Violenza sessuale, testimonianza choc: “Mio marito mi diceva che per il Corano dovevo ascoltarlo”

Iniziato oggi, mercoledì 28 febbraio, al Tribunale di Aosta, il processo a carico di un marocchino di 33 anni, attualmente in carcere, accusato di aver costretto la moglie a rapporti non consenzienti e di maltrattamenti in famiglia.
Il Tribunale di Aosta.
Cronaca

Il disagio ritorna sul suo volto e nella sua voce, quando, rispondendo al pubblico ministero Luca Ceccanti, ritorna sui fatti che l’hanno indotta a denunciare il suo ex marito. Una querela dell’agosto 2017, dalla quale, a seguito delle indagini della Squadra Mobile della Questura, è scaturito il processo iniziato oggi, mercoledì 28 febbraio, al Tribunale di Aosta. Lui, un nordafricano trentatreenne attualmente detenuto, è chiamato a rispondere – dinanzi al collegio composto dai giudici Eugenio Gramola, Maurizio D’Abrusco e Marco Tornatore – di maltrattamenti contro i familiari e di violenza sessuale aggravata.

La coppia, che risiedeva in un comune valdostano, si era sposata nel 2011 in Marocco. Quindi, il trasferimento in Italia e, a seguire, quello dal Piemonte in Valle. Il drammatico racconto reso dalla donna riguarda l’anno scorso, nel periodo del “Ramadan”, il mese in cui i musulmani sono tenuti al digiuno. “In quel periodo ero incinta e, nonostante gli dicessi di lasciarmi, – ha rivelato – lui mi strappava i vestiti per avere dei rapporti sessuali. Se non accondiscendevo, ribatteva che allora non doveva spendere soldi per farmi mangiare”. Nemmeno il parere del medico, espresso in ragione dello stato di gravidanza, lo avrebbe fermato: “diceva ‘cosa ne sa il ginecologo?’”.

Gli attacchi dell’uomo, è emerso dalla testimonianza, avvenivano “almeno una volta a settimana” e i rapporti non consenzienti sarebbero arrivati ad una decina. La donna ha ricordato che a volte urlava dal dolore, ma lui rispondeva “che il Corano spiega che la moglie deve sempre ascoltare il marito e non ha mai smesso, nonostante io dicessi di no”. In quel periodo, “lui diceva che se andavo a dormire a letto dovevo fare sesso, per cui dormivo sul divano” e, finito il mese della commemorazione della prima rivelazione del Corano a Maometto, “ho chiesto ospitalità ad una vicina”. Malgrado il ritornare dell’Islam nella deposizione, l’ex moglie dell’imputato lo ha descritto come “non praticante, prega una volta all’anno quando c’è il Ramadan”.

Anche la situazione economica che la donna si è trovata ad affrontare in quella fase della vita coniugale è stata testimoniata come problematica. L’allora consorte ha spiegato come lui guadagnasse “1.700 euro, con assegni familiari”, ma “portava spesso multe a casa”. “Mi dava soldi per le bollette e qualcosa per la spesa, – ha aggiunto – ma spesso dovevo aggiungerne io. Lui pagava le spese per tornare a casa a volte. Io lavoravo qualche ora, facendo le pulizie. Prima, avevo un impiego in un ristorante, ma lui non voleva che fossi a contatto con gli uomini”.

E’ stata poi sentita una vicina di casa, che ha spiegato di aver sentito la coppia “litigare in arabo” e di essersi “spaventata”, al punto di non riuscire “a fare il numero” per chiedere aiuto. “Lei – ha poi riferito – mi ha detto che una volta dormiva sul divano, un’altra lui la spingeva fino a farla cadere dal letto”. L’imputato ha chiesto quindi di rendere dichiarazioni spontanee, dicendo di non essere stato in casa buona parte del tempo, “perché lavoravo 16 ore al giorno” e di non avere avuto rapporti non consenzienti. L’udienza è stata aggiornata al prossimo 11 aprile, per ascoltare i testimoni citati dalla difesa dell’imputato e procedere alla discussione.

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