Cocaina in media valle, il pm chiede oltre 34 anni di carcere

Alla sbarra, sei imputati accusati di essere legati al traffico per cui, nell’aprile 2017, il 37enne albanese Albert Bushaj era stato condannato.
Un carabiniere mostra parte dello stupefacente sequestrato durante l'operazione
Cronaca

“Sembrava un laboratorio di Medellìn”. Ha attinto dall’immaginario televisivo più recente, il pm Luca Ceccanti, nel chiedere al giudice monocratico Marco Tornatore condanne per oltre 34 anni nei confronti di cinque imputati ancora a processo, tra coloro che erano finiti nella rete tesa dai Carabinieri di Châtillon/Saint-Vincent con l’operazione antidroga “Campanacci”, condotta nel febbraio 2016. In effetti, se alcuni dei dettagli emersi udienza dopo udienza sul traffico (soprattutto di cocaina) smantellato dai militari in media Valle rimandavano ad alcune scene di “Narcos”, la fisionomia della rete tra i coinvolti evidenziata dall’accusa – quasi tutti legati da parentele o affinità – ricorda parecchio “I Soprano”, altra serie con il crimine e una famiglia in primo piano.

Sullo sfondo, però, non il New Jersey all’ombra dei grattacieli di New York City, ma Châtillon soprastata dallo Zerbion, dove abitava – anzi, dov’era obbligato a risiedere, trovandosi agli arresti domiciliari all’epoca dei fatti – Albert Bushaj. Il 37enne albanese era uscito di scena processualmente – assieme a diversi altri implicati – nell’aprile 2017, dopo esser stato condannato a tre anni e sei mesi, posti dal giudice in continuazione con una precedente sentenza. Attorno all’uomo, noto come “l’avvocato” (prima di aprire i conti con la giustizia, era iscritto al foro di Roma come legale straniero), si muovevano una serie di figure, prevalentemente parenti appunto, che, nella ricostruzione dei militari, curavano l’attività di spaccio ed altri suoi interessi.

La pena più alta, 10 anni di carcere e 40mila euro di multa, è stata chiesta dal pm per Laurent Bushaj, 29 anni, cugino di Albert. Seguono quelle invocate – nella misura di 7 anni e 30mila euro a testa – per il 40enne Lado Latifaj (cognato, quale marito di una sorella), per il 68enne Jani Bushaj (padre) e per la 27enne Laura Adina Marin (allora compagna del “Signore della coca”). Per un quinto imputato, Hile Marashi, non parte della famiglia, ma che secondo gli inquirenti intratteneva rapporti telefonici con “l’avvocato” ed era stato attivo in alcuni episodi di smercio, la richiesta è stata di 3 anni e 6 mesi, oltre a 9mila euro. Infine, un sesto imputato, il 51enne Raffaele Chiosso, considerato colui che materialmente si occupava del night “La dolce vita” di Châtillon, teatro del traffico e di incontri di sesso a pagamento (che sarebbe però stato gestito di fatto da Albert), ha chiesto il patteggiamento.

In una precedente udienza, un sottufficiale occupatosi dell’inchiesta aveva ripercorso la ripresa video, realizzata nel dicembre 2015, in cui su “un tavolo in cucina, vicino alla finestra”, mentre una persona faceva “il palo”, le altre “confezionavano le dosi”. Un procedimento descritto minuziosamente nei suoi singoli passaggi, cioè: “mettere la cocaina su un piatto, mischiarla con la mannite, pesarla con un bilancino, metterla nella plastica e sigillare” gli ovuli. La rete riusciva, nella valutazione dell’Arma, ad approvvigionarsi di una cosa come tre etti al mese di “neve”, di ottima qualità, tanto che nel “laboratorio di Medellìn” si riusciva a tagliarla sino a quattro volte. Mezzo chilo di “polvere bianca” era stato sequestrato durante l’operazione.

Uno degli episodi di spaccio era stato accertato, durante l’inchiesta, in media valle. Il pedinato “si fermava in punti isolati a Saint-Marcel, sul bordo della strada nella zona industriale, e a Quart, vicino ad una roccia”. Nei due luoghi, i Carabinieri avevano trovato pacchetti di sigarette “in cui erano nascoste dosi”. Un rinvenimento dopo il quale “abbiamo capito a cosa servissero i trentacinque pacchetti vuoti” sequestrati ad uno dei coinvolti. La dinamica acclarata nella fase d’indagine era infatti imperniata sull’evitare contatti tra cliente e fornitore, con scambi in cui l’acquirente pagava e gli veniva indicato dove andare a ritirare la “coca”. La movimentazione di stupefacente – valutata dagli inquirenti in circa 90mila euro al mese, vale a dire oltre un milione l’anno – aveva lasciato “un po’ sorpresi” gli stessi Carabinieri, per l’ampiezza del mercato che ne emergeva.

Alle richieste del pm Ceccanti, l’avvocato Viviane Bellot ha risposto chiedendo, per Jani Bushaj e Latifaj, di riqualificare i fatti ipotizzando essersi trattato di occasioni spaccio di lieve entità, non legate tra loro e non in concorso tra i due. Per Laurent Bushaj, invece, è stata auspicata un’attenuante speciale. L’avvocato Federica Gilliavod ha poi sollecitato al giudice, per Adina Laura Marin, la riqualificazione di un episodio contestatole in spaccio di lieve entità, nonché l’assoluzione per tutti gli altri. Per Marashi, infine, la richiesta è stata di assoluzione. La prossima udienza è stata fissata dal giudice al 7 novembre, giorno per cui è attesa la sentenza che, come nel finale di stagione di una serie, porrà fine alla vicenda processuale di primo grado nata dall’operazione dell’Arma.

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