Cronaca

Ultima modifica: 9 Luglio 2017 18:06

Bancarotta di una società edile aostana, ex consigliere comunale di Torino in manette

Aosta - Ad arrestare Raffaele Giangrande, 60 anni, sono stati i militari del Gruppo Aosta della Guardia di finanza. I fatti risalgono al 2012-3 e ruotano attorno alle vicissitudini della “Stolemberg Srl”, di cui l’arrestato era ritenuto amministratore di fatto.

Guardia di Finanza

Nelle vicissitudini della “Stolemberg Srl”, società edile con sede legale ad Aosta, dichiarata fallita lo scorso 3 febbraio, non mancano gli “ex”. L’ultimo in ordine di tempo, arrestato dai militari del Gruppo Aosta della Guardia di finanza negli scorsi giorni, è un già consigliere comunale a Torino, eletto per il Partito Socialdemocratico Italiano nella legislatura uscita dalle urne nel maggio 1990 (e durata, per la verità, poco, perché chiusasi con il commissariamento decretato il 30 dicembre 1992).

Si tratta di Raffaele Giangrande, 60 anni, residente appunto nel capoluogo piemontese. L’uomo, che è stato anche vicepresidente della società di gestione del Traforo del Frejus, è ora in carcere a Brissogne, a seguito di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Aosta, Davide Paladino. Le indagini, effettuate dalle Fiamme gialle, sono state coordinate dai pm Luca Ceccanti ed Eugenia Menichetti.

L’uomo è accusato della bancarotta fraudolenta della “Stolemberg Srl”, nota in Valle per aver acquisito l’immobile della vecchia stazione della seggiovia, in località Staffal a Gressoney-La-Trinité, divenuto (non senza qualche peripezia urbanistica, finita anche dinanzi al Tar) un residence. I finanzieri ritengono, dopo aver ricomposto minuziosamente un puzzle fatto di numerosi tasselli, che l’arrestato fosse divenuto l’amministratore di fatto della società, della quale ha distrutto ed occultato le scritture contabili, ma non solo.

Prima di continuare, occorre dire che nel 2013/4, il responsabile formale della “Stolemberg” era Pantaleone Parlato, anch’egli “ex”. Fu infatti Brigadiere capo dei Carabinieri a Borgo San Dalmazzo (Cuneo) per anni e poi, in una parabola dettata (almeno apparentemente) da difficoltà economiche, imputato, condannato e detenuto quale mandante dell’omicidio, avvenuto il 18 luglio 2014, di Salvatore Germanò. Costui era un ex ‘ndranghetista, ammesso in seguito al programma di protezione per i collaboratori, salvo poi venirne escluso per il coinvolgimento in fatti di usura. 

Per aver premuto il grilletto in quell’occasione è stato ritenuto colpevole in primo grado, con sentenza d’ergastolo, Vittorio Ierinò, anch’egli già a capo di una ‘ndrina calabrese (condannato come carceriere della figlia sequestrata di un imprenditore bresciano). La tesi emersa durante il processo è che Parlato (e un geometra finito a processo, e condannato, con lui), ingaggiarono Ierinò per uccidere Germanò, che pretendeva dal libero professionista la restituzione di un debito da 75mila euro, divenuti 125mila a seguito dell’applicazione di “interessi”.  

Tornando a Giangrande, secondo la ricostruzione della Guardia di finanza, negli anni prima dell’omicidio, egli concluse con Parlato, quale rappresentante della “Stolemberg”, un contratto di consulenza da 200mila euro. Per i finanzieri, un accordo “che viene ritenuto sostanzialmente privo di contenuti professionali”, non avendo l’ex consigliere comunale – come scrivono in una nota – “alcun tipo di professionalità specifica in materia aziendale o finanziaria”. 

Nei suoi trascorsi, i militari hanno infatti trovato, più che altro, una sentenza per bancarotta fraudolenta risalente al maggio 2012. Secondo l’accusa, rappresentata in quel caso dal pubblico ministero Giancarlo Avenati Bassi (procuratore capo facente funzioni ad Aosta, fino al subentro del titolare Paolo Fortuna negli scorsi giorni), il torinese aveva sottratto fondi da una cooperativa da lui creata, la "Casa del lavoratore", con cui proponeva la costruzione e l'acquisto di villette nella località ligure di Andora (Savona).

Stando alle risultanze raccolte dalle Fiamme gialle nell’inchiesta degli ultimi mesi, Parlato e Giangrande, rispettivamente amministratore di diritto e di fatto, “in concorso fra di loro ed in danno della società amministrata, approntarono il contratto al fine di distrarre dal patrimonio sociale, che già versava in precarie condizioni finanziarie, una cospicua somma di denaro”.

La “Stolemberg” passò in seguito di mano, ma Giangrande non avrebbe smesso di cercare di trarne un profitto personale. La consulenza da 200mila euro venne infatti riversata in un decreto ingiuntivo, ma “il proprietario e nuovo amministratore della ‘Stolemberg’ non fece opposizione”. A spaventarlo, secondo le indagini, il fatto che la persona cui si era rivolto in precedenza per ottenere protezione, vale a dire Salvatore Germanò, fosse stato assassinato (con Parlato, come si è visto, come mandante confesso).

Addirittura, Giangrande sarebbe riuscito ad estorcere al nuovo titolare un ulteriore accordo consulenziale, da 100mila euro, minacciandolo che, in caso contrario, avrebbe chiesto il fallimento della società. Una volta ottenuto l'ulteriore contratto, lo avrebbe usato tra l’altro per chiedere l’affidamento ai servizi sociali, quale misura alternativa alla detenzione nella casa circondariale di Asti, a seguito del passaggio in giudicato di un cumulo di pene a suo carico.

L’epilogo della vicenda è recente, con Giangrande a richiedere di dichiarare fallita la “Stolemberg”. Al riguardo, il giudice Paladino annota nell’ordinanza di custodia cautelare che tale procedura non sarebbe di per sé illecita, non fosse che “i crediti vantati nei confronti della società sono inesistenti e frutto di un preciso disegno criminoso”, desumibile, fra l’altro, dalla coerenza e sistematicità con cui Giangrande “ha coltivato questo credito”.

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