Cronaca

Ultima modifica: 17 Aprile 2019 17:10

Ammanchi sui conti di Confindustria edili: Jacquin condannato

Aosta - All'ex presidente della Sezione edili infilitti un anno e quattro mesi di carcere. Stabilito anche maxi risarcimento da 910mila euro.

Federico Jacquin

Un anno e quattro mesi di carcere, assieme all’obbligo di risarcire, con 910mila euro, la Sezione edile di Confindustria. È la sentenza comminata all’ex presidente Federico Jacquin, 70 anni di Issogne, dal giudice monocratico del Tribunale, Marco Tornatore, al termine dell’udienza per appropriazione indebita tenutasi, con rito abbreviato, nella mattinata di oggi, mercoledì 17 aprile.

Jacquin era accusato di essersi impossessato, tramite operazioni sui due conti correnti dell’ente, di oltre 810mila euro. “Gli ammanchi sono stati scoperti dal nuovo presidente, Gian Luca Berger, al momento del suo insediamento”, ha ricordato il pm Cinzia Virota, chiedendo di condannare ad otto mesi l’imputato. “Con tre lettere – ha aggiunto il rappresentante dell’accusa – Jacquin ha ammesso di aver preso circa 400mila euro, impegnandosi a renderli (ma non lo ha fatto) e scagionando la segretaria della Sezione da responsabilità”. L’importo esatto degli ammanchi è stato quantificato attraverso una perizia, sulle movimentazioni bancarie, di due professionisti.

Di “fatti lineari, ma gravi” ha parlato l’avvocato Davide Sciulli, che rappresentava la Sezione edile di Confindustria, costituitasi parte civile nel processo. Per il legale, quei soldi Jacquin “li ha intascati, li ha spesi, poi ci dice che rimborsa, non lo fa, quindi alla scorsa udienza chiede il rito abbreviato e promette rimborso. Ad oggi non ha versato un euro”. Una condotta tale da creare “un danno alla Sezione edile, che non ha potuto disporre di queste somme”.

Per parte sua, l’avvocato Valeria Fadda (in sostituzione del collega Oliviero Guichardaz, difensore dell’imputato nel procedimento) ha ricordato che Jacquin è stato presidente per ventiquattro anni ininterrotti, ma gli ammanchi si sono verificati nell’ultima fase del suo mandato, quando “la sua impresa era sull’orlo del fallimento. Ha iniziato a prelevare per salvare la sua azienda e mantenere la famiglia”. “Non è una giustificazione, – ha aggiunto il legale, invocando il minimo della pena per il suo assistito – ma è per circoscrivere la situazione. Oltretutto, Jacquin ha sempre ammesso i fatti, non solo con le lettere. Si è, di fatto, autodenunciato, ben prima dell’esposto di Berger”.
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