Lettere di patronage, la Procura: da Rollandin spregiudicata gestione del potere

Per il pm Ceccanti, che ha impugnato l’assoluzione dell’ex presidente della Regione, l’invio delle tre missive nel 2014, ad altrettante banche creditrici (per 19 milioni di euro) del Casinò, fu un “ordito palesemente criminoso”.
Casinò - Augusto Rollandin
Cronaca

L’assoluzione dell’ex presidente della Regione Augusto Rollandin dall’accusa di abuso d’ufficio continuato, per aver sottoscritto ed inviato nella primavera 2014 tre lettere di patronage ad altrettante banche creditrici del casinò? Un verdetto che, “oltre ad evidenziare marchiani errori di superficialità”, è affetto da “deficit argomentativo”, giacché “oblitera praticamente tutti gli elementi raccolti dall’ufficio di Procura”. E’ la tesi del pm Luca Ceccanti, che ha proposto appello alla sentenza del Gup Davide Paladino dello scorso 23 luglio, dopo aver letto le motivazioni depositate negli ultimi giorni.

“La valorizzazione di una piccolissima parte del materiale contenuto nel fascicolo”, si legge nell’atto d’impugnazione, “è stata fatta a discapito di un adeguato vaglio critico di numerosissimi costituiti processuali che sostengono” la conclusione della colpevolezza dell’imputato. Inoltre, secondo il sostituto del procuratore capo Paolo Fortuna, il percorso seguito dal giudicante “è stato, altresì condotto con violazione dei canoni e delle regole di logica che, è noto, devono presiedere all’accertamento giurisprudenziale”.

Il tenore delle missive

Se “il punto centrale della motivazione, da cui è derivata” la pronuncia assolutoria, “è quello della natura ontologicamente non impegnativa delle lettere” inviate a Banca Passadore, Banca di Credito Cooperativo Valdostana e Banca Popolare di Sondrio (e “l’elemento rimarcato dal Gup, prima di ogni altro, è quello letterale”), per Ceccanti proprio il tenore del testo delle missive conduce “a concludere per la natura vincolante” delle stesse.

Solo così, agli occhi del pm, si giunge a dare “significato logico ad un’operazione altrimenti incomprensibile, vale a dire “redigere le lettere, in assoluto segreto, ‘limandone’ il contenuto al fine di ridurre il rischio di renderne palesi i clamorosi aspetti di illegittimità”. In estrema sintesi: qualora le tre note “fossero state ‘carta straccia’, l’operato del Rollandin sarebbe stato ben diverso”. Soprattutto, si paleserebbe quale illogico “il comportamento di istituti bancari”, nel richiedere “documenti che non avrebbero avuto alcun senso ove non fossero state vincolanti”.

La condotta delle banche

Nell’appello viene valutata “evidentemente censurabile”, la parte della motivazione in cui il Gup sostiene che “a tali lettere non può annettersi l’effetto del trasferimento del rischio delle operazioni delle banche erogatrici dei crediti” alla Regione, “dovendosi al contrario ritenere che tale rischio sia stato volontariamente assunto dalle banche”. Sarebbe però come se, ragiona il pm, “gli istituti di credito, usi a chieder garanzie penetranti anche su prestiti di miserrimo importo, si fossero d’improvviso trasformati in un’accolita di benefattori o di improvvidi ingenui disinteressati alla sorte di crediti dell’importo di 19 milioni di euro”.

La visione della Procura è tuttavia meno poetica e “gli istituti bancari, fino ad oggi, non hanno attivato la garanzia semplicemente perché non ne avevano alcun interesse”, ma esso “potrà sorgere in futuro, soprattutto qualora la procedura di concordato”, intrapresa dalla Casa da gioco, “non dovesse avere esito positivo”. Tant’è che, sottolinea il pm, “preso atto della crisi del Casinò” la Bccv è “subito entrata nell’ottica di attivare le garanzie rappresentate dalle lettere di patronage” e nello scorso febbraio ha scritto alla Regione Valle d’Aosta, chiedendo quale provvedimento “supporta la dichiarazione d’impegno”.

Le testimonianze “trascurate”

Ecco, la “richiesta formulata da una delle banche creditrici” assume “un rilievo decisivo nella ricostruzione della vicenda” e nella valutazione sulla portata impegnativa delle lettere, “peraltro completamente trascurato dal Gup”. Al riguardo, la Procura cita dichiarazioni rese, durante le indagini svolte dalla Guardia di finanza, da alcuni funzionari bancari, tra i quali uno trova “ovvio che una lettera del genere costituisce un elemento che la banca dovrebbe far valere per soddisfare il proprio credito”. “Significativa e inequivoca” è pure, per l’ufficio inquirente, la dicitura riportata su una conferma di proroga della linea di credito accesa al Casinò: “i nostri rapporti si intendono altresì assistiti da lettera di patronage” a firma “della Regione Valle d’Aosta”.

La Giunta tenuta all’oscuro

Ancora, “non si vede perché”, se le missive fossero “una mera espressione della generica volontà politica di sostenere (non si capisce bene in che modo) il Casinò, il Rollandin avrebbe tenuto all’oscuro, volutamente, tutti i membri della Giunta da lui presieduta”. Ricorda Ceccanti (che al processo aostano aveva chiesto due anni di carcere per l’imputato) come, tutti gli assessori dell’epoca, sentiti in via Ollietti, avessero “dichiarato di non essere mai stati al corrente della vicenda delle garanzie per i crediti delle banche nei confronti del Casinò”, almeno fino all’interpellanza di Elso Gérandin in Consiglio Valle.

Insomma, “la volontà politica si manifesta in forme espresse, pubbliche, non certo attraverso un’operazione che è stata condotta in gran segreto”, all’insaputa “non solo dell’organo rappresentativo”, ma “addirittura degli stessi membri della Giunta” guidata dall’imputato. E tale contegno “non rappresenta solo uno spregiudicato modo di gestione del potere”. Appare, infatti, “strumentale all’occultamento di un ordito palesemente criminoso, finalizzato a garantire la sopravvivenza di una società partecipata che si trovava, già all’epoca, in situazione di crisi conclamata”.

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