Offese e prevaricazioni ad un giovane disabile: condannato autista di bus

All’uomo, Dante Caracciolo, 49 anni, di Saint-Vincent, inflitti 4 mesi di carcere. Dovrà inoltre riconoscere al ragazzo, 17enne all’epoca, una provvisionale da 2.500 euro e un risarcimento che sarà quantificato in un giudizio civile.
Cronaca

“Mi spiace se sono stato mal interpretato, ma non ho commesso nulla di quanto sono accusato”. Si è difeso con queste parole, durante il processo tenutosi al Tribunale di Aosta oggi, giovedì 7 dicembre, Dante Caracciolo, 49enne di Saint-Vincent, autista di autobus di linea della Savda. L’uomo era accusato di aver provato a costringere un ragazzo disabile, 17enne all’epoca dei fatti, a scendere ad una fermata diversa da quella più vicina alla sua abitazione, oltre ad averlo paragonato alle bovine, sostenendo che “puzzasse come loro”, ed invitandolo inoltre ad “andare a zappare le patate, anziché a scuola”. I diversi testimoni sfilati in aula hanno però confermato quelle circostanze e l’imputato è stato condannato: quattro mesi di reclusione per tentata violenza privata, oltre ad una provvisionale di 2.500 euro a favore del giovane, al cui pagamento entro sei mesi dall’esecutività della sentenza è subordinata la sospensione condizionale della pena.

L’episodio risale al 25 ottobre 2016 ed è avvenuto in media valle. Figlio di allevatori, Giovanni (il nome è di fantasia), affetto da un lieve ritardo mentale e da disturbo dello spettro autistico, era intento a tornare a casa da scuola, a bordo del pullman che serve la zona. “Nel corso del viaggio, – ha testimoniato una ragazza che era sul mezzo – il conducente si è lamentato dell’odore e, appena viste delle mucche a bordo strada, gli ha chiesto se sapesse, tra rosse e nere, quali puzzassero di più”. Giunti alla fermata prima di quella a cui il ragazzo scendeva abitualmente “ha rallentato e gli ha chiesto ‘ti devi fermare qua?’”. La corsa è poi continuata con lo stop alla destinazione corretta, ma Giovanni è “sceso dal bus piangendo” e, nei giorni successivi, “aveva paura”. Altre due testimoni hanno reso lo stesso racconto: una aggiungendo che, in altre occasioni, “quando il ragazzo era giù dal veicolo, l’autista apriva tutti i finestrini” e l’altra sottolineando che “a volte lo vedeva sulla strada ad aspettare e si fermava più avanti, costringendolo a camminare”.

Davanti al giudice, la madre di Giovanni ha ricordato come quel giorno fosse “un martedì. E’ arrivato a casa con gli occhi lucidi e gli ho chiesto cosa fosse successo”. Il figlio risponde: “l’autista parla troppo”. Poi aggiunge: “domani non vado a scuola”. La donna, ignara, gli spiega pazientemente che non era bene sottrarsi alla frequenza scolastica, ma il giorno dopo “sono stata chiamata dagli insegnanti di sostegno, che mi hanno raccontato tutto ciò che era successo” e poi “sono andata alla Savda e ho presentato un reclamo scritto”. Quando Giovanni rientra da scuola all’indomani, trova la forza di confidare tutto ed “è stata dura, anche come mamma”, pure perché “si è aperto e ha raccontato che andava avanti da tempo”. “Era terrorizzato, – ha affermato la donna – non voleva più prendere il pullman e, ancora oggi, all’idea di salire su un mezzo pubblico, manifesta un turbamento”.

L’insegnante di sostegno del ragazzo ha evocato come, a scuola, il mattino dopo i fatti, Giovanni – che nel tempo “ha fatto molti progressi”, ora “riesce a comunicare le sue emozioni” ed “ha un ottimo rapporto con i compagni di scuola” – “fosse particolarmente cupo, dicendo che non voleva parlare”. Dopodiché, “una compagna lo ha esortato e lui ha raccontato. Era molto ansioso e aveva le lacrime, mentre generalmente è sereno, se non succede qualcosa”. L’episodio, a detta della docente, che segue il ragazzo da diversi anni, ha lasciato degli strascichi: “gli è rimasto il timore di incontrare quell’autista”. L’insegnante, venuta a conoscenza della vicenda, ha anche “trasmesso una e-mail alla Savda, dopo aver parlato telefonicamente con un responsabile”.

Diametralmente diversa la versione dell’imputato. Caracciolo ha sostenuto di “conoscere questo ragazzino da quando faceva le scuole elementari” e, riguardo a quel giorno, “notate delle mucche che pascolavano in un prato, gli ho chiesto se fossero come le sue. Lui ha risposto che erano di una razza diversa. Gli ho chiesto la differenza tra nere e rosse e mi ha risposto che stava nella quantità di latte che erano in grado di produrre. Gli ho detto quindi che con quelle del prato avrebbe potuto ottenere più prodotto e lui mi ha detto che gli piacevano quelle che ha”. L’autista ha aggiunto di non sapere “che fosse disabile” e che, “quando è sceso, sono stato assalito” da altri passeggeri, “quattro ragazzine che per qualche motivo ce l’avevano con me”.  

Caracciolo ha quindi spiegato di aver reagito alle contestazioni, in cui le passeggere gli avevano fatto notare la condizione di Giovanni, affermando “‘stavamo parlando tranquillamente. Solo perché è disabile, non bisogna rivolgergli la parola?’. Il giorno dopo, quando lo ho rivisto, gli ho chiesto ‘non è che ti sei offeso?’. Non gli avrei mai detto cose del genere, non mi appartiene”. Il conducente ha infine detto di aver ricevuto dall’azienda cinque giorni di sospensione dal servizio, “la prima sanzione in vent’anni. Non ho mai avuto problemi con nessuno”.

L’accusa, nel processo, era rappresentata dal Vpo Cinzia Virota, che al momento della requisitoria ha definito “inattendibili le dichiarazioni dell’imputato, contraddettosi più volte, non ultimo sul provvedimento disciplinare: non è l’unico che ha ricevuto”. Ha quindi concluso chiedendo sette mesi di reclusione per Caracciolo. Sull’entità della pena è intervenuto pure l’avvocato Elena Maria Gusmano del foro di Torino, in qualità di parte civile al fianco di Giovanni e la sua famiglia, assieme alla collega Elena Cognier: “chiediamo che il giudice sanzioni in maniera esemplare per il disvalore di questo comportamento”, giudicato dal legale “disdicevole, rispetto ad una società civile in cui le persone disabili vanno accompagnate e non derise” e perché “tenuto da un incaricato di pubblico servizio”.

A difendere l’autista era l’avvocato Andrea Noro: per invocare l’assoluzione del suo cliente, ha puntato anzitutto sulle “contraddizioni dei testi” rispetto all’accusa di violenza privata. “Sicuramente, – ha aggiunto – c’è stata un’incomprensione. Probabilmente, il signor Caracciolo ha usato parole non gentili e non garbate, ma ha ammesso che dialogava da tempo con il ragazzo. Tutti però hanno confermato di non avergli mai visto alzare una mano”. Il legale ha quindi proseguito spiegando che “i bus hanno sistemi di controllo molto rigidi. Se l’autista si ferma altrove si espone a contestazioni da parte dell’azienda”. Su tale circostanza, tuttavia, durante l’esame dell’imputato era emersa, registrata proprio dal sistema di localizzazione di bordo, una sosta inusuale della durata di un minuto circa, a due chilometri dall’abitazione di Giovanni. Secondo l’accusa, era il frangente in cui l’autista aveva tentato di far scendere il ragazzo ad un’altra fermata. Per l’autista, “ero in anticipo e dovevo recuperare gli orari”.

Chiusa la discussione, dopo la camera di consiglio è arrivato il verdetto di colpevolezza sulla tentata violenza privata. Per un’altra contestazione mossa a Caracciolo dalla Procura, secondo la quale in un’occasione diversa aveva fatto scendere Giovanni ad una fermata successiva alla sua, mettendolo nella condizione di dover camminare a bordo della strada (senza marciapiede) per rincasare, il conducente di bus è stato assolto. La sentenza del giudice D’Abrusco include anche, assieme alla detenzione, alla provvisionale e al pagamento delle spese legali, il risarcimento dei danni cagionati al ragazzo, da quantificare in un separato giudizio civile.

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