Cronaca

Ultima modifica: 13 Febbraio 2019 10:02

Valanga del col Chamolé, inchiesta chiusa: accuse confermate

Aosta - Il pm Eugenia Menichetti contesta l’omicidio e il disastro colposi a sei istruttori della scuola “Pietramora” del Club Alpino Italiano, per il distacco del 7 aprile 2018, che costò la vita a due persone e ne ferì tre.

Soccorritori e inquirenti sul luogo della valanga.

Si è chiusa, con la conferma delle accuse nei confronti degli indagati, l’inchiesta della Procura sulla valanga che, il 7 aprile 2018, si staccò dal colle Chamolé (nel comune di Charvensod), uccidendo due persone (e ferendone tre), tra i partecipanti ad un’uscita organizzata dalla scuola “Pietramora” del Club Alpino Italiano (composta dalle sezioni di Cesena, Faenza, Forlì, Imola, Ravenna e Rimini) nell’ambito di un corso avanzato di scialpinismo.

Il pm Eugenia Menichetti – che ha coordinato le attività investigative del Sagf della Guardia di finanza di Entrèves e, negli scorsi mesi, ha disposto anche una perizia tecnica, acquisita agli atti in incidente probatorio – contesta, con l’avviso di chiusura indagini notificato in questi giorni, l’omicidio e il disastro colposi, in concorso, agli istruttori dell’escursione Vittorio Lega (48 anni, di Imola, anche direttore del corso), Alberto Assirelli (50, di Ravenna), Leopoldo Grilli (44, di Imola), Paola Marabini (46, di Faenza), Matteo Manuelli (43, di Imola), Giacomo Lippera (46, di Chiaravalle).

Gli ultimi due erano stati travolti, e soccorsi, assieme ad un terzo partecipante all’uscita in Valle. Non c’era stato purtroppo niente da fare, invece, per il 28enne Roberto Bucci di Imola e per il 52enne Carlo Dall’Osso, anch’egli istruttore Cai di Imola. Secondo gli inquirenti, gli indagati avrebbero agito con “negligenza, imprudenza ed imperizia” radunando “la maggior parte” dei ventun partecipanti “sulla cima del colle Chamolé (quota 2.620 metri circa) ed attraversandolo in corrispondenza di una placca a vento”.

Per il magistrato, il cumulo di neve riportata, “a causa del passaggio degli sciatori, si staccava e provocava una valanga”, dal fronte di circa 200 metri e sviluppatasi per quasi 600 metri di lunghezza, che “coinvolgeva l’intero pendio” sul quale si trovavano le “cinque persone ancora impegnate nella salita” verso il rifugio Arbolle, meta dell’uscita.

Oltre ad aver caratterizzato la conduzione dell’escursione, le carenze degli indagati – secondo il pm Menichetti – sarebbero iniziate già nella fase di preparazione. Gli istruttori ed organizzatori del corso avrebbero infatti “scelto un percorso rischioso a causa della presenza di pendii esposti al rischio valanghe”, deciso “un orario di partenza non adeguato in relazione” alla tipologia di itinerario ed al bollettino valanghe”, nonché “omesso di assumere adeguate informazioni”, contattando “professionisti esperti del luogo”.

Ricevuti gli avvisi di chiusura delle indagini preliminari, gli indagati hanno a disposizione una ventina di giorni per produrre memorie difensive, chiedere al pm di essere sentiti (ma era già successo nello scorso maggio), oppure di effettuare ulteriori atti d’indagine. Trascorso il termine, la Procura valuterà le eventuali nuove risultanze e deciderà se chiedere al Gup il rinvio a giudizio,  oppure l’archiviazione.

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