver paura di disturbare genitori, vicini o coinquilini. Ma le ragioni della scelta di Mirel sono tante.
“Da gamer quale sono ho cercato un posto dove poter giocare, ma non ho trovato niente fino a Milano, forse ce n’è uno a Torino ma non si capisce bene. Da un po’ di tempo ho coltivato quest’idea, ho fatto delle ricerche per capire se ad Aosta ci fosse una popolazione abbastanza giovane e per trovare un luogo adeguato. L’ho trovato qui, in corso Padre Lorenzo 51, che è strategico perché è vicino a molte scuole”.
Mirel ha solo 23 anni, è arrivato in Valle d’Aosta dall’Albania 6 anni fa, studiando e poi lavorando in un catering. Il 6 gennaio ha aperto Level Up, prendendo spunto da altri posti simili che frequentava in Albania. Proprio il carattere innovativo della sua attività nella nostra regione ha richiesto qualche difficoltà burocratica in più, sia da parte sua che del Comune, per capire come inserire l’attività, sottolineando che non si tratta di un casinò, una sala slot o di scommesse, ma appunto di una sala gaming.
“Ho sempre voluto sviluppare un modello di business e mettermi in proprio”, continua Mirel. “Ho valutato diverse cose ma la sala gaming mi piaceva ed era anche un investimento che potevo permettermi: ho comprato 5 PC da gaming di fascia medio-alta e 4 PlayStation 5 con divani. I prezzi dei componenti dei computer sono quasi raddoppiati, quindi i miei PC valgono già molto di più di quando li ho acquistati. Un ragazzo o una famiglia magari ora non hanno quei soldi da investire per l’acquisto di un computer, quindi possono venire qui a giocare”.
Da “Level Up” si acquistano ore di gioco, che possono essere usate quando si vuole (comprando dei pacchetti, si paga meno che acquistando una singola ora, che costa 6 euro), e si acquisiscono punti, che poi possono essere trasformati in ore di gioco. Si trovano i giochi più richiesti, come Counter-Strike, Warzone, Rainbow, Valorant, League of Legends, ma anche Fifa, NBA, Tekken o giochi di macchine, questi ultimi soprattutto per la PlayStation.
“Qui si può venire per passare un pomeriggio tranquillo giocando con gli amici o da soli, anche per chi non è un vero e proprio gamer ma vuole divertirsi in qualche sfida”, spiega ancora Mirel. “Oppure un appassionato può provare dei giochi prima di comprarli, giocare con il tuo team, che dà tutta un’altra energia rispetto a giocare ognuno a casa sua…insomma, ci sono tanti motivi per apprezzare uno spazio così”. La clientela è giovane (principalmente tra i 13 ed i 25 anni), il posto è aperto nel pomeriggio, dalle 14 alle 22, con molti ragazzi che magari escono da scuola e vogliono fare qualche partita prima di andare a studiare, e nel weekend vengono organizzati dei tornei.
“Da quando ho iniziato a fare i video su Instagram è cresciuta di molto la richiesta: l’interesse c’è, ai giovani fa piacere avere uno spazio tutto per loro, poi magari nel tempo alcune cose saranno da limare in base alla risposta delle persone”, conclude Mirel.
Dalla Colombia al centro di Aosta: creatività e moda nella sartoria di Marlin Perez
Chi passa in via Croce di Città ad Aosta avrà sicuramente notato che, negli spazi in cui una volta c’era uno storico veterinario, da qualche tempo le vetrine sono di nuovo visibili e illuminate, e la porta è riaperta. Guardando all’interno si vede un mondo completamente diverso. L’insegna, un foglio A4 scritto a mano con una bella grafia fantasiosa, dice “Sartoria Marlin Perez”.
Una storia nuova che nasce da lontano e che porta nel pieno centro del capoluogo regionale uno di quei mestieri senza tempo che non risentono della digitalizzazione della nostra società. Marlin è arrivata in Valle d’Aosta dalla Colombia due anni fa. In vacanza, inizialmente. Poi il posto le è piaciuto e ha deciso di restare e, dopo qualche lavoro come badante o donna delle pulizie, di coltivare il suo sogno.
“In Colombia mi sono laureata come stilista di moda, mia mamma era già nel campo, aveva un negozio di complementi d’arredo per l’infanzia e facevamo anche bambole e vestiti”, racconta Marlin. “Il marito della cugina di mia mamma è il veterinario che c’era prima, ed è il proprietario delle mura. Così in famiglia mi hanno detto: ‘Ma perché non apri lì il tuo atelier? Non preoccuparti per i soldi, te li diamo noi, poi ce li restituisci’. Ma io non volevo avere debiti così, su suggerimento di un amico e dopo qualche tentennamento, ho provato ad informarmi per vedere se ci fossero dei contributi regionali. Ho fatto domanda, poi un corso ed il business plan, così con quei soldi ho comprato i macchinari e, il 6 dicembre, ho aperto il negozio”.
Forse neanche Marlin si aspettava che la mole di lavoro fosse così grande: non solo le classiche riparazioni, come accorciare un paio di pantaloni o rimettere qualche bottone, ma anche la creazione di capi su misura, come camicie, vestiti da sposa e da cerimonia, borse, cuscini e molto altro. “Ho dovuto cambiare gli orari di apertura. Mi devo svegliare molto presto, lavoro al mattino fin verso le 9 e poi la sera, col negozio chiuso, perché poi quando apro arrivano le persone e non riesco più a portare avanti quei lavori”.
Ora che l’attività è avviata, Marlin ha un altro sogno: “Vorrei far venire qui mia mamma dalla Colombia, prima in vacanza e poi, se le piace, vedere se posso assumerla e farla lavorare con me”.
Aosta, il commercio che resiste: storie di negozi, persone e memoria
di Sandra Bovo
Aosta sta cambiando volto, e basta attraversare il centro storico per accorgersene: serrande abbassate, vetrine spoglie, cartelli “affittasi” che si moltiplicano come segnali silenziosi di un’economia che fatica a stare al passo. È l’immagine più immediata, quella che rischia di imporsi come unica narrazione possibile.
Ma sotto questa superficie c’è un’altra città. Un’Aosta che resiste.
È fatta di mani che lavorano, di famiglie che da generazioni tengono aperte le loro attività come si tiene accesa una luce. È un’Aosta che non si arrende alla crisi né alle mode, che continua a credere nel valore del negozio sotto casa, nella relazione diretta con il cliente, nella fiducia costruita giorno dopo giorno. Ed è proprio in queste storie che si nasconde la parte più autentica e vitale del centro storico.
Una di queste storie è quella di Loredana Bruna, che dagli anni Novanta porta avanti L’Orticello. Una bottega diventata nel tempo un punto di riferimento per molti aostani, non solo per ciò che vende ma per il modo in cui lo fa.
Loredana ha attraversato mode, crisi, cambiamenti del mercato e della città, rimanendo fedele a un principio semplice e oggi quasi controcorrente: prodotti buoni e un servizio costruito sulla relazione. Un approccio che continua a funzionare e che dimostra come il commercio di prossimità possa essere ancora competitivo quando mette al centro la conoscenza reciproca.
Accanto ai negozi storici, il centro vive anche grazie a chi ogni giorno tiene accesa la socialità. Come Mauro Cantatore, uno dei barman “storici” della città. Da ventisei anni lavora accanto a Mario e Stefano. Il loro bar è punto di riferimento per generazioni di studenti, lavoratori, famiglie.
Mauro ha iniziato negli Anni Novanta dietro il bancone del Caffè Nazionale di piazza Chanoux, l’antico bar Pollano tornato allora a nuova vita, dopo anni di abbandono. Quando gli si chiede quale sia il segreto per resistere, sorride: “«”Rimboccarsi le maniche”»”. E aggiunge: “«”Quando abbiamo deciso di metterci in proprio sapevamo a cosa andassimo incontro. È fondamentale avere mestiere, conoscere le abitudini della clientela e offrire un prodotto di qualità”.
Nel tempo Mauro, con i suoi due colleghi/amici, ha imparato a cambiare insieme alla città. “Ora siamo sui social, facciamo prenotazioni online, usiamo WhatsApp. I ragazzi ci chiamano da scuola prima che gli tolgano i telefonini, dopo aver visto il menu del giorno”. Ride quando dice che “Ce li cresciamo, dal primo al quinto anno”. Poi però il tono si fa più serio: “Aosta è cambiata, ma soprattutto è cambiata la gente. Ci sono sempre meno negozi in centro. Una volta si veniva per andare dal calzolaio di fiducia o per trovare il negozio di lusso. Oggi non è più così, anche perché la mancanza di parcheggi allontana la gente dal centro. Ma non è soltanto questo il problema”. Qualcosa, secondo lui, si è incrinato dopo la pandemia: “La gente è cambiata dal Covid. Forse c’è stata troppa sofferenza”.
Il racconto di Mauro riporta la memoria agli anni Settanta, quando i fratelli Napoli portarono ad Aosta una novità assoluta: il jeans, non solo come capo d’abbigliamento ma come simbolo di una gioventù che guardava al mito americano. Il loro Westernhouse è stato per anni un punto di riferimento per i giovani, un luogo dove si respirava un’aria più internazionale.
L’eredità di Sante, il maggiore dei fratelli, continua oggi con i negozi gestiti da Franco, il più giovane, capace di rinnovarsi senza perdere lo spirito originario: qualità, stile, rapporto diretto con i clienti.
Parlare di negozi che resistono significa inevitabilmente parlare anche di memoria collettiva. E ad Aosta è impossibile non pensare al Paradiso dei bimbi, nato nel 1951. All’epoca si trovava in piazza della Cattedrale e la sua vetrina era uno spettacolo: trenini che giravano premendo un pulsante esterno, funivie automatiche che salivano e scendevano, un mondo in miniatura capace di incantare bambini e adulti.
Un’immagine quasi cinematografica, che molti ricordano, quasi come una scena uscita da Mamma ho perso l’aereo. Oggi il negozio continua a vivere grazie al passaggio di testimone all’interno della famiglia, custodendo un patrimonio che non è solo commerciale ma culturale: un pezzo di infanzia condivisa che resiste al tempo.
Poco distante, lungo via Porta Praetoria, un’altra storia attraversa quasi un secolo: quella della pelletteria Zanetta. Una bottega che profuma di eleganza d’altri tempi, con i mobili originali e le vetrinette che sembrano raccontare da sole la storia della famiglia. Tutto comincia nel 1933 con il nonno Attilio. Nel 1952 il figlio Giovanni trasferisce l’attività nei locali attuali, che ancora oggi conservano il sapore della modernità ottimista del dopoguerra, quando — come ricordano — «la gente aveva voglia di leggerezza».
Oggi sono quarant’anni che a portare avanti il negozio sono le nipoti Laura e Claudia, che parlano della loro eredità come di “una passione e un amore per il lavoro” mai spenti. “È sempre bello entrare in negozio e incontrare i clienti”, raccontano, sottolineando un elemento decisivo per la sopravvivenza dell’attività: “La nostra fortuna è avere svizzeri e francesi che vengono spesso ad Aosta. Clienti affezionati che garantiscono continuità”.
Ma anche chi resiste con entusiasmo e ottimismo non ignora le difficoltà. “Aosta ha una vocazione turistica, ma non è Chamonix”, osservano. “Bisognerebbe migliorare la promozione e offrire qualcosa di più. La gente non cerca solo la natura: vuole servizi, pulizia, illuminazione”. E poi la sicurezza, il presidio del territorio, la mobilità: “Mancano parcheggi e un collegamento ferroviario moderno. L’autostrada non basta più”.
E poi ci sono le storie di chi non eredita, ma costruisce. Come Barbara Voyat, che da commessa è diventata proprietaria del negozio in cui lavorava. “Il commercio mi piace”, racconta. “E mi piace il centro storico, anche se andrebbe valorizzato di più per essere davvero attrattivo per cittadini e turisti”.
Barbara arriva dal settore degli abiti da sposa, dove ha lavorato per anni, prima di continuare — quasi per caso — nel mondo dell’abbigliamento. Ai suoi clienti propone marchi di sportività di lusso e fascia alta: una scelta coraggiosa, fatta in un periodo in cui molti avrebbero preferito non rischiare. Lei invece ha creduto nel negozio, nei clienti, nei rapporti di vicinato. E mentre lo racconta, entra la “vicina” a chiederle se ha bisogno di cartoni rimasti liberi: un piccolo gesto che dice molto dello spirito del centro.
Accanto a queste storie di resistenza emergono anche criticità note: la difficoltà di parcheggio, la scarsa illuminazione in alcune zone, la percezione di insicurezza nelle ore serali. Piccoli segnali che non creano ancora allarme, ma che minano la percezione di cosa potrebbe davvero essere il centro città, che oggi racconta da una parte le chiusure, la fatica, il rischio di uno svuotamento lento e, dall’altra, la forza ostinata di chi continua a investire, a innovare, a credere che il commercio di prossimità possa essere un motore sociale prima ancora che economico.
Le storie di Loredana, delle sorelle Zanetta, di Mauro, dei Napoli, di Barbara e di tanti altri dimostrano che il cuore della città batte ancora. E batte forte, nonostante tutto.
Forse la vera sfida è non dare per scontato questo patrimonio. Perché un centro storico non vive solo di negozi: vive delle persone che li aprono ogni mattina, delle relazioni che costruiscono, dei ricordi che custodiscono. E forse è proprio da qui che si può davvero ripartire.
La grande distribuzione in Valle d’Aosta
Il caso del comune di Sarre
di Viola Feder
Il comune di Sarre è uno dei comuni più grandi della Valle, contando oltre 5.000 abitanti, il suo territorio si estende dal lungo Dora fino alle frazioni collinari di Betende e Oveillan, salendo poi fino a Bellon e poi Thouraz, sotto il Fallère. Vicino di Aosta, da cui dista meno di 5 km, secondo il suo primo cittadino Massimo Pepellin, Sarre è sempre stato un agglomerato di villaggi: “e il vero centro sociale e di comunità è sempre stato Aosta. Sarre, come Charvensod rappresenta uno specchio della periferia di Aosta. Poi appena ci si allontana dai dintorni del capoluogo, nelle vallate ritroviamo i villaggi strutturati attorno ad un borgo a misura d’uomo”. Ne abbiamo parlato con il sindaco che, giunto al suo terzo mandato, ha la delega agli affari generali e relazioni istituzionali, finanze, bilancio e tributi, polizia locale, protezione civile urbanistica-pianificazione territoriale, edilizia privata e quanto non esplicitamente delegato agli assessori.
La statale 26 – la nuova Amerique ?
“Quella intorno alla statale è un‘area artigianale commerciale che ha sempre accolto attività artigianali e commerciali – nel piano regolatore fin dal ’75 era destinato a quel tipo di attività. Alcuni proprietari hanno venduto e poi ci sono stati diversi sviluppi”. Oggi la zona commerciale del comune di Sarre è molto affollata, soprattutto nel tratto di statale compreso tra La Grenade fino a La Remise.
Qui troviamo una vera abbondanza di supermercati e catene della grande distribuzione: il Conad, il primo ad essere stato costruito in località Arensod 27 (dove oggi si trova il PetStore sempre di Conad), poi spostato verso Aosta in località Condemine 84, dove si trova oggi occupando un’area di circa 1000 metri quadri. C’è poi il supermercato MD che occupa un’area di circa 800 metri quadri, al suo fianco la catena Acqua e Sapone (700 metri quadri) e la più recente aggiunta del Famila che occupa ben 1800 metri quadri, inaugurato nel 2025. Il Famila non sarà però l’ultima aggiunta all’area commerciale che si sta radicando alle porte Ovest di Aosta: nei prossimi anni sarà costruito un altro capannone – di fianco al nuovo Famila – per accogliere una nuova sede LIDL e un Tigotà che dovrebbero occupare complessivamente circa 2.263 metri quadri.
“Una volta il sistema – in generale gli strumenti di pianificazione delle attività commerciali – era regolamentato e il comune aveva più controllo sulle nuove attività commerciali, ma dal 2006 c’è stata una liberalizzazione totale a causa della legge Bersani e quindi noi come amministrazione non abbiamo più le procedure in mano” spiega il Sindaco. “Il Conad è stato costruito con il piano casa – quindi in deroga con il piano regolatore – ragione per cui il suo ingresso non era stato pensato per quell’afflusso”.
“Dove c’è adesso l’MD prima c’era una concessionaria. Se un’attività vuole cambiare la destinazione d’uso, come è successo in questo caso, lo possono fare con un’operazione di sportello che non passa attraverso il Comune e noi a volte neanche lo sappiamo prima che sia ufficializzato”. L’operazione del Famila è stata, invece, diversa: iniziata molti anni fa con l’acquisto di terreno ad uso industriale, si è concretizzata solo nel 2025 con la costruzione dell’accesso sulla statale che era già parte del piano urbanistico del Comune.
“Delle domande ce le poniamo sulla sostenibilità di questa situazione: sul piano economico che io abbia tre supermercati sulla statale chiaramente è un tema, ma comunque vediamo che i supermercati sono frequentati, le persone apprezzano la comodità di andare a fare la spesa e trovare tutto lì. Non sono solo i nostri cittadini ad usufruire delle attività, ma anche tutto il traffico che si muove verso l’alta Valle e probabilmente una parte della clientela di Aosta”.
Le sopravvissute
Nonostante le dimensioni, il numero di abitanti, il Comune di Sarre non comprende molte attività commerciali indipendenti o autonome. Negli ultimi anni, anche gli ultimi alimentari sopravvissuti in paese sono scomparsi: il bar/alimentari di Chesallet che si trovava sotto la Chiesa in località Angelin, l’alimentari Minimarket Di Rotundo in frazione Montan, l’alimentari e la panetteria nella piazza della Chiesa di Saint-Maurice nel Capoluogo. In paese le attività indipendenti più numerose sono, senza nessuna sorpresa, i bar: tre attorno al Comune, una tabaccheria/caffetteria al semaforo di Villa dei Fiori, il Bar Montan e il Tabacchino adiacente.
Le attività altre attività con vendita di prodotti alimentari rimaste sono la Valsar e la Monte Bianco frutta e verdura in frazione Saint-Maurice 27. Siamo andati a parlare con i proprietari di queste attività per capire come vanno le attività e come resistono nonostante la presenza dei supermercati.“Noi siamo qui dal 1982” – racconta il proprietario dell’attività Antonio Lanari – “Noi siamo produttori di salumi oltre che macellai. Facciamo insaccati tipici valdostani e poi abbiamo la nostra sede dove facciamo macelleria. Noi vendiamo anche i nostri prodotti ai supermercati che hanno un’attenzione particolare per i prodotti locali, il Conad e anche l’MD”.
L’attività ha sviluppato negli anni una clientela affezionata e molto varia, nonostante la posizione defilata rispetto alla statale. “I nostri clienti sono principalmente valdostani molto affezionati, ci cercano magari per le occasioni speciali, o per le cene per fare bella figura con degli ospiti o per ricreare piatti particolari. Abbiamo anche una serie di clienti svizzeri e francesi che passano da noi tutti gli anni, alcuni vengono proprio apposta”.
Secondo i proprietari di Valsar, il negozio non patisce la concorrenza dei supermercati, ma anzi, ha un rapporto virtuoso con la grande distribuzione perché offre un servizio e un prodotto diverso, ma anche perché “noi chiudiamo nel fine settimana perché siamo principalmente attività produttiva e nel frattempo i supermercati vendono i nostri salumi”.Quello che convince i clienti a tornare è la qualità del prodotto, ma anche la dimensione sociale: andare a scegliere la carne diventa occasione per fare due chiacchiere, chiedere un consiglio per il taglio da scegliere e discutere della ricetta o cottura migliore. “Questo al supermercato non c’è. La gente viene qui anche perché si fida, vede una faccia conosciuta e sa che trova la qualità e lo scambio”.
Monte bianco frutta e verdura è un fruttivendolo a conduzione familiare che da qualche mese ha aperto sulla statale 26 a Sarre. “Prima avevamo il negozio ad Aosta al semaforo Via Chevrère, ma ci siamo spostati qui per comodità: è più grande e abbiamo un parcheggio grande per i clienti. Siamo qui da 6/7 mesi e il negozio va molto bene. È un negozio a conduzione familiare e facciamo questa cosa da quando siamo arrivati in Italia. Abbiamo tutto qui: dalla mozzarella alle olive ai datteri”, raccontano Malek Gaballa e Sasa Gamal.
“I nostri clienti sono vari, da questa posizione si fermano un po’ tutti quelli che passano, anche turisti dalla Francia o dalla Svizzera. Lavoriamo moltissimo abbiamo oltre cento clienti al giorno”. Secondo gli intervistati l’attività non risente della concorrenza dei supermercati: “quelli che vanno al supermercato a fare la spesa poi quando vengono da noi vedono la differenza e poi tornano qui per la frutta e verdura. Noi abbiamo solo prodotti freschi, al 90% dal’Italia e il restante dalla Spagna. Ma da noi quello che vedi compri, non mettiamo i prodotti in frigo come succede nei supermercati”.
Insomma, entrambe le attività sostengono di non subire la concorrenza della grande distribuzione perché, semplicemente, offrono servizi e prodotti diversi, oltre che una specializzazione professionale che emerge anche nel rapporto con il cliente. E, se è vero che i piccoli alimentari non esistono più a Sarre, il problema – come spiega il sindaco Pepellin – sembra essere più complesso, legato ai costi di gestione, alle abitudini dei clienti e anche alle scelte personali.
“Se è vero che la grande distribuzione pesa su alcune delle nostre realtà di paese, non è stata l’unico problema: gli ultimi alimentari di Paese erano tutte attività a conduzione familiare che non sono state portate avanti dalle nuove generazioni per motivi anche economici. Non è semplice gestire un negozio al giorno d’oggi. Per non parlare di come è cambiata la clientela che ormai vuole andare a fare la spesa in un unico posto e trovare tutto quello che gli serve. È vero che gli alimentari di paese conservavano ancora una dimensione sociale e comunitaria, ma comunque anche la grande distribuzione nel nostro caso riesce a concedere uno spazio di socialità e sostiene le relazioni di paese” conclude Massimo Pepellin.
Gros Cidac entra nel 76° anno: 300 dipendenti e 88 milioni di fatturato
di Christian Diémoz
Fondata nel 1949, e forte di un cammino che prosegue da allora, Gros Cidac è uno dei punti fermi della grande distribuzione in Valle d’Aosta. L’ipermercato nella zona sud del capoluogo regionale, figlio dell’unione tra le attività commerciali di due famiglie, ha vissuto, nel tempo, diverse evoluzioni, e ha conosciuto degli sviluppi recenti. Con 300 dipendenti, una gestione giunta alla terza generazione delle famiglie originarie e un fatturato da 88 milioni nel 2025, Gros Cidac entra nel suo 76esimo anno di storia. Ne abbiamo parlato con la presidente del Consiglio d’amministrazione dell’azienda, Chiara Celesia.
La storia di Gros Cidac prosegue da quasi 76 anni. La prima domanda è quasi obbligata: il segreto del successo qual è?
Io penso che sia la coerenza. E il grande attaccamento che la nostra azienda ha sempre avuto col territorio, quindi la grande collaborazione, a monte, con i fornitori, che non ci offrono solo prodotti, ma delle partnership. Noi abbiamo collaborato alla creazione, ad esempio, con l’Institut Agricole Régional, con un professore illuminato, Neyroz, del consorzio “Orto Vda”, quindi a far sì che i ragazzi continuassero a produrre avendo delle dei mercati di sfogo certi. In generale, questa è una tradizione che è sempre stata portata avanti. Inoltre, il fatto che, comunque, essendo un’azienda sostanzialmente familiare (pluri-familiare, ma familiare), la presenza costante nostra credo faccia sì che le cose funzionino in un certo modo.
Essere grande significa essere magari avvantaggiati rispetto al piccolo, ma non è banale: innanzitutto aumentano le responsabilità…
Aumentano le responsabilità, aumenta la complessità. Noi adesso siamo più di 300 persone fisse. Sicuramente, il panorama della grande distribuzione italiana è molto più grande di noi, nel senso che i gruppi si stanno accorpando e, quindi, c’è una concentrazione molto forte di fatturati. Fortunatamente, mio padre era già stato fortemente illuminato e quasi 50 anni fa ha fondato a Milano un gruppo d’acquisto, che tuttora continua il proprio lavoro (C3, fondato nel 1972, ndr). Diciamo che non siamo da soli negli acquisti, per cui abbiamo le spalle coperte. La Valle d’Aosta, già nel 2023, era la regione con la più alta superficie di commercio pro-capite. Nel 2023 erano 1450 metri pro-capite contro i 1000 medi italiani, quindi molto di più. E poi sappiamo tutti che, negli ultimi due anni, ma soprattutto nell’ultimo anno, hanno aperto moltissime strutture. Quindi è chiaro che la competizione continua a crescere e ciascuno di noi deve cercare di fare al meglio ciò che sa fare.
Ecco, per anni il panorama in Valle d’Aosta, dal punto di vista della presenza dei grandi gruppi, non è cambiato e poi, di recente, sembra aver conosciuto un’accelerazione. Come avete vissuto questa situazione?
E’ chiaro che c’è sempre preoccupazione, nel senso che ogni struttura porta un’offerta nuova e quindi può attirare clienti diversi, insoddisfatti. Il nostro impegno rimane costante e devo dire che i risultati, in questo momento, ci stanno ripagando, quindi di questo siamo soddisfatti. E’ evidente che la nostra Regione vive anche di turismo, quindi ha dei momenti di stagionalità molto forte. C’è la preoccupazione per il tunnel del Monte Bianco, che ha un peso importante, perché comunque il cliente francese, o svizzero (che proviene da quell’area), è alto-spendente. Quest’anno non ci sarà la chiusura, ma poi c’è questa incognita molto forte. Insomma, è una regione nella quale sono arrivati in tanti. Effettivamente, un mercato estremamente saturo.
Guardando a questi 76 anni, immagino ci saranno anche stati dei momenti di difficoltà…
L’azienda, sicuramente, ha avuto delle difficoltà diverse nella sua evoluzione. Anzitutto, è nata da una visione di unione, per cui c’erano due negozi in centro ad Aosta, quello di mio nonno Celesia e quello della famiglia Vietti e hanno detto: “invece di farci concorrenza, uniamoci, facciamo qualcosa di un po’ più grande”. Quindi avevano costruito assieme questa cosa, che poi però ha avuto un incendio, molto grande (nel 1961, ndr.), ed è andato completamente distrutto. Peraltro, all’epoca, non c’erano assicurazioni, quindi veramente hanno perso tutto. Sono ripartiti da zero. Mio nonno mi ha, comunque, sempre parlato di una “provvida sventura”, perché ha fatto sì che loro uscissero dal centro cittadino, altrimenti sarebbero rimasti confinati alle loro dimensioni. C’è stato un grande aiuto, e questo è l’altro elemento che nella vita ti può fare la differenza, sia da parte dei fornitori, che hanno sostenuto la rinascita, sia da parte della Regione, che aveva messo a disposizione una superficie. Poi, si è riusciti a comprare la sede attuale. Quindi, pian piano, avendo comprato dei terreni più ampi di quelli che servivano in quel momento, c’è stata anche la lungimiranza di investire, di costruire man mano. Poi, la scelta forte di chiudere quello che era l’80% dell’attività, cioè la vendita all’ingrosso, per passare al minuto. Nonostante questo, la nostra natura è rimasta ibrida perché diamo comunque servizio all’utilizzatore professionale. Poi, come dicevo prima, le famiglie sono rimaste sempre le stesse, quindi c’è stata una storia di unione e ora siamo alla terza generazione. La grossa sfida degli ultimi anni, in cui c’è stato proprio l’ultimo passaggio generazionale, e in cui anche tutto il mondo della grande distribuzione è evoluto tanto, è nel managerializzare l’azienda, quindi nell’iniziare anche ad utilizzare strumenti più evoluti di controllo di gestione. Si tratta di stare al passo coi tempi sia da un punto di vista tecnico-informatico, e devo dire che in questo la nostra azienda ha sempre investito molto (siamo stati i primi in Italia ad inserire lo scanner), sia dal punto di vista di controllo dei costi. E’ chiaro che, essendo più di 300, la prima voce è il costo delle persone.
La sede in cui ci troviamo è quella storica, che più di una generazione ricorda dall’infanzia. Non avete mai pensato, come fanno altre catene, di aprire ulteriori punti sul territorio regionale?
Non ci abbiamo mai pensato fino a dicembre dello scorso anno, quando per la prima volta abbiamo fatto un passo in una direzione completamente diversa. Abbiamo rilevato un punto vendita a Cervinia (Valtournenche), di 350 metri quadrati, e anche in questo caso si parla di unione con il territorio, perché in realtà noi abbiamo comprato la struttura, ma l’imprenditore è rimasto all’interno dell’azienda. Abbiamo ristrutturato tutto l’immobile e abbiamo avuto la fortuna che l’imprenditore avesse voglia di rimanere al nostro fianco. Lui conosce perfettamente quel tipo di mestiere, e di territorio, perché la dimensione è completamente diversa. Questo è stato un punto secondo me importante. Adesso ci stiamo facendo le ossa su questa esperienza e vedremo se sarà una cosa poi da ripetere. Però, sempre nell’ottica di essere in condizione di portare un aiuto, un servizio, non un’usurpazione.
Altre vie di sviluppo da evidenziare, in prospettiva futura?
Sempre rimanendo nell’ambito del rapporto col territorio, un’altra cosa che ci è capitata, e che abbiamo accolto con gioia in tardo autunno, è stata l’acquisizione di una pescheria storica ad Aosta, la pescheria Berlati. C’era anche un affetto dietro, perché Stefano Della Marra è un mio amico d’infanzia, quindi abbiamo creato questo progetto. Anche in questo caso, la collaborazione continua, perché Stefano è venuto a lavorare da noi. Riccardo, che è il fratello più grande, nel weekend vende il salmone, quindi abbiamo continuato la loro tradizione. Il rischio era che si perdesse, perché loro avrebbero probabilmente chiuso. Forse, quello che noi ci sentiamo di fare è proprio collaborare con il territorio per mantenere vive delle tradizioni e, magari, per portare quello che noi riteniamo di saper fare, cioè di esprimere la valdostanità al meglio, sul territorio.
In una logica forse diversa, ma direi che anche l’inserimento del settore dell’elettronica di consumo, all’interno di un complesso in cui non esisteva, sia stato un passaggio significativo…
Avevamo sviluppato un’indagine di mercato, molto ben fatta da una società, per capire quali potessero essere le esigenze ed era proprio emersa quella relativa alla tecnologia. Non ci sentivamo in grado di fare da soli, perché è un mercato estremamente competitivo, soprattutto molto molto veloce. Quindi, abbiamo creato questa partnership con Unieuro. In questo caso, è un franchising. Noi siamo legati a loro, ma i dipendenti sono comunque nostri. Il punto vendita è nostro, non è dato in gestione. Questa è un po’ la nostra filosofia. In passato, avevamo in gestione diversi reparti, l’ortofrutta, la macelleria, sempre con persone del luogo, poi ci siamo resi conto che aveva più senso gestire noi con una visione univoca il tutto e quindi, con uno sforzo, però abbiamo preso in mano tutto. Anche Unieuro nasce in questa direzione. E’ un reparto che dà dei buoni fatturati, quindi dà un buon servizio. Di certo, non è un reparto redditizio. Questo è anche l’altro aspetto, cioè noi comunque essendo un ipermercato, il concetto è “tutto sotto un tetto”. E’ chiaro che, in questo, ci sono dei mercati facili, dei mercati più difficili e l’equilibrio del tutto è un gioco delicato che va seguito quotidianamente.
La zona in cui ci troviamo, a sud di Aosta, è particolare. Si sono sentiti svariati progetti di trasformazione, ma poi non sembra accadere molto. Come avete sorvegliato, e come vivete, questa situazione?
Noi abbiamo acquisito diversi anni fa il capannone ex Point du Sport, quindi il capannone che è tra noi e l’ovovia, che però rientra nell’ambito di un piano regolatore molto vincolante, che non è ancora mai cambiato. Devo dire che gli sforzi che abbiamo fatto in questo periodo sono stati di grande rinnovamento all’interno del punto vendita. Abbiamo rifatto tutta la parte di celle frigo, tutta la parte, appunto, dei frigoriferi alla vendita, abbiamo inserito la gastronomia, la pasticceria, quindi siamo andati verso la produzione. Abbiamo rifatto tutti gli impianti di climatizzazione sui tetti. La nostra è una struttura che aveva più di vent’anni, quindi è stato come arrivare ad un punto in cui devi ristrutturare tutto. Abbiamo investito qui, aspettando che lì cambiasse qualcosa…
…ma non sembra succedere?
Progetti ce ne sono tanti, gli interlocutori continuano a cambiare e quindi è un po’ più difficile dare continuità alle nostre aspettative e stiamo cercando di capire cosa succederà.
Un numero è già emerso durante quest’intervista, le 300 persone che lavorano in azienda. Altre cifre di rilievo sull’azienda?
Lo scorso anno abbiamo chiuso sugli 88 milioni di fatturato, che rappresenta per un singolo punto vendita un numero molto importante. Infatti siamo tra le primissime strutture in Italia. È paradossale, perché Aosta ha 40.000 abitanti, tutta la Valle 125.000, quindi comunque sono dei numeri importanti. Questo deriva dal fatto che noi, proprio perché diamo spazio alla regionalità, abbiamo anche una forte attrattività turistica. Anche da un punto di vista delle 300 persone, così come noi della proprietà abbiamo affrontato un cambio generazionale, negli ultimi quattro-cinque anni abbiamo affrontato una rotazione importante del personale. È abbastanza particolare perché sono persone che hanno lavorato con noi tutta la vita, quindi c’è molto affetto e questi passaggi sono delicati. Una nostra caratteristica è che il consumatore, quando viene, si trova un po’ a casa. Alle casse ci sono dei rapporti con le cassiere, come con i vari banchi serviti, e quindi questi passaggi sono particolari. Li fai scegliendo gente che poi è per restare lì a lungo.
Concludendo, a guardare il panorama nazionale si immagina che questo modello, fatto di familiarità da una parte, e di scelte di prossimità dall’altra (sia nei fornitori, sia verso il personale), rappresenti una quasi unicità in Italia nella grande distribuzione…
Il mondo, in Italia, si divide in distribuzione organizzata e grande distribuzione. Abbiamo una storia molto particolare, perché l’Italia comunque veramente è molto stretta e lunga, molto diversa, per cui gruppi che altrove hanno fatto la storia sono arrivati pensando di entrare in modo violento. Auchan in primis, ad esempio. Poi, però, sono usciti dall’Italia. Quindi la realtà italiana è molto particolare. Ad esempio, lo stesso Famila che ha aperto da poco è un gruppo familiare. Noi facciamo parte, appunto, di questo gruppo C3 dove ci sono grandi imprenditori, soprattutto nel Veneto, che hanno aziende anche più grandi della nostra, ma sempre di proprietà familiare. Esselunga stessa, se vogliamo, è di una famiglia. Il tessuto, in Italia, per fortuna, di partenza, è molto familiare. Poi, chiaro che ci sono le cooperative, c’è la Coop, però è un tessuto diverso rispetto all’estero, motivo per cui anche gruppi che venivano con grande certezza di far tabula rasa, invece, hanno incontrato difficoltà. Giro abbastanza per andare a vedere, in Italia e all’estero, anche per deformazione professionale. Roma è un territorio… è impossibile entrare a Roma, negli ipermercati, nei supermercati. A Roma, ad esempio, le macellerie sono uno spettacolo. Sono proprio mondi diversi, per cui l’Italia è veramente difficile e variegata. Per fortuna è fatta da tantissimi imprenditori che amano il proprio lavoro. Personalmente mi ritengo estremamente fortunata, perché questo è un mestiere varissimo e veramente molto bello e divertente. Io non vedo l’ora di arrivare al mattino e la giornata vola sempre velocemente. Quindi penso che l’Italia sia un caso molto particolare dove sì, la nostra è un’azienda che ha un forte legame col territorio, ma altrove ci sono realtà che vanno in questa direzione. E’ il motivo per cui, comunque, il tessuto di piccole e medie imprese italiano è molto forte e tiene rispetto ad altri Paesi.
Un aiuto per gli esercizi di vicinato
di Silvia Savoye
Dal 2020 per sostenere la nuova apertura di esercizi di vicinato per il commercio al dettaglio di generi alimentari e di prima necessità, la Giunta regionale ha iniziato a concedere contributi a fondo perduto. Le misure sono due: una per il mantenimento degli esercizi di vicinato con un contributo massimo di 6mila euro, l’altra per l’avvio di attività fino a un massimo di 15mila euro (una sola volta, nell’anno di avvio). Possono accedere le imprese che gestiscono esercizi di vicinato con superficie: fino a 250 mq ad Aosta e fino a 150 mq negli altri Comuni
Devono operare in specifici settori del commercio al dettaglio (alimentari, farmacie, ferramenta, abbigliamento, edicole, mercerie, prodotti per la casa, ecc.).
Per il mantenimento dell’attività sono richiesti inoltre: volume d’affari medio 2022–2024 non superiore a 120.000 euro e non più di 2,5 ULA (unità lavorative annue)
I contributi sono concessi a fondo perduto in regime “de minimis” (massimo 300.000 euro di aiuti ricevuti negli ultimi tre anni per impresa.
Dal 2020, anno di attivazione della misura, la Regione ha destinato oltre 5,1 milioni di euro agli esercizi di vicinato del settore alimentare e dei beni di prima necessità, sostenendo complessivamente 817 attività tra mantenimenti e nuove aperture.
La misura è prevista dall’articolo 29 della legge regionale 1/2020, che consente alla Giunta di concedere contributi a fondo perduto, in regime “de minimis”, fino a 15 mila euro per le nuove aperture e fino a 6 mila euro per il mantenimento delle attività esistenti.
Tra il 2021 e il 2025 la parte più consistente delle risorse – circa 3,5 milioni di euro – è stata destinata al mantenimento di 767 esercizi già attivi, mentre circa 593 mila euro hanno finanziato 50 nuove attività.
Il sostegno è cresciuto nel tempo: dai circa 500 mila euro del 2021 si è arrivati a uno stanziamento complessivo di 1,2 milioni nel 2025. Solo nell’ultimo anno sono pervenute 190 domande.
Lettura economica della misura
I numeri raccontano una politica di stabilizzazione più che di espansione:
- 767 contributi per mantenimento contro 50 per nuove aperture in cinque anni.
- Importi medi per il mantenimento attorno ai 5.000 euro, coerenti con il tetto massimo di 6.000 previsto dalla legge.
- Sostegno significativo ma non sufficiente, da solo, a invertire la tendenza strutturale nei piccoli comuni.
La misura agisce come strumento di contenimento della desertificazione commerciale più che come leva di crescita del numero di imprese.
La fatica di restare aperti
di Nicole Jocollé
Tenere aperto un negozio di prossimità, oggi, è sempre più difficile. Nei piccoli comuni e nelle località di montagna, tra costi di gestione in aumento, pochi clienti e concorrenza dei supermercati, molte attività sopravvivono a fatica. I margini si assottigliano, le aperture si riducono e, in alcuni casi, restare chiusi costa meno che alzare la serranda.
Il negozio di paese non è più il punto di riferimento per la spesa settimanale. Sempre più spesso resta il luogo in cui si compra solo l’indispensabile: pane, affettati, prodotti freschi o ciò che manca all’ultimo momento. Per provare a resistere, qualcuno ha affiancato al market un bar o altri servizi, cercando di diversificare le entrate. Ma non tutti hanno questa possibilità e per molti piccoli esercizi restare aperti è sempre più difficile.
A Brissogne il minimarket resiste tra pochi incassi e spese alte
Teresa Agostino gestisce il minimarket “Come a casa”, in frazione Neyran Dessus a Brissogne, dal 2019. Un locale piccolo, circa 20 metri quadrati, dove però si trova l’indispensabile: dai beni di prima necessità ai prodotti per la casa, ma soprattutto alimenti freschi, pane e affettati. Le spese di gestione sempre più alte e i pochi introiti, però, fanno sempre più vacillare le speranze della proprietaria di tenere aperto il negozio di paese che da trent’anni rifornisce gli abitanti con beni essenziali. “Io resisto solo perché il Comune mi sta dando una mano, se no dopo neanche cinque anni avrei già chiuso. Non riesco ad affrontare le spese”.
Paradossalmente, spiega, è più conveniente tenere chiuso più spesso, per risparmiare sulla gestione, che non restare aperti l’intera giornata. Come mai? I clienti sono davvero pochi. Eppure, quei pochi sono affezionati. Il negozio resta un luogo di ritrovo, un’occasione per scambiare due parole, anche se questa abitudine, più radicata in passato, si sta via via perdendo. Forse per la fretta, per il poco tempo a disposizione o per la ricerca di offerte nei supermercati.
“Il Comune mi ha dato un locale e cerca di aiutarmi ad abbattere il più possibile le spese, perché sanno che è un servizio importante. Io da parte mia tengo aperto il minimo indispensabile, per ridurre i costi, così tengo aperto al mattino e solo due pomeriggi a settimana, ma sto cercando anche altro, perché il negozio uno stipendio non me lo porta”.
Mentre un tempo il negozio di paese era il luogo in cui fare la spesa e incontrarsi, oggi è visto soprattutto come un posto dove comprare semplicemente il pane fresco e l’affettato o quello che manca in casa. “La clientela compra qui il cibo fresco, un panino, dell’affettato ma nessuno fa la spesa per la settimana. La maggior parte lavora fuori quindi fa la spesa al supermercato prima di tornare a casa”. Nemmeno i turisti, racconta, sono d’aiuto e acquistano davvero poco: “I turisti preferiscono mangiare al ristorante oppure alloggiano in appartamenti in affitto e arrivano già con la spesa fatta per paura di trovare prezzi troppo alti nei negozi. ”I miei prezzi, dice, sono in linea con quelli della grande distribuzione, ma ormai si è persa l’abitudine di fare la spesa nei minimarket di paese e gli anziani – che potrebbero rappresentare una clientela più stabile – sono sempre meno.
Intanto, la gestione resta tutta sulle sue spalle. “All’inizio ero insieme a mia cugina, poi si stavano accumulando debiti e sono rimasta solo io. Così quando vado in ferie o sono malata il negozio deve rimanere chiuso”. Se in altri comuni, per sopravvivere, si è annesso un bar al minimarket, qui questa possibilità non si è concretizzata: in paese ci sono due bar, ma rimangono distanti e separati dal market, spiega. E così, tra spese per le bollette di luce e gas, i rifiuti, l’assicurazione, il commercialista, si fa fatica ad arrivare a fine mese. L’ultima speranza rimane quella degli aiuti comunali, che potrebbero evitare la possibile chiusura dell’alimentari.
Market Monte Rosa, a Gressoney-La-Trinité i pochi residenti non bastano
Non va meglio a Gressoney-La-Trinité, dove i pochi residenti presenti tutto l’anno non bastano a sostenere un’attività commerciale. In località Tache, nella piazza centrale del paese, il Market Monte Rosa di Fabrizio Ravà – alimentari con rivendita anche di prodotti di tabaccheria – fatica a restare aperto.
“Sono in paese da due anni – racconta Ravà -. Prima ero a Staffal, dove ci sono gli impianti, e avevo un negozio stagionale che funzionava. A Gressoney-La-Trinité, invece, negozi come questo fanno fatica: la popolazione è troppo ridotta per consentire alle attività di garantire servizi. Parliamo di un paese con circa 150 anime”.
A pesare è soprattutto la forte stagionalità. I turisti, che rappresentano la quota principale della clientela, si concentrano infatti in pochi periodi dell’anno, mentre per il resto i passaggi si riducono al minimo. “Negli ultimi anni lavoro di più a luglio e agosto – spiega -, perché c’è una continuità quotidiana. Il lavoro invernale, invece, ormai si traduce in pochi giorni a Natale. È troppo poca stagione per riuscire a sopravvivere nei mesi in cui poi i turisti non ci sono. Il resto dell’anno chiudono ristoranti e alberghi, e così i turisti fuori stagione non vengono”.
Non solo. Una parte importante dei visitatori alloggia in albergo e quindi non fa la spesa in paese. “Le seconde case degli italiani vengono aperte pochissimo, mentre lo straniero va in hotel. A Staffal era diverso: lì ho lavorato per otto anni, vendevo tutti i giorni e poi in bassa stagione si chiudeva. Ma è finito l’affitto e i proprietari avevano altre idee, così mi sono dovuto spostare”.
Il problema, spiega Ravà, è che con così poche vendite diventa difficile anche gestire la merce. I prodotti freschi rischiano di andare a male e questo lo costringe a ordinare quantità sempre più contenute dai fornitori. “Arrivo a prendere anche solo due chili di pane al giorno”, racconta, spiegando come il timore di buttare via invenduto imponga una gestione al minimo. Una situazione che limita inevitabilmente anche la possibilità di offrire più scelta alla clientela. Per questo sta cercando di capire se modificare almeno in parte l’assortimento, introducendo prodotti più adatti alle esigenze dei visitatori e dei turisti.
A incidere sulla tenuta dell’attività sono anche i costi della vita in montagna. “Ho trovato un affitto abbastanza buono, ma se non avessi una casa mia me ne sarei già andato dalla Valle”, racconta spiegando che sarebbe impossibile sostenere contemporaneamente il canone del negozio e quello di un’abitazione, anche per via dei prezzi elevati degli affitti in località turistiche come Gressoney.
C’è poi il nodo della concorrenza con i supermercati della bassa valle. “Molti residenti lavorano in bassa valle e fanno la spesa lì. Io non posso tenere quei prezzi: basta vedere quanto costa far arrivare fin quassù la verdura o altra merce”. Il problema riguarda anche i prodotti tipici che ormai si trovano anche nei supermercati e spesso finiscono nella grande distribuzione a condizioni più vantaggiose rispetto a quelle riservate ai piccoli esercizi: “Mi è capitato di trovare nei supermercati prodotti a un prezzo più basso di quanto costa a me prenderli dal fornitore”.
Uno spiraglio, però, lo vede nel recente acquisto del Busca Thedy, storico grande albergo di Gressoney-La-Trinité in località Tache. La speranza è che la riapertura della struttura, che dovrebbe ospitare sia una parte alberghiera sia appartamenti, possa riportare più persone in paese e contribuire a ridare vita al tessuto economico locale.
Restare in montagna come scelta consapevole: la sfida della Scuola di #Restanza VdA 2026
di Silvia Savoye
“C’è un sottobosco di persone decise a restare, ma spesso non se ne parla. E così ci si sente soli contro il mondo”. È da questa consapevolezza che, come racconta Emanuele Galletto, nasce la Scuola di #Restanza VdA 2026, un progetto dedicato ai giovani valdostani fra i 18 e i 30 anni che vogliono costruire il proprio futuro in montagna.
L’iniziativa – promossa da Fondazione Giacomo Brodolini con la collaborazione scientifica del professor Andrea Membretti (UNIVDA, Centro di ricerca GREEN e Associazione Riabitare l’Italia) – è stata approvata nell’ambito dell’Avviso “VDA Giovani 2025” della Regione autonoma Valle d’Aosta. L’appuntamento centrale sarà l’11 e 12 aprile 2026 in Valle del Lys, tra Pont-Saint-Martin e Fontainemore.
L’idea di fondo è semplice: intercettare un flusso già esistente di giovani che scelgono di restare o tornare nei borghi alpini, dando valore alle comunità montane. “Non si tratta solo di convincere qualcuno a restare – spiega Galletto – ma di creare un senso di community tra chi questa scelta l’ha già fatta o la sta maturando”.
In Valle d’Aosta esistono già esperienze significative, spesso poco raccontate. Giovani che dopo aver vissuto fuori regione hanno deciso di tornare; altri che hanno scelto la montagna come luogo di vita più sostenibile e coerente con i propri valori. Nella dinamica tipica dei piccoli paesi, emergono nuove figure: gestori di strutture ricettive, operatori culturali, bibliotecari, giovani imprenditori che hanno dato vita a realtà innovative nei borghi alpini.
Il progetto punta a far incontrare queste storie, a metterle in rete, a farle diventare esempi concreti e punti di riferimento.
La Scuola di Restanza si rivolge a 10 residenti o domiciliati in Valle d’Aosta, interessati a sviluppare un progetto di vita o di lavoro sul territorio.
Il percorso prevede: un primo incontro online conoscitivo entro marzo; il weekend intensivo dell’11 e 12 aprile 2026; un follow-up a distanza di qualche settimana.
Il weekend si svolgerà tra Pont-Saint-Martin e Fontainemore, nel cuore della Valle del Lys. La mattina di sabato sarà dedicata alla formazione e ai lavori di gruppo presso la sede delle Pépinières d’Entreprises; il pomeriggio a visite ispirazionali presso realtà imprenditoriali e sociali locali. Domenica spazio ai laboratori progettuali e a un’escursione sul territorio.
L’obiettivo è aiutare i partecipanti a ragionare sugli asset a disposizione: competenze personali, risorse territoriali, reti locali. Nella parte laboratoriale, divisi in gruppi, i giovani lavoreranno su ciò che sanno fare e su come trasformarlo in un progetto concreto, verificandone la fattibilità.
Più che offrire soluzioni preconfezionate, la Scuola fornisce strumenti: competenze trasversali, life skills imprenditoriali e civiche, contatti con enti locali, imprese e associazioni.
La Scuola di #Restanza nasce in forma “embrionale”, ma con un’ambizione chiara: creare una piccola comunità stabile di giovani interessati a ripopolare e innovare i borghi alpini. L’idea è capire se trasformare l’esperienza in un appuntamento ricorrente, capace di accompagnare nel tempo chi vuole avviare un progetto.
In un contesto in cui spesso la narrazione dominante associa il successo alla partenza, la “restanza” viene riletta come scelta consapevole e innovativa. Restare – o tornare – non è rinuncia, ma possibilità di costruire un’economia integrata con il territorio, capace di coniugare qualità della vita, sostenibilità e impatto sociale.
“Il problema – conclude Galletto – è che chi fa questa scelta spesso si sente solo. Creare rete e supporto significa dare forza a un movimento che già esiste, ma che ha bisogno di riconoscersi”.
L’E-commerce in Valle d’Aosta
Il commercio digitale in Valle d’Aosta: compravendite alle stelle, attività in crescita ma tanti negozi sfitti
di Massimiliano Riccio
In Valle d’Aosta il commercio online mostra una crescita sostenuta con dati che riflettono un territorio tra i più digitalizzati d’Italia. La regione registra infatti il 47,2% dei residenti che hanno effettuato acquisti online negli ultimi 12 mesi (dati Istat 2024, seconda solo a Trento), un valore che conferma l’alta propensione al digitale nonostante la rete fisica in difficoltà. Nel contesto nazionale, gli acquisti e-commerce B2C hanno raggiunto 58,8 miliardi di euro nel 2024 (38,2 miliardi per prodotti, 20,6 per servizi), con una crescita del 72,4% rispetto al 2019.
Più pacchi che persone
Il Centro di distribuzione Poste di Saint-Vincent, che serve la Valtournenche, la Val d’Ayas e quella di Gressoney, oltre che tutta la Bassa Valle d’Aosta, ha gestito 250.000 pacchi e-commerce nell’ultimo anno (2025), con un aumento del 30% rispetto al 2024 e una media di 800 pacchi al giorno, picchi natalizi inclusi. A questi vanno aggiunti quelli del centro di distribuzione di Poste Italiane ad Aosta, che lavora in tandem con quello di Saint-Vincent per coprire l’intera regione, processando in media 1.500-2.000 pacchi al giorno (dati Poste Italiane 2024), con picchi durante periodi turistici o promozioni.
Numeri incredibili per una regione che conta circa 123mila abitanti. Nei primi 10 mesi del 2025, l’e-commerce e la grande distribuzione sono cresciuti del 2,1% a livello nazionale, mentre i negozi di vicinato hanno visto un lieve +2,9% dal 2019. Negli ultimi anni, dal periodo della pandemia in particolare, fino al 2025, le imprese registrate come “commercio al dettaglio via internet” sono aumentate, secondo Unioncamere-InfoCamere (Movimprese), spesso come evoluzione di negozi fisici. Tuttavia, la Valle d’Aosta guida la classifica italiana per negozi sfitti (28,1% della rete distributiva), un fenomeno legato anche alla concorrenza online.

La riforma dei codici ATECO
Non esiste un dato pubblico preciso e aggiornato al 2026 sul numero esatto di imprese e-commerce attive in Valle d’Aosta, poiché le statistiche ufficiali non isolano più questa specifica categoria. Il mondo dell’e-commerce, infatti, ha cambiato classificazione. Dal 1° gennaio 2025 sono entrati in vigore i nuovi codici ATECO 2025, anche se la loro adozione è diventata obbligatoria solo dal 1° aprile dello scorso anno. Per imprese e professionisti si è trattato di una revisione importante: la nuova classificazione delle attività economiche non ha introdotto soltanto nuovi codici, ma ha rappresentato un vero e proprio cambio di paradigma nel modo in cui le attività vengono identificate. Uno degli esempi più evidenti ha riguardato proprio il commercio online. Fino al 2024 esisteva un unico codice per identificare le attività di vendita via internet: 47.91.10 – “Commercio al dettaglio di qualsiasi tipo di prodotto effettuato via internet”. Con la nuova classificazione ATECO 2025, invece, quel singolo codice è stato sostituito da ben 96 possibili codici differenti.
Il cambio di paradigma dei nuovi codici
La modifica è nata dalla volontà di rendere la classificazione delle attività economiche più aderente all’evoluzione del mercato. In passato la distinzione tra attività era basata soprattutto sul canale di vendita utilizzato. Con la nuova codifica, invece, il focus si è spostato sulla tipologia di prodotto venduto o intermediato, indipendentemente dal canale utilizzato per la vendita. Questo ha significato che un’impresa che vende online non è stata più identificata semplicemente come attività di e-commerce, ma è stata classificata in base ai prodotti effettivamente commercializzati.Il cambiamento ha comportato per molte imprese la necessità di verificare con attenzione la ricodifica dell’attività svolta. Il passaggio dal vecchio sistema al nuovo è avvenuto in parte in modo automatico tramite il Registro delle imprese, ma è rimasto comunque necessario controllare che il codice assegnato corrispondesse correttamente all’attività svolta. In alcuni casi è emersa anche la necessità di indicare attività secondarie oppure di distinguere i ricavi derivanti da diverse categorie di prodotti venduti online.
Le implicazioni fiscali
Il nuovo sistema ha potuto avere anche alcune implicazioni fiscali, perché i nuovi codici sono ricaduti in classi differenti e quindi hanno potuto essere collegati a diversi modelli ISA, gli indici sintetici di affidabilità fiscale utilizzati per valutare la posizione dei contribuenti. Questo ha potuto rendere necessario tenere distinti i ricavi derivanti da più attività nel caso di imprese che vendevano online prodotti appartenenti a categorie differenti.
Nulla è cambiato invece per la certificazione dei corrispettivi
Nonostante la rivoluzione nella classificazione delle attività, non sono cambiate le regole fiscali relative alla certificazione dei corrispettivi per l’e-commerce. Secondo quanto chiarito in passato dall’Agenzia delle Entrate, il commercio elettronico indiretto – cioè la vendita online con consegna fisica della merce – è assimilato alle vendite per corrispondenza. Per questo motivo non è obbligatoria l’emissione della fattura, salvo richiesta del cliente, né lo scontrino fiscale. È rimasto invece l’obbligo di annotare i corrispettivi nel registro previsto dalla normativa IVA.
L’e-commerce in Valle d’Aosta
Anche se non più possibile scorporare in maniera semplice e sistematica i dati riguardanti le attività in Valle d’Aosta, per via della riforma dei codici ATECO, lo storico dei dati pre 2025 indica che il commercio online è cresciuto negli ultimi anni. Secondo i dati disponibili, nel 2017 le attività e-commerce registrate erano solo 8 ma praticamente raddoppiano – salgono a 15 – nel 2020, in piena pandemia, per poi salire a 23 nel 2024 (fonte Chambre Valdôtaine). Si è trattato di numeri ancora contenuti rispetto alle regioni più popolose, ma la crescita ha dimostrato come anche il tessuto imprenditoriale locale abbia progressivamente integrato il canale digitale nelle proprie strategie di vendita.
Se Subito.it e Vinted non forniscono dati regionali, per quanto riguarda il mercato delle compravendite di usato (e non solo) eBay invece registra 21 piccole imprese attive (con vendite annue ≥9.240€), pari al 4% del totale regionale, con una “Digital Density” del 13,8% rispetto all’economia tradizionale (ultimo posto in Italia per densità pro-capite, fonte Poste Italiane). Queste imprese contribuiscono significativamente alle esportazioni, con il 95% che vende all’estero raggiungendo in media 15 mercati internazionali.
Tra i piccoli negozi c’è chi resiste e innova: la scommessa di Fabio Moretto e Arianna Siclari
di Nathalie Grange
Rimanere in montagna non è mai scontato. Lo è ancora meno scegliere di investire in un’attività commerciale in un piccolo paesino dove i residenti diminuiscono e il turismo, sempre più mordi e fuggi, scandisce i tempi e le opportunità. Eppure è proprio questa la scommessa vinta, finora, da Fabio Moretto e Arianna Siclari, una giovane coppia che da dieci anni gestisce Hibou, storico negozio nel centro di Rhêmes-Notre-Dame.
Un’attività che affonda le radici nella storia della loro famiglia. Un tempo era una piccola rivendita di sali e tabacchi, oggi è un punto vendita che ha saputo cambiare volto senza perdere il legame con il passato. “Prima ci ha lavorato il mio bisnonno, poi dagli anni Sessanta è passato ai miei nonni, Pacifico e Maria, che l’hanno tenuto per oltre cinquant’anni. Ma la prima licenza a cui siamo riusciti a risalire, anche se non ancora intestata alla nostra famiglia, è del 1934”, racconta Fabio.
Rimanere non significa non cambiare. Nel 2015 Fabio e Arianna hanno raccolto quell’eredità, scegliendo di trasformare. “Abbiamo rivoluzionato l’attività partendo dall’ascolto di quello che accadeva a Rhêmes: i residenti sono sempre meno, credo siano circa 70 in tutto, ma in compenso c’è molto passaggio di turisti, persone che si fermano due o tre giorni e cercano soprattutto prodotti valdostani”.
Da questa osservazione nasce il nuovo corso di Hibou: Fabio e Arianna hanno scelto di puntare sulla qualità, selezionando formaggi, vini e specialità locali direttamente dai produttori del territorio. Un lavoro che richiede attenzione, aggiornamento continuo e capacità di leggere i cambiamenti del mercato. “Per piccole realtà come le nostre è fondamentale restare al passo con i tempi. Il nostro lavoro, rispetto al passato, è diventato più dinamico: bisogna saper fare gli acquisti, ma anche capire i bisogni e le esigenze di una clientela nuova”.
Poi è arrivato il web, quasi come naturale estensione del negozio. L’occasione è stata il lockdown. “Abbiamo iniziato in quel periodo, quando tanti clienti ci hanno chiesto di spedire a casa le eccellenze della Valle d’Aosta”. Da lì il progetto dell’e-commerce ha preso quota, fino a diventare una risorsa che compensa le entrate minori nei periodi di bassa stagione, integrando il reddito dell’attività.
Con qualche sorpresa. A comprare online, infatti, sono soprattutto clienti del Centro e del Sud Italia, molti dei quali a Rhêmes-Notre-Dame non ci sono mai stati. E in qualche caso, racconta Fabio con una punta di orgoglio, è successo anche il contrario: “Qualcuno ha deciso di venire a visitare la nostra località, che promuoviamo nelle spedizioni, proprio dopo aver acquistato dal nostro store”.
Dieci anni dopo, il bilancio è positivo. Fabio e Arianna hanno costruito non solo un’attività sostenibile, ma anche una famiglia. Dal 2021 si sono trasferiti a vivere a Introd, per una questione di comodità legata ai figli, senza però recidere il legame con Rhêmes e con il negozio. “Sappiamo che esistono contributi regionali pensati per sostenere piccole realtà come la nostra, ma per fortuna il nostro negozio non rientrava nei parametri, perché riesce a generare un reddito sufficiente per vivere”.
Rimanere non significa fermarsi. E così Hibou si organizza e mette in piedi anche un food truck, un camioncino gastronomico nato inizialmente per preparare panini per gli sciatori delle piste e diventato presto una sorta di versione su ruote della filosofia di Hibou. “Con questo mezzo andiamo in giro per la Valle e proponiamo menu di street food con un tocco gourmet in mercatini, eventi e festival”.
È così Fabio e Arianna, due giovani trentenni, con il loro lavoro dimostrano che anche nelle piccole comunità di montagna, si può costruire futuro. La loro è una ricetta allo stesso tempo semplice e efficace: custodire le radici e, insieme, avere il coraggio di cambiare.

I dati e le storie raccontano la stessa cosa: il commercio valdostano non sta scomparendo, ma sta cambiando forma. E questo cambiamento non è neutro. Se ad Aosta c’è una maggiore capacità di adattamento, sostenuta anche dall’appeal turistico del capoluogo, nei piccoli comuni ogni serranda che si abbassa porta via molto più di un’attività economica: un presidio, una relazione, un pezzo di comunità. Come quando chiude una scuola. È qui che si giocherà la partita dei prossimi anni: non salvare tutto, ma decidere quale commercio la Valle d’Aosta considera ancora essenziale e vuole mettere nelle condizioni di esistere.
