E' giunto alle battute finali il processo a carico di una famiglia di allevatori di Valpelline accusata di riduzione in schiavitù. Questa mattina, mercoledì 15 aprile, dopo le arringhe finali delle difese, il processo doveva andare a sentenza, ma il presidente del tribunale, Carlomaria Garbellotto, ha preferito rinviare al 27 aprile, per avere qualche giorno per riordinare le carte.
L'accusa aveva chiesto condanne per tutti gli imputati: per Clelia Bredy, di 53 anni, sei anni e due mesi (10 mesi di condono); per il marito Napoleone Cuneaz, di 66 anni, sei anni, 10 mesi e 10 giorni (un anno, 6 mesi e 10 giorni di condono); per il figlio Edi Cuneaz, di 20 anni, sei anni e un mese (9 mesi di condono); per il padre della donna, Ugo Bredy, di 83 anni, sei anni e un mese (9 mesi di condono).
Durante le arringhe finali, le difese hanno cercato di dimostrare come le dichiarazioni fatte dalle parti offese siano poco credibili e piene di contraddizioni. Parte offesa di questo processo i fratelli Ahmed e Mohamed Naghim.
"Non c'è mai stato sequestro di persona o riduzione in schiavitù – dicono gli avvocati Mario Cometti e la collega Teresa Certa – certo, il lavoro in alpeggio non è facile, è duro. Ma Ahmed conduceva la stessa vita di tutti i componenti della famiglia".
