Donatello Trevisan e quell’ultima serata di preghiera

Ai funerali, dinanzi a un’enorme folla, il parroco Linty Blanchet svela che il 44enne, poche ore prima di morire, aveva letto il “terribile salmo 87”: “io sono colmo di sventure, la mia vita è vicino alla tomba”.
Il feretro di Donatello Trevisan
Cronaca

Venerdì scorso, nella serata destinata a trasformarsi tragicamente nell’ultima della sua vita, Donatello Trevisan era stato in chiesa. Assieme alla moglie, come aveva fatto spesso in questi ultimi mesi “lunghissimi e trituranti”, alla ricerca di “conforto e consolazione”, in fuga dalla pressione indotta dalle vicende (giudiziarie e di aspro scontro politico) di cui è stato tra i protagonisti. Lo ha rivelato, nell’omelia pronunciata durante il rito funebre del 44enne aostano, il parroco di Saint-Martin, Don Albino Linty Blanchet.

Ad ascoltare le parole del sacerdote, una folla per cui non sono bastate la chiesa del quartiere e il suo piazzale, colorata dalle divise degli scout e del volontariato del soccorso. Due delle “seconde famiglie” in cui lo scomparso, come evocato dal sacerdote, conduceva la sua “battaglia per la carità”. E se la circostanza svelata dal reverendo ha fatto calare il silenzio tra i banchi gremiti, palpabile è stata la commozione al proseguire del suo racconto.

“Sono andato a prendere l’ultimo salmo che ha letto Donatello e l’ultima preghiera che ha fatto. – ha affermato Blanchet – E voglio leggerne alcuni passi”. I presenti hanno così scoperto che, “a un’ora dalla morte”, Trevisan ha pronunciato “il terribile salmo 87”, quello che recita: “Io sono colmo di sventure, la mia vita è vicino alla tomba. Sono annoverato tra quelli che scendono nella fossa. Sono come un uomo ormai privo di forza. Hai allontanato da me amici e conoscenti, mi sono compagne solo le tenebre”.

Donatello, ha proseguito il sacerdote, rivolgendosi direttamente alla moglie Claudia e ai figli, “non sapeva” che si sarebbe trattato dell’ultimo salmo che avrebbe letto, in cui “quasi si identificò”, “ma è stato così” e, poco dopo, “era nelle braccia di Dio”. Resta, a testimonianza del suo giovane essere, quella battaglia “molto dura, per tutti”, contro “il nostro egoismo, che tende a chiuderci” e “la nostra pigrizia, che ci porta all’indifferenza verso gli altri”.

Una lotta che “Donatello ha sostenuto con i propri difetti, di cui aveva chiara la consapevolezza”, tanto che ne aveva “parlato tante volte anche con me”. Una battaglia che ha spinto il 44enne “a buttarsi in tante iniziative di volontariato, sia a livello civile, sia con l’impegno politico”. Dinanzi al parroco, mentre queste parole risuonavano nella chiesa, con l’altare attorniato da tanti sacerdoti che hanno fatto la storia della parrocchia e del quartiere (da don Nicola Corigliano a don Lorenzo Sacchi), anche numerosi esponenti politici, compagni (e non) di una passione di sempre.

Tra questi, anche Marco Viérin, già membro del Consiglio Valle e implicato nella stessa inchiesta in cui risultava indagato Trevisan, quella sul ritrovamento di 25mila euro in contanti negli uffici della Presidenza della Regione. Erano i mesi del 2017 in cui, al secondo piano di piazza Deffeyes, sedeva Pierluigi Marquis, che per la Procura sarebbe stato calunniato, durante le attività investigative, proprio dal 44enne scomparso venerdì sera.

Malgrado questo, l’ex presidente della Regione (uscito di scena dall’indagine per l’archiviazione della sua posizione) non è mai apparso, dal prendere corpo di quell’ipotesi in poi, in rapporti conflittuali con Trevisan, suo presunto accusatore (che ha definito su Twitter, il giorno dopo la morte, “una persona perbene”, in una delle poche e timide reazioni). Una circostanza non sfuggita agli inquirenti, così come molti non hanno mancato di notare, oggi, il tenersi in disparte del consigliere regionale, presente con la moglie al funerale.

Se la verità del 44enne aostano è destinata a restare sconosciuta, perché lo ha seguito nella bara chiara in cui a centinaia lo hanno accompagnato al cimitero di Aosta, all’orizzonte si staglia “la lotta per la speranza” indicata da don Linty Blanchet ai familiari di Donatello e a chi gli ha tributato un ultimo sofferto saluto. Quella speranza da inseguire con forza, se “vogliamo consegnare alle nuove generazioni un mondo più giusto, più vigile, semplicemente umano”. Una lotta “che resta a tutti, credenti e non credenti”. Giornalisti inclusi, affidatari naturali degli interrogativi che l’opinione pubblica – con ancor più vigore, dopo la morte di Trevisan – si pone sull’accaduto.

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